Storia di un’Anima – Santa Teresa del Bambin Gesù

Storia di un’Anima – Titolo

Santa Teresa del Bambin Gesù e del Volto Santo

Santa Teresa del Bambin Gesù e del Volto Santo


Manoscritto “A” – Prima Parte

Manoscritto dedicato alla reverenda Madre Agnese di Gesù.

I primi ricordi.

A Lisieux. I Buissonnets.

Alunna all’abbazia. Malattia e guarigione.

Prima Comunione e sofferenze grandi.

“STORIA PRIMAVERILE  DI UN PICCOLO FIORE BIANCO SCRITTA DA LUI STESSO E DEDICATA ALLA REVERENDE MADRE AGNESE DI GESU’”

(Gesù )

Gennaio 1895

J.M.J.T. *

A Te, Madre mia amata, a Te che sei due volte mia Madre, io vengo a raccontare la storia della mia anima… il giorno in cui mi hai chiesto di farlo, mi pareva che la cosa avrebbe come dissipato il mio cuore facendolo pensare a se stesso, ma poi Gesù mi ha fatto capire che obbedendo con semplicità gli avrei fatto cosa gradita; del resto io non farò che una cosa sola: Cominciare a cantare quello che debbo ripetere per l’eternità:  “Le Misericordie del Signore!!!”

Prima di prendere in mano la penna, mi sono messa in ginocchio davanti alla statua di Maria (che ci ha dato tante prove delle predilezioni materne della Regina del Cielo per la nostra famiglia), l’ho implorata di guidare la mia mano perché non scriva neppure una riga che non le piaccia. Poi ho aperto il Santo Vangelo, e i miei occhi sono caduti su queste parole: “Gesù, salito su una montagna, chiamò a Sé quelli che volle lui; ed essi vennero a Lui” (S. Marco, c. ifi, v. 13).

Eccolo davvero il mistero della mia vocazione, della mia vita tutta intera e soprattutto il mistero dei privilegi di Gesù stilla mia anima… Lui non chiama quelli che ne sono degni, ma quelli che vuole Lui, come dice San Paolo: “Dio ha pietà di chi vuole Lui, e usa misericordia con chi vuole usare misericordia. Non è opera di chi vuole, nè di chi corre, ma di Dio che usa misericordia” (Lett. ai Rom. c. Ix, v. 15 e 16).

Per tanto tempo mi sono chiesta perché il Buon Dio aveva delle preferenze, perché non tutte le anime ricevevano un livello uguale di favori, e mi meravigliavo vedendolo prodigare favori straordinari ai Santi che lo avevano offeso, come San Paolo, Sant’Agostino e che Egli costringeva, per dire così, ad accogliere i suoi favori; oppure leggendo la vita dei Santi che Nostro Signore ha voluto accarezzare dalla culla alla tomba, senza lasciare sul loro cammino alcun ostacolo che impedisse loro di innalzarsi fino a Lui, e prevenendo le loro anime con tali favori che esse non hanno mai potuto offuscare lo splendore immacolato della loro veste di Battesimo, mi domandavo perché i poveri selvaggi, per esempio, morivano in così grande numero prima di aver persino sentito il nome di Dio…

Gesù si è degnato di farmi Lui da istruttore, su questo mistero. Mi ha messo davanti agli occhi il libro della natura e io ho capito che tutti i fiori che Egli ha creato sono belli, che lo splendore della rosa e il candore del Giglio non tolgono il profumo della violetta o la semplicità incantevole della margherita… Ho capito che se tutti i fiorellini volessero essere rose la natura perderebbe il suo abito di primavera, i campi non sarebbero più brillanti di fiorellini…

Questa è la situazione anche nel mondo delle anime che è il giardino di Gesù. Lui ha voluto creare i grandi santi che possono essere paragonati al Giglio e alle rose; ma ha creato anche i più piccoli, e questi debbono accontentarsi di essere margherite, o violette destinate a rallegrare gli sguardi del Buon Dio quando si abbassa verso i suoi piedi. La perfezione consiste nel fare la sua volontà, nell’essere quello che Lui vuole che siamo…

E ho anche capito che l’amore di Nostro Signore si rivela allo stesso modo nell’anima più semplice che non resiste in nulla alla sua grazia e nell’anima più elevata; in realtà, dal momento che l’essenza dell’amore sta nell’abbassarsi, se tutte le anime somigliassero a quelle dei Santi dottori che hanno illuminato la Chiesa con la luce della loro dottrina, non si vedrebbe il Buon Dio scendere abbastanza in basso per arrivare al loro cuore; ma Egli ha creato il bambino che non sa niente e non si fa sentire che con piccoli gridi, ha creato il povero selvaggio che come guida di condotta ha solo la legge di natura e si degna di abbassarsi fino al loro cuore, quelli sono i suoi fiori di campo la cui semplicità Lo rapisce… Discendendo così il Buon Dio dimostra la sua infinita grandezza. Come il sole illumina insieme i cedri e ogni fiorellino come se fosse solo sulla terra, così Nostro Signore si occupa specificamente di ogni anima, come se non avesse simili; e come nella natura ogni stagione è organizzata per far schiudere nel giorno giusto l’umile margherita, allo stesso modo tutto è predisposto per rispondere al bene di ogni anima.

Madre mia cara, certo ti domandi sbalordita dove vado a parare, perché finora non ho detto ancora niente che somigli alla storia della mia vita, ma mi hai chiesto di scrivere senza sforzo quello che mi veniva in mente; e perciò non è proprio la mia vita, quello che mi accingo a scrivere, sono i miei pensieri sui favori che il Buon Dio si è degnato di accordarmi. Mi trovo, adesso, in un’epoca della mia vita in cui posso gettate uno sguardo sul passato; la mia anima è maturata nel crogiolo delle prove esterne e interne; ora come il fiore fortificato dalla tempesta alzo la testa e vedo che in me si compiono le parole del salmo XXII. (Il Signore è il mio Pastore, non mancherò di nulla. Lui mi fa riposare nei pascoli gioiosi e fertili. Lui mi conduce dolcemente lungo le acque. Lui conduce l’anima mia senza affaticarla… Ma anche quando scenderò nella valle delle ombre della morte, io non avrò paura di alcun male, perché tu sarai con me, Signore!…). Sempre il Signore è stato per me pieno di compassione e di dolcezza… Lento a punire e abbondante in misericordie!… (Sal. CII. v. 8.). E così, Madre mia, io prendo a cantare felicemente, per te, le misericordie del Signore… È per te sola che scriverò la storia del piccolo fiore colto da Gesù, e quindi parlerò con tranquillità, senza preoccuparmi nè nello stile nè delle numerose digressioni che farò. Un cuore di madre capisce sempre suo figlio, anche quando questo non sa fare altro che balbettare, e perciò io sono sicura di essere capita, e indovinata da te, che hai formato il mio cuore e lo hai offerto a Gesù!…

A me pare che se un piccolo fiore potesse parlare direbbe con semplicità ciò che il Buon Dio ha fatto per lui, senza cercare di nascondere i suoi benefici. Con il pretesto di una falsa umiltà non racconterebbe di essere brutto e senza profumo, o che il sole gli ha portato via lo splendore e che i temporali gli hanno spezzato il gambo, mentre è il primo a sapere che è tutto il contrario. Il fiore che racconterà la sua storia è pieno di gioia nel rendere pubbliche le premure del tutto gratuite di Gesù, riconosce che in lui non c’era niente che potesse attirare gli sguardi divini e che solo la sua misericordia ha fatto tutto il bene che c’è in lui… È Lui che l’ha fatto nascere in una terra santa e tutta impregnata di un profumo verginale. È Lui che l’ha fatto precedere da otto Gigli splendidamente candidi. Nel Suo amore, Lui ha voluto preservare il suo piccolo fiore dal soffio avvelenato del mondo: appena la sua corolla cominciava ad aprirsi questo divino Salvatore l’ha trapiantato sulla montagna del Carmelo  dove già i due Gigli che avevano circondato e cullato con dolcezza nella primavera della vita, spandevano il loro profumo soave… Sono passati sette anni dal momento in cui il piccolo fiore ha messo radici nel giardino dello Sposo delle vergini ed ora tre Gigli dondolano accanto a lui le loro corolle odorose; un po’ più lontano c’è un altro giglio che cresce sotto lo sguardo di Gesù e i due gambi benedetti che hanno prodotto questi fiori ora stanno insieme per l’eternità nella Patria Celeste… Là hanno ritrovato i quattro Gigli che la terra non aveva visto crescere… Oh! Che Gesù si degni di non lasciare per troppo tempo sulla riva straniera i fiori che sono rimasti nell’esilio; che presto il mazzo di Gigli sia completo in Cielo!

Madre mia, ho riassunto in poche parole quello che il Buon Dio ha fatto per me, ed ora entro nei particolari della mia vita di bambina; so che dove altri non vedrebbe che un racconto noioso il tuo cuore materno troverà qualcosa di attraente…

E poi i ricordi che sto per narrare sono anche i tuoi, perché accanto a te è passata la mia fanciullezza e accanto a te ho avuto la felicità di appartenere a genitori impareggiabili * che ci hanno circondate delle stesse cure e delle stesse tenerezze. Oh! Si degnino benedire la più piccola delle loro figlie e aiutarla a cantare le misericordie divine!…

“I PRIMI RICORDI”

Nella storia dell’anima mia, fino al mio ingresso al Carmelo, distinguo tre periodi ben diversi;

il primo, malgrado sia durato poco, non è quello meno ricco di ricordi; va dal momento in cui la mia ragione si è svegliata fino alla partenza della nostra cara Mamma per la patria dei Cieli…

il Buon Dio m’ha fatto la grazia di aprire la mia intelligenza molto presto e di imprimere così forte nella mia memoria i ricordi della mia fanciullezza che mi pare che quello che sto per raccontare sia successo ieri. Gesù voleva certamente, nel suo amore, farmi conoscere la Madre incomparabile che Lui mi aveva dato, ma che la sua Divina mano voleva ben presto incoronare in Cielo!…

Per tutta la mia vita il Buon Dio ha voluto circondarmi d’amore:  i miei primi ricordi sono segnati dai sorrisi e dalle carezze più tenere!… Ma se Lui aveva messo tanto amore accanto a me, ne aveva messo altrettanto nel mio piccolo cuore, creandolo amante e sensibile, e perciò amavo tanto Papà e Mamma e mostravo loro in mille modi la mia tenerezza, perché ero molto espansiva. E tuttavia i mezzi che usavo, per fare questo, erano talvolta strani, come dimostra questo passaggio di una lettera di Mamma – “la piccola è un folletto senza pari, viene ad accarezzarmi e mi augura di morire: – “Oh! come vorrei che tu morissi, mia povera Mammina!…”. La rimproverano, e lei dice:  “È proprio per farti andare in Cielo, poiché lo dici tu che per andarci bisogna morire”. Lei augura la morte, allo stesso modo, quando ha i suoi eccessi d’amore, anche al babbo!”

Il 25 giugno 1874, quando avevo solo 18 mesi, ecco quello che mamma diceva di me: “Tuo padre ha appena montato un’altalena, Celina è fuori di sé dalla gioia, ma dovresti vedere la piccola che va in altalena; fa ridere tutti, si tiene come una ragazza, non c’è rischio che lasci la corda, e poi quando l’altalena va piano, strilla. La leghiamo con un’altra corda, eppure io non sono tranquilla, quando la vedo appesa lassù.

“Ultimamente con la piccola mi è successa una strana avventura. Di solito vado alla messa delle 5 e mezza, ma nei primi giorni non avevo il coraggio di lasciarla, ma vedendo che non si svegliava mai, alla fine mi sono decisa a lasciarla. La metto nel mio letto e metto la culla così vicina che non può di sicuro cadere. Un giorno ho dimenticato di accostare la culla. Arrivo e la piccina non è più nel mio letto; nello stesso momento sento un grido, guardo e la vedo seduta su una sedia che era di fronte al mio letto, con la testolina appoggiata al traversino mentre dormiva di un sonno agitato, perché stava scomoda. Non sono riuscita a capire come sia finita a sedere su quella sedia, perché l’avevo lasciata addormentata. Ho ringraziato il Buon Dio che non le era successo niente, è stata davvero una provvidenza, doveva cadere in terra, ma ci ha pensato l’angelo custode e l’hanno protetta le anime del purgatorio, cui rivolgo ogni giorno una preghiera per la piccina; io me la spiego così… Voi fatelo come vi pare!…”.

Alla fine della lettera mamma aggiungeva: “Ecco la piccina che mi passa la mano sulla faccia e mi abbraccia. Questa povera piccola non vuole lasciarmi mai, è sempre con me; le piace tanto andare in giardino, ma se io non ci sono non ci vuole restare e piange finché non  me la riportano…” . (Ecco il passo di un’altra lettera): “la piccola Teresa l’altro giorno mi chiedeva se sarebbe andata in Cielo. Le ho detto di sì, se diventava buona; e lei mi ha risposto: “Va bene, ma se non fossi proprio carina, allora andrei all’inferno… eppure lo so io quello che farei, volerei con te che sarai in Cielo, e il Buon Dio come farebbe a portami via?… Tu mi terresti forte nelle tue braccia? Ho visto dai suoi occhi che credeva davvero che il Buon Dio non le poteva fare niente se lei stava in braccio alla sua mamma…

Maria vuole molto bene alla sorellina, la trova proprio carina, e a ragione, perché la poverina ha tanta paura di darle dispiacere. Ieri ho voluto darle una rosa, sapendo che la facevo felice, ma lei mi ha implorato di non tagliarla, perché Maria glielo aveva proibito, era tutta rossa per l’emozione, e invece io gliene ho date due, ma lei non aveva coraggio di presentarsi in casa. Avevo voglia, io, a dirle che le rose erano mie, “ma no, diceva, sono di Maria…”. È una bambina che si emoziona subito. Appena ha fatto qualcosa che non va, lo debbono sapere tutti. Ieri aveva strappato, per sbaglio, un pezzetto della tappezzeria e faceva proprio pietà, poi ha voluto dirlo subito al Babbo; lui è arrivato quattro ore dopo, e nessuno ci pensava più, ma lei è andata subito a dire a Maria: “Dì subito a Papà che ho strappato la carta”. È come un delinquente che aspetta la sua condanna, ma nella sua testolina crede che se si accusa la perdoniamo più facilmente” .

Io volevo molto bene alla mia cara madonna. Senza parere stavo molto attenta a tutto quello che si faceva e si diceva intorno a me, mi sembra che vedevo le cose come ora. Ascoltavo con attenzione quello che Maria insegnava a Celina per fare come lei; quando lei è uscita dalla Visitazione, per avere il favore di poter stare in camera sua mentre faceva lezione a Celina mi comportavo sempre bene, e facevo tutto quello che voleva; e perciò lei mi riempiva di regali, che benché fossero di poco valore mi facevano tanto piacere.

Ero molto fiera delle mie due sorelle grandi, ma quella che era il mio ideale di bambina era Paolina… Quando cominciavo appena a parlare, e Mamma mi chiedeva

– “A che pensi?” – la risposta era sempre quella – “A Paolina!…”. Un’altra volta facevo scorrere il ditino sui vetri e dicevo – “Scrivo: Paolina!…”. Spesso sentivo dire che certamente Paolina si sarebbe fatta suora: e allora senza sapere neppure che voleva dire pensavo: “Anche io sarò suora. È uno dei (miei) * primi ricordi, e poi non ho più cambiato decisione!… Sei stata tu*  Madre mia cara, che Gesù ha scelto per fidanzarmi con Lui, tu non eri allora vicino a me, ma tra le nostre anime si era già creato un legame… tu eri il mio ideale, io volevo somigliarti ed è stato il tuo esempio che dall’età di due armi mi ha attirato verso lo Sposo delle vergini… Oh! quanti dolci pensieri vorrei confidarti! – Ma debbo continuare la storia del fiorellino, la storia completa e generale, perché se io * volessi parlare nei particolari del mio rapporto con “Paolina”, allora dovrei tralasciare tutto il resto!…

Anche la mia cara piccola Leonia aveva un posto grande nel mio cuore. Mi voleva molto bene, la sera era lei che mi sorvegliava mentre tutta la famiglia andava a passeggio… Mi pare ancora di sentire i ritornelli graziosi che mi cantava per farmi addormentare… cercava in ogni cosa il modo di farmi piacere e perciò mi sarebbe dispiaciuto tanto di darle qualche dolore.

Mi ricordo molto bene la sua prima comunione, e soprattutto del * momento in cui mi prese in braccio per farmi entrare con lei nel presbiterio; mi pareva davvero bello essere portata da una sorella più grande tutta ve­stita di bianco come me!… La sera mi misero a letto presto perché ero troppo piccola per partecipare alla cena di festa, ma vedo ancora Papà che al momento del dol­ce venne a portare alla sua reginetta qualche boccone della torta a più piani…

L’indomani, o qualche giorno dopo, siamo andate con mamma da una piccola amica di Leonia; credo che fu quel giorno che la nostra buona Mammina ci ha portate dietro un muro per farci bere un po’ di vino dopo il pranzo (che ci aveva servito la povera signora Dagorau) perché non voleva dispiacere a quella buona signora, ma voleva anche che non ci mancasse niente… Ah! Quanto è delicato il cuore di una Mamma, come sa tradurre la sua tenerezza in mille premure anticipate cui nessuno potrebbe pensare!

Mi manca soltanto, ora, di parlare della mia cara Celina, la piccola compagna della mia infanzia, ma i ricordi sono talmente tanti che non so proprio quali scegliere. Mi limiterò quindi a citare qualche passaggio delle lettere che mamma ti scriveva quando eri alla Visitazione, ma non copierò tutto, sarebbe troppo lungo… il 10 luglio 1873 (l’anno in cui sono nata) ecco quello che ti diceva – “La balia giovedì ha portato la piccola Teresa, e lei non ha fatto altro che ridere, le piaceva soprattutto la piccola Celina, con lei rideva forte forte; si direbbe che ha già voglia di giocare, e presto sarà il tempo, sta già in piedi sulle gambette, dritta come un piolo. Credo che presto camminerà e che avrà un bel carattere, sembra intelligentissima, e ha una bella faccia da predestinata…”.

Ma fu soprattutto quando dalla balia tornai a casa che mostrai il mio affetto per la mia cara piccola Celina. Noi ci intendevamo benissimo, solo che io ero più vivace, e molto meno ingenua di lei; avevo tre anni di meno, ma mi pareva di avere la stessa età.

Ecco un passo di una lettera di Mamma che ti farà capire quanto Celina era dolce e io invece ero birichina:

“La mia piccola Celina è portatissima alla virtù, è il sentire profondo del suo essere, ha un’anima candida e il male le fa orrore. Per la piccola curiosona, invece, non si capisce bene che ne sarà, così piccola e così scombinata com’è! Ha un’intelligenza superiore a Celina, ma è molto meno dolce e soprattutto è di una cocciutaggine quasi invincibile, quando dice “no” non c’è niente da fare, la puoi mettere un giorno in cantina, ma ci dormirebbe anche piuttosto che dire “si”…

“Tuttavia ha un cuore d’oro, è tenera e sincera; è proprio curioso vedermela correre appresso per farmi la sua confessione: – Mamma, ho dato una spinta a Celina, e l’ho anche picchiata una volta, ma non ricomincio più -(E questo vale per tutto quello che fa). Giovedì sera siamo andate a passeggiare dalla parte della stazione, e lei ha voluto entrare per forza nella sala d’aspetto per cercarvi Paolina, correva avanti con una gioia che era un piacere, ma quando si è accorta che dovevamo tornare a casa senza salire sul treno per andare a trovare Paolina, ha pianto per tutta la strada”

Queste ultime parole mi fanno ricordare la felicità che sentivo vedendoti tornare dalla Visitazione; tu, madre mia, mi prendevi in braccio e Maria prendeva in braccio Celina; allora ti facevo mille carezze e mi piegavo all’indietro per vedere la tua grande treccia… poi tu mi davi una tavoletta di cioccolata che avevi conservato per tre mesi. Pensa che reliquia era per me, quella!… Mi ricordo anche del viaggio a Le Mans, era la prima volta che andavo in treno. Che gioia vedermi in viaggio da sola con Mamma!… E tuttavia non ricordo più perché mi misi a piangere, e questa povera Mammina ha dovuto presentare alla zia di Le Mans una piccola bruttona tutta rossa per le lacrime sparse nel viaggio… Non ricordo nulla delle conversazioni in parlatorio, ma solo di quando la zia mi ha dato un sorcino bianco e un vassoio di cartone bristol pieno di caramelle, su cui troneggiavano due graziosi anelli di zucchero, grandi proprio come il mio dito; subito ho gridato – “che bellezza! c’è un anello anche per Celina”. E invece, che dolore! prendo il vassoio per un manico, do a Mamma l’altra mano e partiamo: fatto qualche passo guardo il vassoio e mi accorgo che le mie caramelle erano quasi tutte sparse per la strada, come i sassolini di pollicino… Guardo ancora meglio e vedo che uno degli anelli preziosi aveva fatto la stessa fine delle caramelle… Non avevo più niente da dare a Celina! E allora il mio dolore esplode, chiedo di tornare indietro, ma mamma non sembra accorgersene. Era troppo, e alle lacrime succedono gli strilli… Non riuscivo a capire che lei non condividesse la mia pena, e la cosa accresceva parecchio il mio dolore…

Ora torno alle lettere in cui mamma ti parla di Celina e di me, è il mezzo migliore per farti capire bene il mio carattere; ecco un passo in cui i miei difetti brillano di luce viva -: “Ecco Celina che si diverte con la piccola al gioco dei cubi, e ogni tanto litigano, Celina cede per avere una perla per la sua corona. Sono costretta a correggere la povera piccolina che ha delle furie da far spavento; quando le cose non vanno come le piace, si rotola per terra come una disperata perché tutto è perduto, ci sono momenti in cui l’emozione è più forte di lei, e quasi la soffoca. È una bambina nervosissima, e tuttavia è molto carina e molto intelligente, ricorda proprio tutto”.

Vedi, Madre mia, quanto ero lungi dall’essere una bambinetta senza difetti! Di me non si poteva neppure dire che “ero buona quando dormivo”, perché durante la notte ero ancora più irrequieta che di giorno, mandavo a spasso tutte le coperte e poi (mentre dormivo) davo tante botte contro il legno del mio lettino; mi svegliavo per il dolore e dicevo: – “Mamma, mi picchiano…”. La povera Mammina era costretta ad alzarsi e constatava che avevo davvero dei bernoccoli sulla fronte, e che ero picchiata;  mi copriva per bene, poi tornava a letto; ma dopo un minuto ricominciavo ad essere picchiata, al punto che lei fu costretta a legarmi nel letto. Tutte le sere la piccola Celina veniva a legarmi con tanti nodi che servivano ad impedire al diavoletto di picchiarsi e di svegliare la mamma; la cosa riuscì, e io ormai diventai saggia nel sonno… Ma c’è un altro difetto che avevo (da sveglia) di cui Mamma non parla nelle sue lettere, era un grande amor proprio. Per non farla troppo lunga te ne racconto solo due esempi. – Un giorno Mamma mi disse – “Teresina mia, se baci per terra ti do un soldo”. Per me un soldo era un patrimonio; per guadagnarmelo non dovevo abbassare la mia altezza  perché la mia piccola statura non metteva tanto spazio tra me e la terra, e tuttavia la mia fierezza si ribellò al pensiero di “baciare la terra” e io, tenendomi tutta dritta, risposi a Mamma – “Oh! no, Mammina, preferisco non avere soldi!…”.

Un’altra volta dovevamo andare dalla signora Monnier a Grogny. Mamma disse a Maria di mettermi il bel vestitino azzurro Cielo, con i merletti, ma di non lasciarmi la braccia scoperte, per non farmele abbronzare dal Sole. Io mi lasciai vestire con la tranquilla indifferenza che dovevano avere le bambine della mia età, ma dentro di me pensavo che sarei stata davvero più carina con le mie braccine nude.

Con una natura come la mia se fossi stata cresciuta da Genitori senza virtù, o anche se, come Celina, fossi stata viziata da Luisa, sarei diventata davvero cattiva e forse mi sarei perduta… Ma Gesù vegliava sulla sua piccola fidanzata. Egli ha voluto che tutto si volgesse al bene, anche i suoi difetti, corretti fino dall’inizio, che le sono serviti a salire nella perfezione… Avevo proprio tanto amor, ma anche tantoamore  del bene,  non appena ho cominciato a pensare sul serio (e lo ho fatto davvero da piccola) bastava che qualcuno mi dicesse che qualcosa non era bene, e mi passava subito la voglia di farmelo dire un’altra volta… Vedo con piacere nelle lettere di Mamma che crescendo le davo maggiori consolazioni. Non vedendo attorno a me che buoni esempi volevo naturalmente seguirli. Ecco quello che lei scriveva nel 1876 – “Ed eccoci a Teresa, che talvolta vuole anche lei fare fioretti. È una bambina incantevole, fine come l’ombra, vivacissima, ma il suo cuore è sensibile, Celina e lei si vogliono molto bene, e a stare in due non si annoiano mai; Celina ogni giorno, dopo pranzo va a prendere il suo galletto, poi di Colpo acchiappa anche la gallina di Teresa, che io non riesco mai a prendere, mentre lei è così rapida che la prende al primo tentativo: poi vanno tutte e due a sedersi accanto al fuoco e così si divertono per tanto tempo. (Era la Rosina che mi aveva regalato la gallina e il galletto, e io avevo regalato il galletto a Cellina). L’altro giorno Celina era venuta a letto con me, e Teresa si era messa a dormire sul letto di sopra, quello di Celina; aveva pregato Luisa di farla scendere per vestirla. Luisa sale a cercarla e trova il letto vuoto. Teresa aveva sentito Celina ed era scesa con lei. E allora Luisa le ha detto: “- Tu non vuoi più venire giù per vestirti?”. – “Oh no!, mia povera Luisa, noi siamo come i due polletti, nessuno può separarci!”. E dicendo così si abbracciavano e si stringevano a vicenda… Alla sera, poi, Luisa, Celina e Leonia sono partite per andare al circolo cattolico ed hanno lasciato la povera Teresa che capiva bene di essere troppo piccola per andare anche lei, e diceva: – “Mi basta soltanto che mi mettiate a dormire nel letto di Celina!…”. E invece no, non le è stato concesso… lei non ha detto niente, ed è rimasta sola con il suo lumetto, e dopo un quarto d’ora dormiva profondamente…”

Un altro giorno Mamma scriveva ancora: “Celina e Teresa sono inseparabili, non ci sono due bambine che si vogliono più bene; quando Maria cerca Celina per farle fare i compiti, la povera Teresa è una lacrima sola. Ahimè che le deve capitare, la sua piccola amica va via!… Maria allora ne ha pietà, la porta con loro, e questa povera piccola si mette seduta su una sedia per due o tre ore; le danno le perline da infilare o un po’ di stoffa da cucire, e lei non ha il coraggio di muoversi e spesso manda dei sospironi così. Quando l’ago scappa dal filo cerca di infilarlo di nuovo, ed è curioso vedere che non ci riesce e non vuole disturbare Maria; presto compaiono sulle sue guance due lacrimoni… Maria, allora, la consola subito, infila l’ago di nuovo e il povero angioletto sorride tra le lacrime…”.

Mi ricordo che sul serio non potevo stare senza Celina, preferivo andare via dalla tavola senza aver finito il dolce piuttosto che non andarle appresso, quando lei si alzava. Mi agitavo sulla mia grossa seggiola, chiedevo che mi facessero scendere e poi ce ne andavamo insieme a giocare; qualche volta andavano con la piccola “prefetta”, e la cosa mi piaceva molto per il giardino e per i giocattoli che ci faceva vedere, ma veramente io ci andavo piuttosto per fare piacere a Celina, perché avrei preferito restare nel nostro piccolo giardino a grattare i muri, toglievamo infatti tutte le pietruzze che brillavano e poi andavamo a venderle a Papà, che molto seriamente ce le comprava.

Alla domenica, poiché ero troppo piccola per andare alle funzioni, Mamma restava con me; ero buona, e cam­minavo quasi in punta di piedi, durante la messa; ma appena vedevo aprirsi la porta allora era uno scoppio di gioia incredibile; correvo davanti alla mia Sorellina bella che allora era “vestita a festa come una cappella”… e le dicevo: “Oh! mia piccola Celina, dammi subito il pane benedetto!”. Talora non ne aveva, perché era arrivata tardi… Come rimediare, allora? Per me era impossibile farne a meno, quella era la “mia messa”… Trovammo presto il rimedio. – “Non hai pane benedetto, e allora fallo tu!”. Detto e fatto, Celina prende una sedia, va alla madia, prende il pane, ne stacca un boccone e molto seriamente ci recita su un’Ave Maria, poi me lo presenta ed io, fatto con lei il segno della Croce, lo mangio con grande devozione, trovando che ha proprio il sapore del pane benedetto… Spesso insieme facevamo le conferenze spirituali;  eccone un esempio che prendo dalle lettere di Mamma – “Le nostre due care piccoline Celina e Teresa sono angeli di benedizione, piccole nature angeliche. Teresa fa la gioia, la felicità di Maria e la sua gloria, è da non crederci quanto ne va fiera. È vero che ha certe risposte che alla sua età sono rare, dando dei punti a Celina che ha il doppio della sua età. Celina l’altro giorno diceva: – “Ma come può essere che il buon Dio sta dentro un’ostia così piccola?”. La piccina ha detto:  “Non è poi così strano giacché il buon Dio è onnipotente”. – “E che vuol dire Onnipotente?”. – “Ma è che può fare tutto quello che Lui vuole!…”.

Un giorno Leonia, pensando di essere troppo grande per giocare con la bambola venne a trovare noi due con un cesto pieno di vestitini e di pezzi di stoffa per farne altri; sopra a tutto ci aveva disteso la sua bambola.

– “Prendete, sorelline, ci disse, scegliete, io vi regalo tutto”. Celina allungò la mano e prese un po’ di merletti che le piacevano. Dopo un momento di riflessione anche io ho allungato la mano, ma dissi: “Io scelgo tutto!” e presi il cesto senza fare complimenti; i presenti trovarono la cosa giustissima, Celina stessa non si sognò di lamentarsene (del resto non le mancavano proprio, i giocattoli, il suo padrino la riempiva di regali e Luisa trovava il modo di darle tutto quello che voleva).

Questo aneddoto della mia infanzia è come il riassunto di tutta la mia vita; poi, quando mi è comparsa davanti la perfezione, ho capito che per diventare una santa dovevo soffrire molto, cercare sempre il più perfetto e dimenticare me stessa; ho capito che nella perfezione c’erano molti gradini, e che ogni anima era libera di rispondere agli inviti di Nostro Signore, di fare poco o molto per Lui, in una parola di scegliere  tra i sacrifici che Lui chiede. E allora, come in quei giorni della mia piccola infanzia, ho esclamato: “Mio Dio, “io scelgo tutto”. Io non voglio essere una santa a metà, non mi spaventa la prospettiva di soffrire per te, ho paura di una sola cosa, di conservare la mia volontà, prenditela, perché “Io scelgo tutto” quello che tu vuoi!…”.

Debbo fermarmi, non debbo ancora parlarti della mia giovinezza, ma del piccolo Folletto di quattro anni. Mi ricordo un sogno che feci verso questa età, e che si è profondamente impresso nella mia immaginazione. Una notte ho sognato che uscivo per andare a passeggiare da sola in giardino. Giunta in fondo agli scalmi che occorreva salire per arrivarci, mi sono fermata, piena di spavento. Davanti a me, vicino al pergolato, c’era un barile di calce e sul barile ho visto due brutti piccoli diavoletti che ballavano con un’agilità sorprendente, malgrado avessero ai piedi come dei ferri da stiro; improvvisamente mi hanno fissata con gli occhi di fiamma e contemporaneamente, sembrandomi ancora più spaventati di me, sono saltati giù dal barile e si sono andati a nascondere nella stireria di fronte. Vedendoli così poco coraggiosi volli vedere che avrebbero fatto, e mi sono avvicinata alla finestra. I poveri diavoletti stavano lì, correvano sui tavoli e non sapevano che fare per scappare al mio sguardo; ogni tanto si avvicinava no alla finestra, guardavano preoccupati se ero ancora li e vedendomi ricominciavano a correre come disperati. – Senza dubbio questo sogno non ha niente di straordinario, e tuttavia credo che il Buon Dio ha permesso che me ne ricordi per provarmi che un’anima in stato di grazia non ha nulla da temere dai demoni, che sono dei fifoni, capaci di fuggire di fronte allo sguardo di una bambina…

Ed ecco un altro passo che trovo nelle lettere di Mamma. Questa povera Mammina già presentiva la fine del suo esilio: “Le due piccole non mi preoccupano, stanno così bene insieme, sono di natura squisita, sicuramente saranno buone. Maria e tu potrete educarle a puntino. Celina non fa mai uno sbaglio apposta. Anche la piccola sarà buona, non direbbe una bugia per tutto l’oro del mondo, ha una presenza di spirito come non ne ho mai visto a nessuna di voi.  L’altro giorno con Celina e Luisa stava dal pizzicagnolo e parlava delle sue pratiche di pietà, discuteva a voce alta con Celina; la padrona del negozio ha detto a Luisa: “Ma allora che cosa vuol dire, quando gioca nel giardino e non la si sente parlare che delle sue pratiche? La signora Gaucherin allunga il collo fuori dalla finestra per cercare di capire che significa questa discussione sulle pratiche…”. Questa povera piccolina è la nostra felicità, sarà buona, si vede già il seme; non parla che del buon Dio, non mancherebbe mai di dire le sue preghiere. Vorrei che tu la vedessi raccontare le sue favolette, mai ho visto una scena così graziosa, trova spontaneamente l’espressione e il tono giusti, ma soprattutto quando dice: – “Piccola bimba con la testa bionda, dove credi che sta il buon Dio?”. Quando arriva a: – “Lui sta lassù nel Cielo blu”, alza lo sguardo con una faccia da angelo: non si smetterebbe mai di farglielo dire per quanto è bello, c’è qualcosa di così celestiale nel suo sguardo che ne restiamo rapiti!…”

O Madre mia! Come ero felice, a quell’età! Cominciavo già a gioire della vita, la virtù aveva per me tutte le attrattive e mi pare che avevo la stessa disposizione che ho ora, quando ho un grande dominio sulle mie azioni.

– Ah! come sono passati velocemente gli anni pieni di sole della mia fanciullezza, ma che impronta dolce hanno lasciato nella mia anima! Mi ricordo con gioia i giorni in cui papà ci portava alla villetta, i particolari più piccoli si sono incisi nel mio cuore… Mi ricordo soprattutto le passeggiate della Domenica quando mamma ci accompagnava sempre… Sento ancora le impressioni profonde, e poetiche che nascevano nell’anima mia alla vista dei campi di grano smaltati dai fiordalisi e dai fiori di campo. Già amavo le lontananze.. Lo spazio e gli abeti giganteschi con i rami che toccavano terra lasciavano nel mio cuore un ‘impressione simile a quella che provo ancora oggi di fronte alla natura… Spesso durante queste lunghe passeggiate trovavamo dei poveri ed era sempre la piccola Teresa che aveva l’incarico di portare loro l’elemosina, essendone molto felice; ma spesso Papà, trovando che la strada era troppo lunga, per la sua reginetta, la riportava prima delle altre a casa (con suo grande dispiacere). Allora per consolarla Celina riempiva di margheritine il suo bel cestino e quando tornava gliele regalava, ma ahimè! la povera nonna trovava che la nipotina ne aveva troppe e così gliene prendeva una buona parte per la sua Madonnella… La cosa non piaceva alla piccola Teresa, ma lei si guardava bene dal dirlo, perché aveva preso la buona abitudine di non lamentarsi mai, anche quando le toglievano il suo, o quando era accusata ingiustamente, preferiva tacere e non scusarsi, e non era un suo merito, ma virtù di natura… Che peccato che quella buona disposizione sia sparita!…

Oh! veramente allora tutto mi sorrideva sulla terra: io trovavo fiori sotto ogni mio passo e anche il mio carattere felice contribuiva a rendermi la vita gradevole, ma stava per cominciare un nuovo periodo, per l’anima mia, dovevo passare per il crogiolo della prova e soffrire fino dall’infanzia per poter essere al più presto offerta a Gesù. Come i fiori della primavera cominciano a germogliare sotto la neve e sbocciano poi ai primi raggi del Sole, anche il piccolo fiore di cui scrivo i ricordi ha dovuto attraversare l’inverno della prova…

Tutti i particolari della malattia di mammina nostra sono ancora qui, dentro il mio cuore, mi ricordo soprattutto le ultime settimane passate da lei sulla terra; Celina e io eravamo come due povere piccole in esilio, ogni mattina la signora Leriche veniva a prenderci e passavamo tutto il giorno da lei. Un giorno non avevamo avuto tempo di dire le preghiere, prima di partire con lei, e Celina mi sussurrò: “Bisogna dirglielo che non abbiamo detto le preghiere?…”. – “Oh! sì” le risposi; e allora lei lo ha detto timidamente alla signora Leriche, e quella ci ha risposto – “Va bene, figliette mie, le direte dopo”, e poi, dopo averci portate tutte e due in una grande camera se n’è andata… Allora Celina mi ha guardata e abbiamo esclamato *: “Ah! non è proprio come Mamma… Lei ce le faceva dire sempre, le nostre preghiere!…”. Mentre giocavamo con gli altri bambini ci seguiva sempre il pensiero della nostra Mammina; una volta che a Celina avevano regalato una bella albicocca lei si chinò verso di me e mi disse: “Non la mangiamo, la regalerò a Mamma”. Purtroppo questa povera Mammina era già troppo malata per mangiare i frutti della terra, non si sarebbe più saziata che in Cielo con la gloria di Dio e avrebbe bevuto con Gesù il vino misterioso di cui Egli parlò durante l’ultima Cena, quando disse che ne avrebbe fatto parte con noi nel regno del Padre suo.

Il rito commovente dell’estrema unzione si è proprio impresso nell’animo mio; vedo ancora il posto dove ero, accanto a Celina, eravamo tutte e cinque in fila per ordine d’età, e il povero Bambino era li con noi, e singhiozzava…

Il giorno stesso, o all’indomani della partenza di Mamma, papà mi prese in braccio dicendomi: – Vieni ad abbracciare per l’ultima volta la tua povera Mammina”. E io in silenzio ho accostato le mie labbra alla fronte della mia amata Madre… Non mi ricordo di aver pianto tanto, non parlavo a nessuno dei profondi sentimenti che provavo… Guardavo ed ascoltavo in silenzio… nessuno aveva il tempo di occuparsi di me e perciò vedevo tante cose che avrebbero voluto nascondermi; una volta ero proprio davanti al coperchio della bara… mi sono fermata parecchio tempo a guardarlo, non ne avevo mai visto, e tuttavia capivo tutto… ero così piccola che malgrado la bassa statura di Mamma ero costretta ad alzare la testa per vedere la parte superiore del coperchio, che mi pareva molto grande… molto triste.. Quindici anni dopo mi trovai davanti ad un altro coperchio di bara, quella di Madre Geneviève, era grande come quello di mamma e mi parve di essere ancora bambina!… Mi tornarono insieme tutti i miei ricordi, era la stessa piccola Teresa che guardava, ma era diventata grande, e il coperchio della bara le pareva piccolo, non aveva più bisogno di alzare la testa per guardarlo; non la alzava più, la testa, che per guardare il Cielo che le sembrava davvero felice, perché tutte le sue prove avevano trovato fine e l’inverno dell’anima sua era passato per sempre…

Il giorno in cui la Chiesa benedisse le spoglie mortali della nostra piccola Mamma del Cielo, il buon Dio volle darmene un’altra sulla terra, e volle che me la scegliessi in libertà. Eravamo tutte e cinque assieme, e c’era anche Luisa, che vedendo Celina e me, disse, guardandoci con tristezza: “Povere piccole, non avete più la Mamma!…”. Allora Celina si gettò tra le braccia di Maria dicendo – “E allora! sarai tu Mamma”. Io ero abituata a fare come lei, e tuttavia mi sono girata verso di te, Madre mia, e come se il futuro fosse già senza veli mi sono gettata tra le tue braccia esclamando: “Allora anche io! È Paolina che sarà Mamma mia!”

A LISIEUX.  I BUISSONNETS.

Come ho detto sopra, da questo momento della mia vita ho dovuto entrare nel secondo periodo della mia esistenza, il più doloroso dei tre, soprattutto dopo l’ingresso al Carmelo di quella che avevo scelta come seconda “Mamma”. Questo periodo va dai miei quattro anni e mezzo fino ai quattordici, quando ho ritrovato la mia indole di bambina pur entrando nel periodo maturo della vita.

Debbo dirti, Madre mia, che dopo la morte di Mamma il mio carattere felice cambiò completamente; io, così vivace, così estroversa, divenni timida e dolce, e sensibile all’estremo. Uno sguardo mi bastava per farmi sciogliere in lacrime, nessuno doveva occuparsi di me e io ero contenta, non potevo sopportare la compagnia di estranei e ritrovavo la mia gioiosità solo nell’intimità della famiglia… E tuttavia continuavo ad essere circondata dalla più delicata tenerezza. Il cuore così tenero di Papà aveva sommato all’amore che già era suo anche un amore davvero materno!… Tu, Madre mia, e Maria non eravate forse per me le madri più tenere, e le più generose?… Ah! Se il Buon Dio non avesse prodigato i suoi raggi benefici al suo piccolo fiore, mai ella avrebbe potuto acclimatarsi sulla terra, era ancora troppo debole per sopportare piogge e tempeste, aveva bisogno di calore, di una dolce rugiada e delle brezze di primavera:

ebbene, mai venne a mancare di tutti questi doni, Gesù glieli ha fatti trovare, anche sotto la neve della prova!

Quando lasciammo Alencon non ho avvertito alcun dolore, i bambini amano i cambiamenti e perciò venni a Lisieux con piacere. Mi ricordo il viaggio, l’arrivo serale dalla zia, vedo ancora Giovanna e Maria che ci aspettavano sulla porta… Ero felicissima di avere cuginette così graziose, le amavo molto come amavo la zia e soprattutto lo zio, però lui mi faceva paura e con lui non mi sentivo a mio agio come ai Buissonnets, là la mia vita era davvero felice… Dal mattino tu venivi vicino a me, mi chiedevi se avevo donato il cuore al Buon Dio, poi mi vestivi parlandomi di Lui e poi, vicino a te, dicevo le preghiere. Dopo veniva la lezione di lettura, la prima parola che sono stata capace di leggere fu questa: “Cielo”. La mia madrina ebbe l’incarico delle lezioni di scrittura e tu, Madre mia, di tutte le altre: non avevo proprio una grande facilità di imparare, ma avevo tanta memoria. il catechismo e soprattutto la storia sacra erano le materie preferite, li studiavo con gioia, e invece la grammatica spesso mi ha fatto piangere… Ricordati il maschile e il femminile!

Appena avevo finito l’ora di scuola salivo al belvedere portando a papà il quaderno con i voti. Ero proprio felice quando gli potevo dire: “Ho preso 5 su tutto, e per prima me l’ha detto Paolina!…”. Quando ero io a chiederti se avevo 5 su tutto e tu mi dicevi di sì, per me valeva meno; tu mi davi anche dei punti premio, e quando ne avevo messi insieme abbastanza venivo compensata con un giorno di vacanza. Mi ricordo che i giorni di vacanza mi parevano molto più lunghi degli altri che la cosa ti faceva piacere, perché dimostrava che noi mi piaceva stare in ozio. Ogni pomeriggio andavo a far mi una passeggiatina con papà: insieme facevamo la visita al Santissimo, cercando ogni giorno in una nuova chiesa, e così sono entrata per la prima volta nella cappella del Carmelo, papà mi fece vedere la grata del coro, dicendomi che là dietro c’erano le suore. Ero ben lontana dal pensare che nove anni dopo sarei stata con loro!…

Dopo la passeggiata (durante la quale papà mi com­prava sempre un regalino da uno o due soldi) tornavo a casa; allora facevo i compiti e per il tempo che restava saltellavo in giardino attorno a papà, perché non sapevo  giocare con le bambole. Per me era una grande gioia preparare tisane con sementi e scorze di albero che trovavo per terra, poi le portavo a papà in una bella tazzina, e questo povero babbino lasciava ciò che stava facendo e poi sorridendo faceva mostra di bere. Prima di ridarmi la tazzina mi chiedeva (come per caso) se bisognava buttarne via il contenuto; qualche volta dicevo di si, ma più spesso mi riprendevo la mia preziosa tisana, perché volevo riutilizzarla… Mi piaceva coltivare i miei fiorellini nel giardino che Papà mi aveva regalato; mi divertivo a costruire altarini nella rientranza che era in mezzo al muro; quando avevo finito correvo da Papà e tirandolo gli dicevo di chiudere gli occhi e di non aprirli che al momento in cui glielo avrei ordinato io, lui faceva tutto quello che volevo e si lasciava portare nel mio giardinetto, e allora io gridavo:

“Papà, apri gli occhi!”. Lui li apriva e si mostrava estasiato per farmi piacere, ammirando quello che io credevo un capolavoro!… Non la finirei mai se volessi raccontare nuovi episodi di questo tipo che mi si affollano alla memoria… Ah! come potrei ridire tutte le tenerezze che “Papà” prodigava alla sua reginetta”. Ci sono cose che il cuore sente, ma che la parola, e anche il pensiero non riescono ad esprimere…

Per me quelli erano giorni belli, quando il mio “amato re” mi portava a pescare con lui, mi piacevano davvero la campagna, i fiori e gli uccelli! Talvolta cercavo di pescare con la mia piccola lenza, ma preferivo di solito andarmi a mettere seduta da sola sull’erba fiorita, e allora i miei pensieri erano proprio profondi, e senza sapere cosa fosse meditare la mia anima si immergeva in una vera orazione… Sentivo i rumori lontani… il mormorio del vento e anche la musica indefinita dei soldati di cui mi arrivava il suono mi immalinconivano dolcemente il cuore… La terra mi pareva un luogo d’esilio, e sognavo il Cielo… Un pomeriggio passava veloce, presto bisognava rientrare ai Buissonnets, ma prima di andare io prendevo la merenda che mi ero portata nel cestino; la bella tartina con la marmellata che tu mi avevi preparato aveva cambiato faccia: invece dei colori vivi vedevo solo una povera tinta rosa, vecchia e raggrinzita… e allora la terra mi pareva ancora più triste e capivo che solo in Cielo la gioia non avrebbe avuto nubi… A proposito delle nubi, mi ricordo che un giorno il bel Cielo blu dalla campagna ne fu tutto coperto e che presto si scatenò il temporale, i lampi squarciavano le nuvole scure ed ho visto da vicino cadere un fulmine: invece di essere terrorizzata, ero affascinata, mi pareva che il Buon Dio fosse vicinissimo!… Papà non era assolutamente contento come la sua reginetta, non che avesse paura del temporale, ma l’erba e le grandi margherite (più alte di me) scintillavano di pietre preziose, dovevamo attraversare molti prati prima di trovare un sentiero, e il mio paparino, per paura che i diamanti inondassero la sua figliolina, la prese sulle spalle nonostante dovesse portare già le sue lenze.

Durante le passeggiate che facevo con papà, a lui piaceva farmi portare l’elemosina ai poveri che incontravamo; un giorno ne vedemmo uno che si trascinava a fatica sulle grucce, mi avvicinai per dargli un soldo, ma lui, non trovandosi abbastanza povero da chiedere l’elemosina, mi guardò con un sorriso triste e rifiutò di prendere la mia offerta. Non posso dire quello che sentii nel cuore, avrei voluto consolarlo, dargli sollievo; e invece pensavo che gli avevo dato un dolore, e senza dubbio il povero infermo capì il mio pensiero, perché lo vidi voltarsi e sorridermi. Papà mi aveva appena comprato un dolce, e io avrei davvero voluto darglielo, ma non osai, e tuttavia volevo dargli qualcosa che non avrebbe potuto rifiutarmi, perché provavo per lui una fortissima simpatia, e allora mi ricordai di aver sentito dire che il giorno della prima comunione si poteva ottenere tutto quello che si chiedeva; questo pensiero mi consolò e benché non avessi ancora che sei anni, mi dissi: “Pregherò per il mio povero il giorno della mia prima comunione”. Cinque anni dopo ho mantenuto la mia promessa e spero che il Buon Dio abbia esaudito la preghiera che Lui mi aveva inspirato di rivolgerGli per una delle sue membra sofferenti…

Amavo davvero il Buon Dio e molto spesso gli donavo il mio cuore servendomi della breve giaculatoria che mamma mi aveva insegnata, e tuttavia un giorno, o meglio una sera del bel mese di Maggio commisi una colpa che vale davvero la pena di raccontare, mi offri una grande occasione di umiliarmi e credo di averne avuto una contrizione perfetta. – Poiché ero troppo piccola per andare alla funzione del mese di Maggio restavo a casa con Vittoria e facevo con lei le mie devozioni davanti al mio piccolo mese di Maria che avevo preparato a modo mio; era tutto così piccolo: candelieri e vasi da fiori, che due fiammiferi-candela lo illuminavano alla perfezione; talvolta Vittoria mi faceva la sorpresa di darmi due pezzetti di stoppino, ma era una cosa rara. Una sera tutto era pronto per cominciare la preghiera, e io le dissi: “Vittoria, vuole cominciare il ricordatevi, io intanto accendo”. Lei intanto fece la mossa di cominciare, ma non disse nulla, e mi guardava ridendo; io che vedevo i miei preziosi fiammiferi consumarsi velocemente la supplicai di dire la preghiera, e lei continuò a tacere: allora alzandomi cominciai a dirle a voce alta che era davvero cattiva, e uscendo dalla mia abituale dolcezza battevo il piede con tutte le forze… La povera Vittoria non aveva più voglia di ridere, mi guardò sorpresa e mi fece vedere lo stoppino che mi aveva portato… dopo aver versato lacrime di rabbia mi toccò versarne altre di sincero pentimento, con il proposito fermo di non ricominciare mai più!…

Un’altra volta me ne capitò un’altra, sempre con Vittoria ma di quella non mi sono pentita, perché conservai perfettamente la calma. – Volevo un calamaio che stava sul camino della cucina; essendo troppo piccola per prenderlo, chiesi molto gentilmente a Vittoria di darmelo, ma lei rifiutò dicendomi di salire su una sedia. Presi una sedia senza fiatare, ma pensando che lei non era davvero cortese, e volendoglielo far capire cercai nella mia testolina la cosa che mi offendeva di più; spesso lei, quando era stufa di me, mi diceva: “mocciosetta”, e la cosa mi umiliava parecchio. Allora prima di saltare giù dalla mia sedia mi girai tutta impettita e le dissi:

“Vittoria, siete una mocciosa!”. Poi mi salvai, lasciandola a meditare la parola profonda che le avevo rivolta… il risultato non si fece attendere, subito sentii che strillava: “Signorina Mari… Teresa m’ha appena detto che sono una mocciosa! Maria venne e mi fece chiedere scusa, ma io lo feci senza contrizione, trovando che dal momento che Vittoria non aveva voluto allungare il suo lungo braccio per farmi un piccolo servizio, meritava sul serio il titolo di mocciosa … Tuttavia lei mi voleva molto bene e gliene volevo anche io; un giorno mi salvò da un grave pericolo in cui ero caduta per colpa mia. Vittoria stava stirando con accanto un secchio pieno d’acqua, io la guardavo dondolandomi (era una mia abitudine) su una sedia, e improvvisamente la sedia mi mancò e caddi, ma non per terra, bensì in fondo al secchio  I piedi mi toccavano la testa e riempivo il secchio come un pulcino riempie il suo uovo!… La povera Vittoria mi guardava enormemente sbalordita, non avendo mai visto una cosa simile. Avevo voglia a uscire al più presto dal mio secchio, ma era impossibile, la prigione era così perfetta che non potevo fare nessun movimento. Con un po’ di fatica mi salvò dal mio grande pericolo, ma non salvò il mio vestito e tutto il resto, al punto che fu costretta a cambiarmi, perché ero bagnata fradicia.

Un’altra volta caddi nel camino, ma per fortuna il fuoco non era acceso. Vittoria non ebbe altro incomodo che quello di tirarmi su e di scuotere la cenere di cui ero piena. Tutte queste avventure mi capitavano di mercoledì, quando tu eri a canto, con Maria. Fu ancora un mercoledì che il sig.r Ducellier venne in visita. Vittoria gli aveva detto che in casa non c’era nessuno salvo la piccola Teresa, e lui entrò nella cucina per vedermi e guardò i miei compiti; io ero molto fiera di ricevere il mio confessore, perché poco tempo prima mi ero confessata per la prima volta. Per me un ricordo molto dolce!…

O Madre mia cara! con quale cura mi avevi preparata! dicendomi che non ad un uomo, ma al Buon Dio io andavo a dire i miei peccati; io ne ero davvero persuasa e così feci la mia confessione con un grande spirito di fede e ti chiesi persino se non dovessi dire al Sig. Ducellier che lo amavo con tutto il mio cuore giacché nella sua persona io avrei parlato al Buon Dio…

Istruita per bene su tutto ciò che dovevo dire e fare, entrai nel confessionale e mi misi in ginocchio, ma aprendo lo sportellino il Sig. Ducellier non vide nessuno, ero così piccola che la mia testa arrivava sotto alla tavoletta su cui si appoggiano le mani, e allora mi disse di restare in piedi; obbedii subito, e mi alzai girandomi proprio davanti a lui per vederlo bene, feci la mia confessione come una ragazza grande e ricevetti la sua benedizione con grande devozione,  perché tu mi avevi detto che in quel momento le lacrime del bambino Gesù  avrebbero purificato l’anima mia. Mi ricordo che la prima esortazione che egli mi rivolse mi invitò soprattutto alla devozione verso la Santa Vergine e io mi ripromisi di raddoppiare in tenerezza per lei. Uscendo dal confessionale ero così contenta e così leggera che mai avevo sentito tanta gioia nell’anima. Dopo sono ritornata a confessarmi ad ogni grande festa ed era sempre una festa vera per me ogni volta che ci andavo.

Le feste!…ah! quanti ricordi solleva questa parola!… Le feste le amavo tanto!… Sapevi spiegarmi così bene, Madre mia cara, tutti i misteri nascosti sotto ciascuna di esse che per me erano veramente giorni di Cielo. Amavo soprattutto le processioni del Santo Sacramento, che gioia spargere fiori sotto i passi del Buon Dio!… ma prima di lasciarli cadere io li tiravo più in alto che potevo e non ero mai così felice come quando vedevo le mie rose sfogliate toccare l’ostensorio santo…

Le feste! Ah! se quelle grandi erano rare, ogni settimana ne portava una carissima al mio cuore: “La Domenica!”. Che giornata quella della Domenica!… Era la festa del Buon Dio, la festa del riposo. Prima me ne restavo a nanna  più a lungo che negli altri giorni e poi mamma Paolina vezzeggiava la sua figliolina, portandole la sua cioccolata tra le piume, poi la vestiva come una piccola regina… La Madrina veniva a fare i riccioli alla figlioccia che non sempre era buona quando le tiravano i capelli, ma poi era contentissima di andare a prendere la mano del suo Re che, in quel giorno, l’abbracciava ancora più teneramente che al solito, e poi tutta la famiglia usciva per andare a Messa. Lungo il cammino e anche nella chiesa la piccola “Regina di Papà” gli dava la mano, il suo posto era accanto a lui e quando eravamo obbligati a scendere per la predica bisognava trovare ancora due sedie una accanto all’altra. Non era difficile, tutti parevano trovare così carino il vedere un Vegliardo così bello con una figlia così piccola  che si scansavano per dar loro il posto. Mio zio che si trovava nei banchi dei sagrestani si rallegrava tutto a vederci arrivare, e diceva che io ero il suo piccolo raggio di Sole… Io non mi curavo di essere guardata, ascoltando con molta attenzione le prediche che tuttavia non capivo granché; la prima predica che ho capito, e che mi ha profondamente toccata fu una predica sulla Passione del Sig. Ducellier e poi capii tutte le altre prediche. Quando il predicatore parlava di Santa Teresa papà si piegava e mi diceva a voce bassa: “Ascolta bene, piccola regina mia, si parla della tua Santa Patrona”. Ascoltavo davvero bene, io, ma guardavo più spesso Papà che il predicatore, e la sua bella faccia mi diceva tante cose!… Talora i suoi occhi si riempivano di lacrime, che si sforzava invano di trattenere, sembrava già non appartenere più alla terra, tanto l’anima sua amava immergersi nelle verità eterne… Tuttavia la sua corsa era ben lungi dall’essere terminata, dovevano scorrere lunghi anni prima che il bel Cielo si aprisse davanti ai suoi occhi incantati e prima che il Signore asciugasse le lacrime del suo buono e fedele servitore!…

Ma ecco che torno alla mia giornata della Domenica. Questa felice giornata che passava così rapida aveva anche il suo tocco di melanconia.  Mi ricordo che la mia felicità era senza ombre fino a compieta: durante questa preghiera pensavo che il giorno del riposo stava per finire… che all’indomani bisognava ricominciare la vita, lavorare, imparare le lezioni, e il mio cuore sentiva l’esilio della terra… sospiravo pensando al riposo del Cielo, alla Domenica senza tramonto della Patria!….Anche le passeggiate che facevamo prima di rientrare ai Buissonnets lasciavano nell’anima mia un sentimento di tristezza; allora la famiglia non era più al completo perché per fare piacere allo Zio Papà lasciava da lui, alla sera di ogni Domenica o Maria o Paolina; se restavo anche io ero proprio contenta. Preferivo così piuttosto che essere invitata da sola, perché in questo modo si badava di meno a me. il mio più grande piacere consisteva nel sentire tutto quello che lo Zio diceva, ma non mi piaceva quando mi rivolgeva le sue domande, e avevo proprio paura quando mi metteva su un solo ginocchio e cantava Barbablù con voce formidabile… Con grande piacere vedevo Papà che ci veniva a riprendere. E tornando a casa guardavo le stelle che brillavano dolcemente e questa vista mi rapiva… C’era soprattutto un gruppo di perle d’oro che io notavo con gioia trovando che era a forma di una T (pressappoco così “), lo facevo vedere a Papà dicendogli che il mio nome era scritto nel Cielo e poi, non volendo vedere niente della terra vile, gli chiedevo di farmi da guida; allora alzavo la mia testolina verso l’aria, senza neppure guardare dove mettevo i piedi, e non mi stancavo di contemplare l’azzurro stellato!…

Cosa potrei raccontare delle veglie d’inverno, soprattutto di quelle della Domenica? Ah! quanto mi era dolce dopo la partita a dama sedermi con Celina sulle ginocchia di Papà… Con la sua bella voce lui cantava cose che riempivano l’anima di pensieri profondi… oppure, dondolandoci con dolcezza, recitava poesie piene di verità eterne… Poi salivamo al piano di sopra, per fare la preghiera comune e la reginetta era tutta sola con il suo Re, e non doveva che guardarlo per sapere come pregano i Santi… Alla fine venivamo in ordine di età a dire buonasera a papà e a ricevere il suo bacio della buona­notte; la regina era naturalmente l’ultima, e il re, per baciarla la prendeva per le trecce e lei gridava forte:

“Buonasera Papà, buonanotte, dormi bene”, tutte le sere era lo stesso ritornello… Poi la mia mammina mi prendeva in braccio e mi portava nel letto di Celina, e allora dicevo: “Paolina, è vero che oggi sono stata proprio buona?… È vero che gli angioletti voleranno attorno a me?”. La risposta era sempre sì, altrimenti avrei passato tutta la notte a piangere… Dopo avermi abbracciato, con la mia cara Madrina, Paolina tornava giù e la povera piccola Teresa restava tutta sola al buio; aveva voglia ad immaginarsi gli angioletti che le volavano intorno, la paura la prendeva subito, le tenebre le incutevano timore, perché dal suo letto non vedeva le stelle che dolcemente brillavano…

Considero una vera grazia di essere stata abituata da te, Madre mia amata, a vincere le mie paure; qualche volta mi hai mandato sola, alla sera, a cercare qualcosa in una stanza lontana; se non fossi stata educata. così bene sarei diventata paurosissima, e invece ora sono una che è davvero difficile spaventare… Qualche volta mi chiedo come hai potuto educarmi con tanto amore e tanta delicatezza senza viziarmi, giacché la realtà è che tu non mi perdonavi nessuna imperfezione, mai mi rimproveravi senza ragione, eppure mai tornavi su una cosa che avevi deciso; lo sapevo così bene, io, che non avrei nè potuto nè voluto fare un passo se tu me lo avessi vietato, lo stesso Papà era costretto ad adattarsi alle tue decisioni, senza il consenso di Paolina non uscivo neppure a passeggio e quando Papà mi diceva di andare io rispondevo: “Paolina non vuole”; allora lui veniva a chiederti grazia per me, qualche volta per fargli piacere Paolina diceva sì, ma la piccola Teresa vedeva molto bene dalla faccia che la cosa non era gradita, e allora si metteva a piangere senza tregua fino al momento in cui Paolina non diceva sì e l’abbracciava di buon grado!

Quando la piccola Teresa stava male, e la cosa capitava ad ogni inverno, non si può immaginare la tenerezza materna con cui era curata. Paolina la faceva mettere nel suo letto (un favore senza pari) e poi le dava tutto quello di cui aveva bisogno. Un giorno Paolina tirò fuori da sotto una traversina un bel temperino tutto suo e dandolo alla sua figlietta la lasciò immersa in una gioia indescrivibile: – “Ah! Paolina, esclamò, tu mi vuoi così bene che ti privi per me del tuo bel temperino con una stella di madreperla?… Ma allora, poiché mi vuoi tanto bene, sarai disposta a sacrificare il tuo orologio per impedirmi di morire”…?. – “Non solo per impedirti di morire ti regalerò il mio orologio, ma anche solo per vederti guarita presto ci rinuncio subito”. Sentendo queste parole di Paolina, il mio sbalordimento e la mia riconoscenza erano tali che non li posso esprimere… D’estate talvolta avevo dolori al cuore. Paolina mi curava ancora con tenerezza; per farmi divertire, e la cosa era la cura migliore, mi faceva fare il giro del giardino in carriola e poi, facendomi scendere, metteva al posto mio un bel mazzetto di margheritine e lo portava con ogni cura fino al mio giardino dove lo sistemava in pompa magna…

Era Paolina quella che riceveva tutte le mie confidenze intime, e che risolveva tutti i miei dubbi… Una volta mi meravigliavo che il Buon Dio non desse gloria eguale in Cielo a tutti gli eletti, e manifestavo il timore che non tutti fossero felici; allora Paolina mi disse di andare a cercare il grande “boccale di Papà” e di metterlo vicino al mio piccolo ditale, poi di riempirli ambedue d’acqua, e mi chiese quale fosse più pieno. Le dissi che erano pieni allo stesso modo e che era impossibile metterci più acqua di quanta ne potevano contenere. La mia amata Madrina allora mi fece capire che in Cielo il Buon Dio darà ai suoi eletti tanta gloria quanta ne potranno portare e che così l’ultimo non avrà alcunché da invidiare al primo. Così, mettendo alla mia portata i segreti più alti, Madre mia, tu sapevi dare alla mia anima il nutrimento che le serviva…

Con quale gioia vedevo ogni anno arrivare la distribuzione dei premi!… Come sempre, anche in quel caso si salvava la giustizia e non avevo che i premi meritati; sola sola, in mezzo davanti alla nobile assemblea, sentivo leggere la mia sentenza dal “Re di Francia e di Navarra”; il cuore mi batteva forte forte mentre ricevevo i premi e la corona… per me era come un’immagine del giudizio!… Subito dopo la premiazione, la Reginetta si levava l’abito bianco, e poi ci si sbrigava a vestirla per farle prendere parte nella grande recita!…

Ah! Che gioia in queste feste di famiglia… Come ero lontana, allora, vedendo il mio caro Re così raggiante, dal prevedere le prove che lo avrebbero visitato!…

E tuttavia un giorno il Buon Dio mi fece vedere, in una visione davvero straordinaria, l’immagine viva della prova che la sua volontà ci avrebbe messo davanti.

Papà era in viaggio da parecchi giorni, e dovevano ancora passarne due per il suo ritorno. Potevano essere le due o le tre del pomeriggio, il sole brillava con luce viva e tutta la natura pareva in festa. Ero sola alla finestra della mansarda che dava sul giardino grande; guardavo davanti a me, con la mente piena di pensieri allegri, quando vidi, davanti alla lavanderia che mi stava proprio di fronte, un uomo vestito proprio come Papà, con la stessa statura e lo stesso passo, soltanto che era molto più curvo… La testa era coperta di una specie di grembiule dal colore smorto e così non gli potevo vedere la faccia. Portava un cappello come quelli di Papà. Lo vidi avvicinarsi con passo regolare, lungo il mio giardinetto… Subito sentii come una paura soprannaturale che mi invadeva l’anima, ma in un attimo pensai che certamente Papà era tornato e che si nascondeva per farmi una sorpresa; allora gridai forte, con voce che tremava per l’emozione: – “Papà, Papà!…”. Ma il misterioso personaggio continuò il suo passo regolare, senza neppure girarsi, come se non mi avesse sentito; seguendolo con lo sguardo lo vidi dirigersi verso il boschetto che tagliava in due il viale grande, e mi aspettavo di vederlo riapparire dall’altra parte dei grandi alberi, ma la visione profetica era svanita!… Tutto era durato un attimo, ma si è impresso così profondamente nel mio cuore che ancora oggi, dopo 15 anni… il ricordo è così presente come se ne avessi ancora davanti agli occhi la visione…

Maria era con te, Madre mia, nella camera accanto a quella dove ero io; sentendomi chiamare Papà, ebbe un ‘impressione di paura, avvertendo, me l’ha detto dopo, che stava accadendo qualcosa di straordinario; senza mostrarmi l’emozione accorse accanto a me, chiedendomi come mi saltava in testa di chiamare Papà che era ad Alencon; io allora le raccontai quello che avevo appena visto. Per tranquillizzarmi mi disse che senz’altro era Vittoria che per farmi paura si era nascosta la testa con il suo grembiule, ma Vittoria, interrogata, assicurò che non si era mossa dalla cucina; del resto ero davvero sicura di aver visto un uomo, e che quest’uomo aveva il portamento di Papà, e allora andammo tutte e tre dietro il gruppo di alberi, ma non avendo trovato traccia del passaggio di qualcuno, tu mi dicesti di non pensarci più…

Non pensarci più non potevo proprio, spessissimo la fantasia mi ripresentava la scena misteriosa che avevo visto… spessissimo ho cercato di togliere quel velo che me ne nascondeva il significato, perché in fondo al cuore conservavo la convinzione profonda che questa visione aveva un significato che un giorno mi si doveva svelare… Quel giorno si è fatto attendere tanto, ma dopo 14 anni il Buon Dio ha Egli stesso strappato il velo misterioso.

Mentre ero in licenza con Suor Maria del Sacro Cuore, parlavamo come sempre delle cose dell’altra vita e dei nostri ricordi d’infanzia, quando le ricordai la visione che avevo avuta all’età di 6 o 7 anni; improvvisamente, mentre le ricordavo i particolari di quella strana scena, ne abbiamo capito insieme il significato… Avevo visto proprio Papà, che veniva avanti incurvato dall’età… Era proprio lui, e aveva sul suo viso venerabile, sulla sua testa diventata bianca, il segno della sua gloriosa prova… Come il Volto Adorabile di Gesù che fu velato durante la Passione, così il volto del suo servo fedele doveva essere velato nei giorni dei suoi dolori, per poter risplendere nella Celeste Patria accanto al suo Signore, il Verbo Eterno!… È proprio dall’interno della sua ineffabile gloria, mentre regnava in Cielo, che il nostro amato Padre ci ha ottenuto la grazia di capire la visione che la sua reginetta aveva avuto ad un’età in cui l’illusione non si deve temere. Dall’interno della gloria egli ci ha ottenuto questa dolce consolazione che è stata di capire che 10 anni prima della sua grande prova il Buon Dio ce la faceva già vedere, come un Padre fa vedere ai suoi figli il futuro glorioso che egli prepara loro e si compiace a guardare in anticipo le ricchezze senza prezzo che saranno la loro eredità…

Ah! Perché proprio a me il Buon Dio ha dato questa illuminazione? Perché ha fatto vedere ad una figlia così piccola una cosa che non poteva capire, una cosa che, se l’avesse capita, l’avrebbe fatta morire di dolore, perché?… Qui c’è senza dubbio uno di quei misteri che capiremo in Cielo e che costituirà la nostra eterna meraviglia!…

Quanto è buono il Buon Dio!… come adatta le prove alle forze che ci dà. Mai, come ho detto, avrei potuto sopportare neppure il pensiero delle amare pene che il futuro mi riservava… Non potevo neppure pensare senza fremere che Papà poteva morire… Una volta era salito su una scala e poiché me ne stavo proprio lì sotto egli gridò: “Fatti più in là, povera piccola mia, se cado giù ti schiaccio”. Sentendo quelle parole provai come una ribellione interna, e invece di spostarmi mi incollai ancora di più alla scala pensando: “Almeno se Papà cade non avrò il dolore di vederlo morire, perché morirò con lui!”. Non posso dire quanto volevo bene a Papà, ammiravo tutto di lui; quando mi spiegava i suoi pensieri (come se fossi stata una figlia grande) gli dicevo ingenuamente che sicuramente, se avesse detto quelle cose ai grandi uomini del governo, lo avrebbero portato via per farlo Re e allora la Francia sarebbe stata felice come mai prima… Ma in fondo ero contenta (e me lo rimproveravo come fosse un pensiero egoista) del fatto che ero la sola a conoscere bene Papà, perché se fosse diventato Re di Francia e di Navarra sapevo che sarebbe stato infelice perché questo è il destino di tutti i monarchi e soprattutto non sarebbe stato più il mio Re, di me sola!…

Avevo 6 o 7 anni quando Papà ci portò a Trouville. Mai dimenticherò l’impressione che mi fece il mare, non potevo fare a meno di guardarlo senza posa; la sua maestà, il muggito delle onde, tutto parlava all’anima mia della Grandezza e della Potenza del Buon Dio. Mi ricordo che durante la passeggiata che facemmo sulla spiaggia, un Signore e una Signora mi guardarono mentre correvo con gioia attorno a Papà e avvicinandosi gli chiesero se ero sua figlia, dicendo che ero proprio una figliolina graziosa. Papà rispose loro di si, ma mi accorsi che fece segno di non farmi dei complimenti… Era la prima volta che sentivo dire che ero graziosa, e la cosa mi fece piacere, perché non lo pensavo proprio; tu ci mettevi tanta attenzione, Madre mia cara, a non lasciarmi niente che avrebbe potuto appannare la mia innocenza, a non lasciarmi sentire soprattutto alcuna parola che poteva far penetrare la vanità nel mio cuore. Poiché non davo importanza che alle parole tue e di Maria (e mai da voi mi era stato fatto un solo complimento), io non detti molto peso alle parole e agli sguardi ammirati della signora. Alla sera, all’ora in cui il sole pare bagnarsi nell’immensità delle onde e lascia davanti a sé una scia luminosa, mi andai a sedere su uno scoglio, tutta sola con Paolina… Allora mi rivenne in mente la storia commovente della “Scia d’oro!…” . Guardai a lungo questa scia luminosa, immagine della grazia che illumina il cammino che il piccolo vascello dalla bianca vela deve percorrere… Vicino a Paolina, decisi risolutamente di non allontanare mai la mia anima dallo sguardo di Gesù, perché essa possa navigare in pace verso la Patria dei Cieli!…

ALUNNA ALL’ABBAZIA. MALATTIA E GUARIGIONE

La mia vita scorreva tranquilla e felice, l’affetto di cui ero circondata ai Buissonnets mi faceva crescere, ma ero senza dubbio già grande a sufficienza per cominciare a lottare, per cominciare a conoscere il mondo e le miserie di cui è pieno…

Avevo otto anni e mezzo quando Leonia usci dal pensionato, ed io presi il suo posto all’Abbazia 3S. Ho spesso sentito dire che il tempo passato al pensionato è il migliore e il più dolce della vita, ma per me non è stato così, i cinque anni che vi ho passato sono stati i più tristi della mia vita; se non avessi avuto con me la mia amata Celina non avrei potuto restarci neppure un mese senza ammalarmi… il povero piccolo fiore era stato abituato ad immergere le sue fragili radici in una terra scelta, fatta proprio per lei, e perciò gli pareva duro vedersi in mezzo a fiori di ogni specie, con le radici talora davvero poco delicate, ed essere obbligata a trovare in una terra comune la linfa necessaria alla sua sopravvivenza…

Tu mi avevi così ben educata, Madre mia cara, che arrivando al pensionato ero più avanti di tutte le bambine della mia età; mi misero in una classe in cui tutte erano più grandi di me e una, che aveva tra i 13 e i 14 anni, era poco intelligente, ma si sapeva imporre alle alunne, ed anche alle maestre. Vedendomi così piccola, ma quasi sempre prima della classe e coccolata da tutte le suore, ne ricavò una gelosia senza dubbio perdonabile ad una cresciuta al pensionato, e mi fece pagare in mille modi i miei piccoli trionfi…

Con la mia natura timida e delicata non sapevo difendermi e mi accontentavo di piangere senza dire niente, e senza lamentarmi neppure con te di quello che dovevo soffrire, ma non avevo sufficiente virtù per innalzarmi al di sopra di queste miserie della vita e il mio povero cuoricino soffriva molto… Per fortuna ogni sera ritrovavo il focolare paterno, e allora il mio cuore rifioriva, saltavo sulle ginocchia del mio Re, gli raccontavo i voti che avevo preso e il suo bacio mi faceva dimenticare tutte le mie pene… Con che gioia proclamavo il risultato del mio primo tema (un tema di Storia Sacra), mi mancava un Solo punto per il massimo dei voti, perché non avevo saputo il nome del padre di Mosè. Ero perciò la prima e avevo preso una bella medaglia d’argento. Per ricompensarmi Papà mi regalò una bella monetina da quattro soldi che misi in una scatola e che fu destinata ad accogliere quasi ogni Giovedì una moneta nuova, sempre della stessa grandezza… (dentro questa scatola andavo a pescare quando per la questua delle grandi feste volevo dare l’elemosina prendendola dalla mia borsa, per la Propagazione della Fede o  per altre opere simili). Paolina, incantata per i successi della sua piccola alunna, le regalò un bel cerchietto per incoraggiarla a continuare a studiare per bene. La povera piccola aveva davvero bisogno di queste gioie di famiglia, senza le quali la vita del pensionato le sarebbe pesata troppo.

Il pomeriggio di ogni giovedì era vacanza, ma non era come le vacanze di Paolina, non ero al belvedere con Papà… Non dovevo giocare con la mia Celina, e quando ero proprio sola con lei mi piaceva tanto, ma con le mie cuginette e con le piccole Maudelonde, cosa che mi procurava una vera pena, perché non sapevo giocare come le altre bambine, non ero una compagna gradevole, e tuttavia facevo del mio meglio per imitare le altre senza riuscirci e mi annoiavo parecchio, soprattutto quando bisognava passare tutto un pomeriggio a ballare le quadriglie. L’unica cosa che mi piaceva era andare nel giardino della stella, allora ero la prima in tutto, coglievo fiori a volontà e sapevo trovare i più belli, suscitando l’invidia delle mie compagnette…

Mi piaceva anche quando restavo per caso da sola con la piccola Maria, quando non aveva più Celine Maudelonde che l’obbligava ai soliti giochi, lei mi lasciava libera di scegliere e io sceglievo un gioco del tutto nuovo: Maria e Teresa diventavano due eremite, con solo una piccola capanna, un piccolo campo di grano e qualche pianta di legumi da coltivare. La loro vita scorreva in una continua contemplazione, e cioè una delle eremite prendeva il posto dell’altra all’orazione quando ci si doveva occupare della vita attiva. Tutto avveniva con un’intesa, un silenzio e con modi così devoti che era perfetto. Quando la Zia veniva a prenderci per la passeggiata il nostro gioco continuava anche per la strada. Le due eremite dicevano insieme il rosario, contando sulle loro dita per non offrire la loro devozione agli occhi del pubblico indiscreto, e tuttavia un giorno l’eremita più piccola lo dimenticò: avendo ricevuto un dolcetto per la merenda, prima di mangiarlo si fece un gran segno di croce, e tutti i profani del mondo si misero a ridere…

Maria e io eravamo sempre dello stesso parere, avevamo gli stessi gusti al punto che una volta la nostra unione di volontà passò i limiti. Tornando una sera dall’Abbazia, io dissi a Maria: “Portami tu, io chiudo gli occhi”. – “Anche io voglio chiuderli, mi rispose”. Detto fatto, senza discutere ciascuna fece quello che aveva deciso… Eravamo in un sentiero, non c’era da aver paura delle vetture; dopo una bella passeggiata di qualche minuto, avendo assaporato la delizia di camminare alla cieca, le due piccole eremite senza criterio andarono a cadere insieme su alcune casse che erano davanti all’ingresso di un negozio, o piuttosto le fecero cadere. Il negoziante usci fuori inferocito per tirare su le sue cose, le due volontarie cieche si erano alzate da sole e scappavano a grandi passi, con gli occhi apertissimi, e dovevano ascoltare i giusti rimproveri di Giovanna, che era arrabbiata come il negoziante!… Fu così che per punirci quella decise di separarci e da quel giorno Maria e Celina andarono insieme mentre io dovetti fare la strada con Giovanna. La cosa mise fine alla nostra eccessiva unione di volontà e non fu un male per le più grandi che invece non erano mai dello stesso parere e litigavano lungo tutta la strada. E così la pace fu completa.

Non ho ancora detto niente dei miei intimi rapporti con Celina, ah! se dovessi raccontare tutto, non arriverei mai alla fine…

A Lisieux i ruoli erano cambiati, era Celina che era diventata un cattivo diavoletto mentre Teresa era solo una bambinetta dolcissima, ma che piangeva troppo… Ciò non impediva che Celina e Teresa si volessero sempre più bene; talora c’era qualche piccola discussione, ma non era una cosa grave e al fondo loro avevano sempre lo stesso parere. Posso dire che mai la mia amata sorellina mi ha dato un dolore, ma che essa è stata per me come un raggio di sole, rallegrandomi e consolandomi sempre… Chi potrà raccontare con quale coraggio mi difendeva all’Abbazia, quando qualcuno mi accusava?… Si prendeva tanta cura della mia salute che talora la cosa mi dava persino fastidio. Quello che non mi dava mai fastidio era guardarla mentre si divertiva; metteva in fila tutta la squadra delle nostre bambolette e faceva loro lezione come un’abile maestra, solo lei aveva cura che le sue figlie fossero sempre sagge, mentre le mie spesso erano cacciate fuori per la loro cattiva condotta… Mi raccontava tutte le cose nuove che imparava a scuola, divertendomi molto, e io la guardavo come un pozzo di scienza. Mi avevano dato il soprannome di: “figlietta di Celina”, e così quando era arrabbiata con me il più grande segno di scontentezza era dirmi: “Tu non sei più la mia figlietta, è finita, me lo ricorderò per sempre!…”. Allora non potevo far altro che piangere come una Maddalena, pregandola di conservarmi ancora come una figlietta, e presto lei mi abbracciava e mi prometteva che non si ricordava più nulla!… Per consolarmi prendeva una delle sue bambole e le diceva:

“Mia cara, abbraccia tua zia”. Una volta la bambola fu così svelta ad abbracciarmi teneramente che mi infilò le sue due braccine nel naso… Celina, che non l’aveva fatto apposta, mi guardò tutta sorpresa, con la bambolina attaccata al naso; la zia fece presto a respingere gli abbracci troppo teneri della nipote e si mise a ridere con tutto il cuore per quest’accidente così singolare.

La cosa più divertente era vederci insieme al bazar, mentre compravamo i regali, ce li nascondevamo con cura a vicenda. Con 10 soldi da spendere dovevamo prendere almeno 5 o 6 cose diverse e facevamo la gara a chi comprava le cose più belle. Felici dei nostri acquisti aspettavamo con impazienza il primo giorno dell’anno per poterci fare i nostri magnifici regali. Quella che si svegliava per prima si affrettava ad augurare all’altra il buon anno, e poi ci scambiavamo i regali e ciascuna era in estasi per i tesori regalati con 10 soldi!…

Questi regalini ci facevano piacere quanto le belle strenne dello zio, e del resto non era altro che l’inizio delle gioie. Quel giorno ci vestivamo subito subito e ciascuna stava in campana per saltare al collo di Papà; appena usciva dalla sua camera erano strilli di gioia per tutta la casa e questo povero Paparino sembrava felice di vederci così contente… Le strenne che Maria e Paolina regalavano alle loro figlioline non erano di grande valore, ma facevano loro davvero un grande piacere… Ah! Il fatto è che a quell’età non eravamo disilluse, l’anima nostra si apriva come un fiore felice di ricevere la rugiada del mattino… Lo stesso soffio di vento faceva dondolare le nostre corolle e quello che dava gioia o dolore a una faceva insieme lo stesso all’altra. Si, le nostre gioie erano comuni, e io l’ho sperimentato davvero nel bel giorno della prima Comunione della mia amata Celina. Non andavo ancora all’Abbazia, perché avevo ancora solo sette anni, ma ho conservato nel mio cuore il dolcissimo ricordo della preparazione che tu, Madre cara, hai fatto fare a Celina; ogni sera la mettevi sulle tue ginocchia e le parlavi della grande azione che si pre­parava a fare; io ascoltavo desiderosa di prepararmi anch’io, ma spessissimo tu mi dicevi di andare via perché ero troppo piccola, e allora il mio cuore si faceva grosso grosso e pensavo che quattro anni non erano poi troppi per prepararsi a ricevere il Buon Dio…

Una sera ti ho sentito dire che dal momento della prima Comunione bisognava cominciare una vita nuova, e subito ho deciso di non aspettare quel giorno, ma di cominciarne una insieme a Celina… Mai avevo sentito così tanto che l’amavo come lo sentii durante il suo ritiro di tre giorni: per la prima volta ero lontana da lei, non dormivo nel suo letto… Il primo giorno, avendo dimenticato che non sarebbe tornata, avevo conservato un mazzetto di ciliege che Papà mi aveva comprato per mangiarlo con lei, e non vedendola arrivare provai tanta tristezza. Papà mi consolò dicendomi che il giorno dopo mi avrebbe portato all’Abbazia per vedere la mia Celina e che avrei potuto regalarle un altro mazzetto di ciliege!… il giorno della 1° Comunione di Celina mi lasciò un’impressione simile a quello della mia; svegliandomi al mattino, sola sola nel lettone, mi sentii inondata di gioia. “È oggi!… Un grande giorno è arrivato…” non smettevo di ripetere queste parole. Mi pareva che ero io che stavo per fare la Comunione. Credo che quel giorno ho ricevuto delle grazie così grandi che lo considero come uno dei più belli della mia vita…

Sono ritornata un po’ indietro per richiamare questi ricordi dolci e deliziosi, ora debbo parlare della prova dolorosa che venne a spezzare il cuore della piccola Teresa, quando Gesù le rapì la sua cara mamma, la sua Paolina così teneramente amata!…

Un giorno, avevo detto a Paolina che volevo essere eremita, andarmene con lei in un deserto lontano, e lei mi aveva risposto che il mio desiderio era anche il suo e che lei avrebbe aspettato che io fossi abbastanza grande per partire. Senza dubbio la cosa non l’aveva detta sul serio, ma la piccola Teresa l’aveva presa sul serio; e così fu proprio grande il suo dolore, quando un giorno sentì la sua cara Paolina parlare con Maria del suo prossimo ingresso al Carmelo!… Non sapevo cosa fosse il Carmelo, ma capivo che Paolina mi avrebbe lasciata per entrare in un convento, capivo che non mi avrebbe aspettato e che stavo per perdere la mia seconda Madre!… Ah! Come dire l’angoscia del mio cuore? In un attimo capii cosa era la vita; fino allora non l’avevo vista così triste, ma allora mi apparve in tutta la sua realtà, vidi che non era altro che una sofferenza ed una separazione continua. Versai lacrime molto amare, perché non capivo ancora la gioia del sacrificio, ero debole, così debole che penso sia stata una grande grazia l’aver potuto sopportare una prova che pareva davvero al di sopra delle mie forze!… Se avessi saputo con tutte le cautele della partenza della mia cara Paolina forse non avrei sofferto così tanto, ma avendolo saputo di colpo fu come se una spada si fosse conficcata nel mio cuore…

Mi ricorderò sempre, Madre mia cara, con quale tenerezza mi hai consolata… Poi mi hai spiegato la vita del Carmelo che mi parve davvero bella! Riandando dentro di me a tutto quello che tu mi avevi detto io sentì che il Carmelo era il deserto in cui il Buon Dio voleva che anche io andassi a nascondermi… Lo sentii con tanta forza che non ebbi neppure il minimo dubbio nel mio cuore; non era un sogno di bambina che si lascia trascinare, ma la certezza di una chiamata Divina; io volevo andare al Carmelo non per Paolina ma per Gesù solo… Pensai molte cose che le parole non possono rendere, ma che lasciarono nell’anima mia una grande pace.

Il giorno dopo confidai il mio segreto a Paolina che vedendo nei miei desideri la volontà del Cielo mi disse che presto sarei andata con lei a trovare la Madre Priora del Carmelo e che bisognava dirle quello che il Buon Dio mi faceva sentire… Per questa visita solenne fu scel­ta una Domenica, e il mio imbarazzo fu grande quando seppi che Maria G doveva stare con me, essendo ancora abbastanza piccola per vedere le carmelitane; dovevo in ogni caso trovare il modo di restare sola, ed ecco la trovata cui pensai: dissi a Maria che avendo il privilegio di vedere la Madre Priora, bisognava essere gentili ed educatissime, e per questo dovevamo confidarle i nostri segreti, perciò a turno bisognava uscire un momento e lasciare l’altra tutta sola. Maria si fidò della mia parola, e malgrado la sua ritrosia a confidare segreti che lei non aveva noi restammo sole, una dopo l’altra, con nostra Madre. Avendo ascoltato le mie grandi confidenze Madre Maria di Gonzaga credette alla mia vocazione, ma mi disse che non si accoglievano postulanti di 9 anni e che sarebbe stato necessario aspettare che ne avessi 16… Io mi rassegnai malgrado il mio vivo desiderio di entrare al più presto possibile e di fare la mia 1a Comunione il giorno della Vestizione di Paolina… Fu quel giorno che ho ricevuto per la seconda volta dei complimenti. Suor Teresa di S. Agostino, essendo venuta a vedermi, non poté fare a meno di dire che ero proprio graziosa… io non pensavo davvero di venire al Carmelo per ricevere elogi, e così dopo il colloquio in parlatorio non ho smesso di ripetere al Buon Dio che volevo essere carmelitana per Lui, e per Lui solo.

Io ho cercato di approfittare al meglio della mia amata Paolina in quelle settimane in cui rimase ancora nel mondo; ogni giorno, Celina ed io le compravamo un regalo e dei dolci, pensando che ben presto non ne avrebbe mangiati più; eravamo sempre vicine a lei e non le lasciavamo neppure un minuto di respiro. E alla fine il 2 Ottobre arrivò, giorno di lacrime e di benedizioni in cui Gesù colse il primo dei suoi fiori, quella che doveva essere la madre di coloro che l’avrebbero raggiunta pochi anni dopo.

Vedo ancora il posto in cui ho ricevuto l’ultimo bacio di Paolina, e poi la Zia ci portò tutte a messa mentre Papà saliva sulla montagna del Carmelo per offrire il suo primo sacrificio… Tutta la famiglia era in lacrime, e così vedendoci entrare in chiesa la gente ci guardava con meraviglia, ma non me ne importava nulla e la cosa non m’impediva di piangere, credo che se tutto il mondo mi fosse crollato accanto non lo avrei degnato di uno sguardo, guardavo il Cielo blu e mi meravigliavo che il Sole potesse risplendere con tanta luce, mentre l’anima mia era inondata di tristezza!… Forse, Madre mia cara, tu trovi che io esageri il dolore che provai?… Mi rendo conto che non avrebbe dovuto essere così grande, perché avevo la speranza di ritrovarti al Carmelo; ma l’anima mia era lontana dall’essere matura, dovevo passare per molte prove prima di toccare il traguardo tanto desiderato…

il giorno fissato per il rientro all’Abbazia era il 2 Ottobre, e perciò mi toccò andarci, malgrado la tristezza… Al pomeriggio la Zia venne a prenderci per andare al Carmelo e io vidi la mia cara Paolina dietro le grate… Ah! quanto ho sofferto in quel parlatorio del Carmelo! Giacché scrivo la storia dell’anima mia, debbo dire tutto alla mia Madre cara, e confesso che le sofferenze che avevano preceduto il suo ingresso non sono state nulla al confronto di quelle che sono venute dopo… Tutti i Giovedì andavamo con tutta la famiglia al Carmelo ed io, abituata a starmene cuore a cuore con Paolina, strappavo a fatica due o tre minuti alla fine del parlatorio, e beninteso li passavo a piangere, poi me ne andavo con il cuore straziato… Non capivo che tu rivolgevi di preferenza la parola a Giovanna e a Maria per delicatezza verso la Zia, piuttosto che parlare con le tue figliette… non capivo proprio e nel fondo del cuore mi dicevo:

“Paolina è perduta per me!!!”. È sorprendente vedere quanto il mio spirito si sviluppò immerso nella sofferenza; si sviluppò al punto che io non tardai ad ammalarmi.

La malattia che mi prese veniva sicuramente dal demonio, furioso per il tuo ingresso al Carmelo, egli volle vendicarsi su di me del torto che la nostra famiglia gli avrebbe fatto in futuro, ma non sapeva che la dolce Regina del Cielo vegliava sul suo fragile fiorellino, che gli sorrideva dall’alto del suo trono e si preparava a far cessare la tempesta nel momento in cui il suo fiore stava per spezzarsi senza rimedio…

Verso la fine dell’anno fui presa da un continuo mal di testa che tuttavia non mi faceva quasi alcun dolore, potevo continuare a studiare e nessuno si preoccupava di me, la cosa durò fino alla festa di Pasqua del 1883.

Papà era andato a Parigi con Maria e Leonia, e la Zia mi prese a casa sua con Celina. Una sera lo Zio mi chiamò vicino a lui, e mi parlò di Mamma, dei ricordi del passato, con una bontà di cui fui profondamente toccata e che mi fece piangere; allora egli disse che io ero troppo sensibile, che dovevo distrarmi molto e decise con la zia di farci divertire per le vacanze di Pasqua. Quella sera dovevamo andare al circolo cattolico, ma la zia, pensando che io fossi troppo stanca, mi portò a dormire; mentre mi spogliavo mi prese uno strano tremore, e credendo che avessi freddo la Zia mi avvolse nelle coperte con le bottiglie calde, ma nulla riuscì a placare la mia agitazione che durò quasi tutta la notte. Lo zio, al ritorno dal circolo cattolico con le mie cugine e con Celina, fu molto sorpreso nel trovarmi in quello stato, che giudicò grave, ma non volle dirlo per non allarmare la zia. L’indomani andò dal dr. Notta che fu anche lui del parere dello Zio: avevo una malat­tia molto grave che non aveva mai toccato una bambina così giovane. Tutti erano costernati, e la Zia fu costretta a tenermi a casa con lei, e mi curò con sollecitudine davvero materna. Quando Papà tornò da Parigi con le mie sorelle più grandi, Amata li accolse con una faccia così addolorata che Maria pensò che fossi morta… Ma questa malattia non era per la mia morte, era piuttosto, come quella di Lazzaro, perché Dio fosse glorificato. Lo fu davvero, grazie alla ammirevole rassegnazione del mio povero Babbino che pensò che “la sua figliolina sarebbe diventata pazza oppure che sarebbe morta”. Lo fu anche per la rassegnazione di Maria!… Ah! quanto ha sofferto per causa mia… quanto le sono riconoscente delle cure che mi ha prodigato con tanto disinteresse… il cuore le dettava quello di cui avevo bisogno e veramente un cuore di Madre è molto più saggio di quello di un medico, sa indovinare quello che è adatto alla malattia della figlia…

La povera Maria fu costretta a venire ad abitare dallo Zio, perché allora era impossibile portarmi ai Buissonnets. E tuttavia si avvicinava la vestizione di Paolina; davanti a me evitavano di parlarne, sapendo il dolore che provavo per non poterci andare, ma io ne parlavo spesso dicendo che sarei stata abbastanza bene per andare a vedere la mia amata Paolina. – E in realtà il Buon Dio non volle negarmi questa consolazione o piuttosto volle consolare la sua amata Fidanzata che aveva tanto sofferto per la malattia della sua figliolina… Ho notato che Gesù non vuole che le sue figliette soffrano nel giorno del loro fidanzamento, la festa deve essere senza nuvole, come un anticipo delle gioie del Paradiso, non lo ha forse mostrato già per 5 volte?… Dunque, io ho potuto abbracciare la mia Madre cara, sedermi sulle sue ginocchia e coprirla di carezze… Ho potuto vederla così affascinante, sotto la sua veste di Fidanzata… Ah! che bel giorno fu, quello, in mezzo alla mia prova oscura, ma passò presto… Fui costretta ben presto a risalire nella carrozza che mi portò tanto lontana da Paolina… tanto lontana dal mio amato Carmelo. Arrivando ai Buissonnets mi misero a letto mio malgrado, perché assicuravo di essere perfettamente guarita e di non aver più bisogno di cure. Purtroppo ero ancora solo all’inizio della mia prova!… L’indomani fui ripresa come lo ero stata prima e la malattia si fece così grave che secondo i calcoli umani non avrei dovuto guarire… Non so come descrivere una malattia così strana, adesso sono convinta che era opera del demonio, ma per tanto tempo dopo la guarigione ho creduto che avevo fatto finta di essere ammalata e la cosa fu un vero martirio, per l’anima mia…

Lo dissi a Maria, che mi rassicurò meglio che poté con la sua solita bontà, lo dissi in confessione e anche li il mio confessore cercò di tranquillizzarmi, dicendo che non era possibile aver finto di essere ammalata fino al punto in cui io lo ero stata. il Buon Dio che senza dubbio voleva purificarmi e soprattutto umiliarmi mi lasciò questo intimo martirio fino al mio ingresso al Carmelo, dove il Padre delle anime nostre mi tolse tutti i miei dubbi come con una mano e da allora sono perfettamente tranquilla.

Non è per niente sorprendente che io abbia temuto di esser apparsa ammalata senza esserlo davvero, perché dicevo e facevo cose che non pensavo, quasi sem­pre apparivo in delirio, pronunciavo parole che non ave­vano significato e tuttavia sono sicura di non essere mai, neppure per un istante solo, rimasta priva dell’uso della ragione… Parevo spesso stordita, non facevo neppure il più piccolo movimento, e allora mi sarei lasciata fare tutto quello che si voleva, anche se mi avessero uccisa, e tuttavia sentivo tutto quello che si diceva intorno a me e mi ricordo ancora di tutto…

Una volta mi è capitato di stare per tanto tempo senza poter aprire gli occhi e di aprirli un attimo mentre ero sola…

Io credo che il demonio aveva ricevuto un potere esterno su di me, ma che non poteva accostarsi all’anima mia nè al mio spirito, se non per mettermi dentro dei terrori così grandi, per certe cose, per esempio per delle medicine semplicissime che invano si cercava di farmi prendere. Ma se il Buon Dio permetteva al demonio di avvicinarsi a me mi mandava anche degli angeli visibili… Maria era sempre accanto al mio letto, mi curava e mi consolava con la tenerezza di una Madre, non mostrava mai anche la minima noia e tuttavia le davo molto fastidio, perché non volevo che si allontanasse da me. E tuttavia era necessario che andasse a mangiare con Papà, ma io non smettevo di chiamarla per tutto il tempo in cui era via e Vittoria, che mi custodiva era talora costretta ad andare a cercare quella che io chiamavo la mia cara “Mama”… Quando Maria voleva uscire bisognava che la cosa avvenisse per andare a Messa o da Paolina, e allora io non dicevo niente…

Lo Zio e la Zia erano altrettanto buoni, con me; la mia cara piccola Zia veniva ogni giorno a trovarmi e mi portava mille leccornie. Anche altri amici della famiglia vennero a trovarmi, ma io pregavo Maria di dire loro che non volevo visite; non mi piaceva “vedere gente seduta attorno al mio letto come cipolle in fila a guardarmi come un animale strano”. La sola visita che amavo era quella dello Zio e della Zia.

Dopo questa malattia non saprei dire quanto aumentò il mio affetto per loro, capii più che mai che non erano per me come dei parenti qualsiasi. Ah! il povero Babbino aveva davvero ragione quando ci ripeteva spesso le parole che ho appena scritte. Più tardi sperimentò egli stesso che non si era sbagliato ed ora deve proteggere e benedire quelli che si sono presi cura di lui con tanta generosità… Io sono ancora in esilio e non sapendo dimostrare la mia riconoscenza non ho che un solo mezzo per consolare il mio cuore: Pregare per i parenti che amo, che sono stati e che ancora sono così buoni con me!

Leonia era anche lei molto buona con me, cercava di farmi divertire meglio che poteva, ma io talvolta la addoloravo perché vedeva bene che Maria per me non aveva sostituti…

E la mia Cèlina cara, che ha fatto per la sua Teresa?… Domenica invece di andare a passeggiare veniva a chiudersi per ore intere con una povera figlietta che somigliava ad un’idiota; aveva davvero bisogno di tanto amore per non scappare lontana da me… Ah! povere Sorelline mie, quanto vi ho fatto soffrire!… nessuno vi aveva dato tanto dolore come me e nessuno aveva ricevuto tanto amore quanto quello che voi mi avete prodigato… Per fortuna avrò il Cielo per rifarmi, il mio Sposo è così ricco ed io attingerò nei suoi tesori d’amore per rendervi al centuplo tutto quello che avete sofferto per me…

La mia più grande consolazione mentre ero ammalata, era ricevere una lettera da Paolina… La leggevo, la rileggevo fino a saperla a memoria… Una volta, Madre mia cara, tu mi avevi mandato una clessidra ed una bambola mia vestita da carmelitana, ed è impossibile dire la mia gioia… Lo Zio non era contento, diceva che invece di farmi pensare al Carmelo bisognava allontanarlo dalla mia mente, ma io sentivo invece che proprio la speranza di essere un giorno carmelitana era ciò che mi faceva vivere… Il mio piacere era quello di lavorare per Paolina, le facevo piccole costruzioni in cartoncino bristol e la mia maggiore occupazione era fare corone di pratolie e di miosotis per la Santa Vergine, eravamo nel bel mese di maggio, tutta la natura era coperta di fiori e traspirava allegria, soltanto il “piccolo fiore” languiva e pareva appassito per sempre… Tuttavia accanto a lei aveva un Sole, e quel Sole era la Statua miracolosa della S. Vergine che aveva parlato per due volte a Mamma, e spesso, molto spesso, il piccolo fiore girava la sua corolla verso questa benedetta Stella… Un giorno vidi Papà entrare in camera di Maria, dove ero a letto; le mise in mano parecchie monete d’oro con un’espressione di grande tristezza e le disse di scrivere a Parigi e di far dire messe a Nostra Signora delle Vittorie perché guarisse la sua povera figliolina. Ah! quanto mi commossi vedendo la Fede e l’Amore del mio amato Re! Avrei voluto potergli dire che ero guarita, ma già gli avevo dato abbastanza gioie illusorie, e non erano i desideri miei che potevano fare un miracolo, perché di un miracolo c’era bisogno, per guarirmi… Occorreva un miracolo e fu proprio Nostra Signora delle Vittorie a farlo. Una Domenica (durante la novena delle Messe), Maria usci in giardino lasciandomi con Leonia che leggeva vicino alla finestra, e dopo qualche minuto io cominciai come a chiamare a bassa voce: “Mamma… Mamma”. Leonia non ci fece caso, essendo abituata a sentirmi sempre chiamare così. La cosa andò avanti per molto, e allora chiamai più forte e alla fine tornò Maria, la vidi perfettamente che entrava, ma non potevo dire che la riconoscevo e continuavo a chiamare sempre più forte: “Mamma…”. Soffrivo parecchio per questa lotta forzata e inspiegabile e Maria ne soffriva forse ancora più di me; dopo vani sforzi per farmi vedere che era accanto a me, si mise in ginocchio accanto al letto con Leonia e Celina e poi girandosi verso la Santa Vergine e pregandola col fervore di una Madre che chiede la vita di suo figlio, Maria ottenne quello che chiedeva…

Non trovando alcun soccorso sulla terra, anche la povera Teresina si era girata verso la sua Madre del Cielo, la pregava con tutto il cuore di avere finalmente pietà di lei… Di colpo la Santa Vergine mi parve bella, tanto bella che io non avevo mai visto nulla di così bello, il suo viso comunicava una bontà ed una tenerezza indicibile, ma la cosa che mi si è impressa fino al fondo dell’anima fu il “sorriso incantevole della S.ta Vergine”. Allora svanirono tutte le mie pene, due grosse lacrime sgorgarono dalle mie palpebre e scorsero silenziosamente sulle mie guance, ma erano lacrime di una gioia pura… Ah! pensai, la S.ta Vergine mi ha sorriso, come sono felice… * ma non lo dirò mai a nessuno, perché subito la mia felicità sparirebbe. Senza alcuna fatica abbassai gli occhi, e vidi Maria che mi guardava con amore; sembrava commossa e pareva come se sospettasse il favore che la S.ta Vergine mi aveva concesso… Ah! proprio a lei, alle sue preghiere commoventi dovevo la grazia del sorriso della Regina dei Cieli. Vedendo il mio sguardo fisso sulla Santa Vergine aveva detto: “Teresa è guarita!”. Si,. il piccolo fiore stava rinascendo alla vita, il Raggio luminoso che l’aveva riscaldato non avrebbe interrotto i suoi benefici; non agi tutto insieme, ma dolcemente, soavemente, rialzò il suo fiore e lo rinforzò in modo che dopo cinque armi esso sarebbe fiorito sulla montagna fertile del Carmelo.

Come ho già detto, Maria aveva intuito che la Santa Vergine mi aveva concesso qualche grazia nascosta, e così quando restai sola con lei, poiché mi chiedeva cosa avevo visto, non potei resistere alle sue domande così tenere e così insistenti; sbalordita nel vedere il mio segreto scoperto senza che io lo avessi rivelato, lo raccontai fino in fondo alla mia cara Maria… Ohimè! Proprio come avevo sentito la mia felicità stava per sparire e mutarsi in amarezza; per quattro anni il ricordo della grazia ineffabile che avevo ricevuta fu per me una vera pena dell’anima, non dovevo ritrovare la mia felicità che ai piedi di Nostra Signora delle Vittorie, ma allora essa mi fu resa in tutta la sua pienezza… riparlerò più avanti di questa seconda grazia della S.ta Vergine. Ora debbo dirti, Madre cara, come la mia gioia si mutò in tristezza. Maria dopo aver sentito il racconto ingenuo e sincero della “mia grazia” mi chiese il permesso di dirlo al Carmelo, e io non potevo dire di no… Alla mia prima visita a questo caro Carmelo, fui piena di gioia vedendo la mia Paolina con l’abito della Santa Vergine, fu un momento molto dolce per noi due… C’erano così tante cose da dirci che non potevo dire proprio niente, il mio cuore era troppo pieno… C’era anche la buona Madre Maria di Gonzaga, e mi dava mille segni d’affetto, vidi anche altre suore e davanti a loro mi chiesero della grazia che avevo ricevuta, domandandomi se la S.ta Vergine aveva in braccio il bambino Gesù, o se c’era tanta luce, ecc… Tutte queste domande mi turbarono e mi addolorarono, e io non potevo dire che una sola cosa: “La Santa Vergine mi era parsa bellissima… e l’avevo vista che mi sorrideva”. Solo il suo volto mi aveva colpita, e così accorgendomi che le Carmelitane immaginavano cose ben diverse (ed avevo già problemi penosi a proposito della mia malattia), mi parve di aver mentito… Senza dubbio, se avessi conservato il mio segreto, avrei conservato anche la mia felicità, ma la Santa Vergine ha permesso questo tormento per il bene dell’anima mia, forse senza di esso avrei avuto qualche pensiero di vanteria, e invece dal momento in cui l’umiliazione divenne la mia parte di eredità io non ho potuto pensarmi senza un sentimento di profondo orrore… Ah! Quanto ho sofferto, non lo potrò raccontare che in Cielo!…

Parlando della visita alle carmelitane mi ricordo della prima, che avvenne poco tempo dopo l’ingresso di Paolina, ho dimenticato di parlarne prima, ma si tratta di un particolare che non posso trascurare. La mattina del giorno in cui dovevo andare in parlatorio, riflettendo sola sola nel mio letto (era lì che facevo le mie più profonde orazioni e contrariamente alla sposa dei cantici trovavo sempre il mio Amato), mi chiedevo che nome avrei preso al Carmelo; sapevo che c’era già una Sr Teresa di Gesù, e tuttavia il mio bel nome di Teresa non mi poteva essere tolto. All ‘improvviso ho pensato a Gesù Bambino che amavo tanto, e mi sono detta: “Oh! come sarei contenta di chiamarmi Teresa di Gesù Bambino!”. Non ho detto niente al parlatorio di quel sogno che avevo fatto tutta sveglia, ma quando la buona Madre M. di Gonzaga chiese alle Sorelle che nome bisognasse darmi, le venne in mente di chiamarmi con il nome che avevo sognato… La mia gioia fu grande e questo felice incontro di pensieri mi parve una delicatezza del mio Amato Gesù Bambino.

PRIMA COMUNIONE E SOFFERENZE GRANDI

Ho dimenticato anche qualche piccolo dettaglio della mia infanzia prima del tuo ingresso al Carmelo; non ti ho parlato del mio amore per le immagini e per la lettura… E tuttavia, Madre mia cara, debbo alle belle immagini che tu mi facevi vedere come premio, una delle gioie più dolci e delle impressioni più forti che mi hanno spinta alla pratica della virtù… Dimenticavo il passare del tempo, guardandole, per esempio: il fiorellino del Divino Prigioniero mi diceva tante cose che ne ero sommersa. Vedendo che il nome di Paolina era scritto sotto il fiorellino, avrei voluto che ci fosse anche quello di Teresa e mi offrii a Gesù per essere il suo fiorellino… Se non sapevo giocare, amavo molto la lettura e ci avrei passato la vita; per fortuna avevo come guide degli angeli della terra che mi sceglievano libri tali che mentre mi divertivano nutrivano il mio cuore e il mio spirito, e poi non dovevo passare a leggere che il tempo stabilito, e la cosa era per me un grande sacrificio, perché dovevo interrompere la lettura spesso proprio in mezzo al punto più attraente… Questa attrattiva per la lettura è durata fino al mio ingresso al Carmelo. Non mi sarebbe possibile dire il numero dei libri che mi sono passati tra le mani, ma mai il Buon Dio ha permesso che io ne leggessi uno solo capace di farmi del male. È vero che leggendo certi racconti cavallereschi al primo momento non sentivo sempre il vero della vita, ma ben presto il Buon Dio mi faceva sentire che la gloria vera è quella che durerà in eterno e che per arrivarci non era necessario fare opere clamorose, ma nascondersi e praticare la virtù in modo che la mano sinistra non sapesse quello che fa la destra … Così, leggendo i racconti delle azioni patriottiche delle eroine Francesi, in parti colare quelle della Venerabile Giovanna d’Arco, io avevo un grande desiderio di imitarle, mi pareva di sentire in me lo stesso ardore di cui esse erano animate, la stessa ispirazione Celeste. Allora ho ricevuto una grazia che ho sempre considerato come una delle più grandi della mia vita, perché a quell’età non ricevevo luci come adesso che ne sono inondata. Io pensavo che ero nata per la gloria, e cercando il modo di arrivarci, il Buon Dio m’ha ispirato i sentimenti che ho appena scritto. Mi ha fatto capire così che la mia propria gloria non sarebbe apparsa agli occhi mortali, che sarebbe consistita ne diventare una grande Santa!!!… Questo desiderio potrebbe sembrare temerario se si pensa quanto ero debole ed imperfetta, e quanto lo sono ancora dopo sette anni passati in religione, e tuttavia io sento sempre la stessa ­fiducia audace di diventare una grande Santa, perché non conto sui miei meriti, non avendone alcuno, ma spero in Colui che è la Virtù, la Santità stessa. È Lui solo che accontentandosi dei miei deboli sforzi, mi innalzerà fino a Lui e, coprendomi dei suoi meriti infiniti, mi farà Santa. Io non pensavo allora che occorresse soffrire molto per arrivare alla santità, il Buon Dio noi tardò a farmelo vedere inviandomi le prove che ho raccontato sopra… Ora debbo riprendere il mio racconto al punto in cui l’avevo lasciato. – Tre mesi dopo la mia guarigione Papà ci fece fare il viaggio ad Alencon, era la prima volta che ci tornavo e la mia gioia fu grandissima rivedendo i luoghi ove era passata la mia infanzia, soprattutto quella di poter pregare sulla tomba di Mamma e di chiederle di proteggermi sempre…

il Buon Dio mi ha fatto la grazia di non conoscere il mondo se non quel tanto che mi è bastato per disprezzarlo ed allontanarmene. Potrei dire che fu durante il mio soggiorno ad Alencon che ho fatto la mia prima entrata nel mondo. Tutto era gioia, felicità attorno a me, ero festeggiata, vezzeggiata, ammirata; in una parola la mia vita per quindici giorni fu seminata solo di fiori… Confesso che questa vita mi attraeva. La Sapienza ha davvero ragione a dire: “La malizia delle vanità del mondo seduce anche lo spirito di chi è lontano dal male”. A dieci anni il cuore si lascia facilmente abbagliare, e così io ritengo una grande grazia di non essere rimasta ad Alencon; gli amici che avevamo li erano troppo mondani, sapevano troppo bene mettere insieme le gioie della terra con il servizio del Buon Dio. Loro non pensavano a sufficienza alla morte e tuttavia la morte stessa è venuta a visitare un gran numero di quelli che ho conosciuto, giovani, ricchi e felici!!! Amo ritornare col pensiero ai luoghi incantatori in cui hanno vissuto, a chiedermi dove stanno ora, che utilità hanno tratto dai loro castelli e parchi dove li ho visti godere delle comodità della vita?… E vedo che tutto è vanità, e afflizione di spirito sotto il Sole che l’unico bene è amare Dio con tutto il cuore ed essere quaggiù povero di spirito…

Forse Gesù ha voluto mostrarmi il mondo prima della prima visita che doveva farmi perché scegliessi più liberamente la via che dovevo promettergli di seguire. L’epoca della mia prima Comunione è rimasta impres­sa nel mio cuore, come un ricordo senza nuvole, mi pare che non potevo essere meglio disposta di come lo fui, e poi le mie pene spirituali mi lasciarono per quasi un anno. Gesù voleva farmi gustare una gioia tanto perfetta quanto la cosa è possibile in questa valle di lacrime…

Ti ricordi, Madre mia cara, l’incantevole libretto che mi avevi fatto tre mesi prima della mia prima Comunione?… Fu quello che mi aiutò a preparare il mio cuore in modo conseguente e rapido, perché se è vero che lo preparavo già da molto tempo, bisognava dargli uno slan­cio nuovo, riempirlo di fiori nuovi perché Gesù potesse riposarcisi con piacere… Ogni giorno facevo un gran numero di pratiche, che formavano come tanti fiori, dicevo anche un numero ancora più grande di giaculatorie che tu mi avevi scritte nel mio libretto per ogni giorno, e questi atti d’amore costituivano i boccioli dei fiori…

Ogni settimana mi scrivevi una bella letterina, che mi riempiva l’anima di pensieri profondi e mi aiutava a praticare la virtù, era una consolazione per la tua povera figlietta che faceva un grandissimo sacrificio accettando di non essere preparata ogni sera sulle tue ginocchia come lo era stata, invece, la sua cara Celina… Era Maria che per me prendeva il posto di Paolina; mi mettevo sulle sue ginocchia e li ascoltavo avidamente ciò che mi diceva, mi sembra che tutto il suo cuore così grande, così generoso, passasse dentro di me. Come i guerrieri famosi insegnano ai loro bambini il mestiere delle armi, così lei mi parlava delle battaglie della vita, della palma data ai vincitori… Maria mi parlava anche delle ricchezze immortali che è facile mettere da parte ogni giorno, dell’infelicità di passare senza volersi preoccupare di prenderle, e poi mi indicava il modo di essere santa con la fedeltà alle più piccole cose; lei mi regalò il foglietto: “Sulla rinuncia”, su cui meditavo con piacere… Ah! Come era eloquente, la mia cara madrina! Avrei voluto non essere sola a sentire i suoi insegnamenti profondi, mi sentivo così profondamente toccata che nella mia ingenuità credevo che i più grandi peccatori sarebbero stati toccati come me, e che lasciando le loro ricchezze effimere avrebbero voluto guadagnare solo quelle del Cielo… A quel tempo nessuno mi aveva ancora inse­gnato il modo di meditare, e tuttavia ne avevo una grande voglia, ma Maria trovandomi abbastanza pia non mi lasciava fare che le mie preghiere solite. Un giorno una delle mie maestre all’Abbazia mi chiese cosa facevo durante i giorni di vacanza quando rimanevo sola. Io le risposi che andavo dietro il letto, in uno spazio libero e che chiudevo facilmente con la tenda e che là “pensavo”. – Ma a che pensi? Mi disse – Penso al Buon Dio, alla vita… all’ eternità, insomma, penso!… La buona suora rise molto di me, e in seguito le piaceva ricordarmi il tempo in cui pensavo, chiedendomi se pensavo ancora… Io ora capisco che facevo orazione senza saperlo e che il Buon Dio mi istruiva già in segreto,

I tre mesi di preparazione passarono veloci, presto dovetti entrare in ritiro e per questo diventare interna al collegio, dormendo all’Abbazia. Non posso esprimere il dolce ricordo che questo ritiro mi ha lasciato; se veramente ho sofferto molto al pensionato, ne sono stata ripagata largamente con l’ineffabile felicità di quei pochi giorni passati in attesa di Gesù… Non credo che si possa gustare questa gioia altrove che nelle comunità religiose, con un numero limitato di bambine, è facile occuparsi di ciascuna in particolare, e veramente le nostre maestre allora ci prodigavano cure materne. Si occupavano di me ancora più che delle altre, ogni sera la prima maestra veniva con la sua piccola lanterna a darmi un bacio nel mio letto dimostrandomi un grande affetto. Una sera, colpita dalla sua bontà, le dissi che le volevo confidare un segreto e tirando fuori con aria mi­steriosa il mio prezioso libretto che era sotto il cuscino, glielo mostrai con gli occhi brillanti di gioia… Al mattino trovavo molto bello vedere tutte le alunne alzarsi alla sveglia e fare come loro, ma non ero abituata a fare la mia toeletta da sola. Maria non c’era per farmi i riccioli e così ero costretta ad andare timidamente a presentare il mio pettine alla maestra della stanza da toeletta, e lei rideva vedendo una ragazzina così grande, di li armi, che non sapeva neppure cavarsela, però mi pettinava, ma non con la dolcezza di Maria, e tuttavia io non osavo strillare, come invece facevo tutti i giorni sotto la dolce mano della madrina…

Durante il ritiro ho fatto esperienza di essere una bambina privilegiata e circondata di cure come ce ne sono poche sulla terra, soprattutto tra i bambini che sono senza la loro madre…

Tutti i giorni Maria e Leonia venivamo a trovarmi con Papà che mi colmava di squisitezze, e così non ho sofferto la privazione della lontananza dalla famiglia e nulla venne ad oscurare il bel Cielo del mio ritiro.

Ascoltavo con tanta attenzione le istruzioni che ci faceva il Sig. Abate Domin e ne scrivevo anche il sunto; per i miei pensieri, non ne volli scrivere alcuno, dicendo che me ne sarei ricordata bene, e fu la verità… Per me era una grande felicità andare con le suore a tutti gli uffici; mi facevo notare tra le mie compagne con un grande Crocifisso che Leonia lui aveva regalato e che tenevo infilato nella cintura come i missionari, me lo invidiavano anche le suore, che pensavano che io volevo, portandolo, imitare mia sorella carmelitana… Ah! I miei pensieri andavano proprio verso di lei, sapevo che la mia Paolina era in ritiro come me, non perché Gesù si donasse a lei, ma perché lei stessa si donasse a Gesù, questa solitudine passata nell’attesa mi era quindi doppiamente cara…

Mi ricordo che una mattina mi avevano fatto andare all’infermeria perché tossivo molto (dopo la mia malattia le maestre stavano molto attente a me, per un mal di testa leggero o anche se mi vedevano più pallida del solito mi mandavano a prendere aria o a riposarmi all’infermeria). Io vidi arrivare la mia amata Celina, che aveva avuto il permesso di vedermi malgrado il ritiro per darmi un’immagine che mi fece tanto piacere, e cioè:

“il piccolo fiore del Divino Prigioniero”. Oh! quanto mi fu dolce ricevere questo ricordo dalla mano di Celina!… Quanti pensieri d’amore ho avuto grazie a lei!…

Alla vigilia del grande giorno ho preso l’assoluzione per la seconda volta, la mia confessione generale mi lasciò una grande pace nell’anima e il Buon Dio non permise che neppure la più piccola nuvola venisse a turbarla. Al pomeriggio chiesi perdono a tutta la famiglia che venne a trovarmi, ma non potei parlare che con le lacrime, ero troppo commossa… Paolina non c’era, e tuttavia sentivo che era presso di me con il cuore; mi aveva mandato per mezzo di Maria una bella immaginetta, non mi stancavo di guardarla e di farla guardare a tutti!… Avevo scritto al buon Padre Pichon per raccomandarmi alle sue preghiere, dicendogli anche che presto sarei stata carmelitana e che allora egli sarebbe stato il mio direttore. (È proprio ciò che successe quattro anni dopo, giacché fu al Carmelo che io gli aprii l’anima mia…) Maria mi dette una lettera di lui, ero davvero troppo felice! Tutte le fortune mi arrivavano insieme.

Quello che nella sua lettera mi fece più piacere fu que­sta frase: “Domani salirò il Santo Altare per voi e per la vostra Paolina!”. Paolina e Teresa l’8 maggio divennero sempre più unite, giacché Gesù pareva fonderle insieme inondandole delle sue grazie…

Finalmente arrivò, il “bel giorno tra i giorni”, quali ineffabili ricordi hanno lasciato nell’anima mia i minimi dettagli di questa giornata di Cielo!… U risveglio gioioso dell’aurora, i baci rispettosi e teneri delle maestre e delle compagne più grandi… La camera grande piena di fiocchi di neve di cui ogni bambina si vedeva vestire quando toccava a lei… Soprattutto l’ingresso nella cappella e il canto mattutino del bel cantico: “O santo Altare che gli Angeli circondano!”.

Ma non voglio entrare nei particolari, ci sono cose che perdono il loro profumo appena sono esposte all’aria, ci sono pensieri dell’anima che non possono tradursi in linguaggio della terra senza perdere il loro senso intimo e Celeste; sono come la “Pietra bianca che sarà data al vincitore e su cui è scritto un nome che nessuno conosce, salvo COLUI che lo riceve”. Ah! quanto fu dolce il primo bacio di Gesù all’anima mia!…

Fu un bacio d’amore, io mi sentivo amata, e dicevo a mia volta: “Ti amo, mi dono a te per sempre”. Non ci furono domande, né lotte, né sacrifici; da tempo Gesù e la povera piccola Teresa si erano guardati e si erano capiti… Quel giorno non era più uno sguardo, ma una fusione, non erano più due, Teresa era sparita, come la goccia d’acqua che si perde dentro l’oceano. Gesù restava solo, Lui era il padrone, il Re: Teresa non gli aveva forse chiesto di prendere lui la sua libertà, perché la sua libertà le faceva paura, lei si sentiva così debole, così fragile che voleva unirsi per sempre alla Forza Divina!… La sua gioia era troppo grande, troppo profonda perché lei potesse contenerla, lacrime deliziose la inondarono ben presto con grande meraviglia delle sue compagne, che più tardi dicevano tra loro: “Perché ha pianto? Non c’era qualcosa che l’ha rattristata?… – No era piuttosto il fatto di non vedere la Mamma con lei, o sua Sorella tanto amata che è carmelitana”. Loro non capivano che quando tutta la gioia del Cielo viene dentro un cuore, questo cuore esiliato non la può sopportare senza spargere lacrime… Oh! no, l’assenza di mamma non mi addolorava nel giorno della mia prima comunione: il Cielo non era forse dentro l’anima mia, e Mamma non vi aveva preso posto già da tanto tempo? Così ricevendo la visita di Gesù io ricevevo anche quella della mia cara Mamma che mi benediceva rallegrandosi della mia felicità… Io non piangevo l’assenza di Paolina, senza dubbio sarei stata contenta di vederla accanto a me, ma da tanto tempo il mio sacrificio era stato accettato; in quel giorno, solo la gioia riempiva il mio cuore, io mi univo a lei che si donava irrevocabilmente a Colui che si donava così amorevolmente a me!…

Al pomeriggio fui io a pronunciare l’atto di consacrazione alla Santa Vergine; era proprio giusto che io parlassi a nome delle mie compagne alla mia Madre del Cielo, io che ero stata privata così giovane della mia Madre della terra… Ci misi tutto il cuore a parlarle, a consacrarmi a lei, come una figlia che si butta nelle braccia della Madre e le chiede di vegliare su di lei. Mi pare che la Santa Vergine guardò il suo piccolo fiore e gli sorrise, non era forse lei che l’aveva guarita con un sorriso visibile?… Non aveva deposto proprio lei nel calice del suo piccolo fiore il suo Gesù, il Fiore dei Campi, il Giglio della valle?…

Alla sera di quel bel giorno, ritrovai la mia famiglia terrena; già al mattino dopo la messa avevo abbracciato Papà e tutti i miei cari parenti, ma la vera riunione fu allora, quando Papà prese la mano della sua reginetta e si diresse verso il Carmelo… Allora vidi la mia Paolina divenuta la sposa di Gesù, la vidi con il suo velo bianco come il mio e con la sua corona di rose… Ah! la mia gioia fu senza amarezza, speravo di raggiungerla presto e attendere con lei il Cielo! Non fui insensibile alla festa di famiglia che ci fu alla sera della mia prima Comunione; il bell’orologio che il mio Re mi regalò mi fece tanto piacere, ma la mia gioia era tranquilla e nulla venne a turbare la mia intima pace. Maria mi prese con lei la notte seguente al bel giorno, perché i giorni più radiosi sono seguiti dalle tenebre, e solo il giorno della prima, dell’unica, dell’eterna Comunione del Cielo sarà senza tramonto!…

L’indomani della mia prima Comunione fu ancora un giorno bello, ma fu segnato di malinconia. il bel vestito che Maria mi aveva comprato, tutti i regali che avevo ricevuto non mi riempivano il cuore, non c’era che Gesù che potesse farmi contenta, sospiravo il momento in cui avrei potuto riceverlo una seconda volta. Circa un mese dopo la mia prima Comunione sono andata a confes­sarmi per l’Ascensione e osai chiedere il permesso di fare la Santa Comunione. Contro ogni speranza il Sig.r Abate me la permise ed ebbi la felicità di andarmi ad inginocchiare alla Santa Tavola tra Papà e Maria; che dolce ricordo ho conservato di questa seconda visita di Gesù! Le mie lacrime scorsero ancora con una ineffabile dolcezza, io mi ripetevo senza posa queste parole di S. Paolo: “Non sono più io che vivo, è Gesù che vive in me!…”. Dopo questa comunione il mio desiderio di ricevere il Buon Dio divenne sempre più grande, e io ottenni il per­messo di farla a tutte le feste principali. Alla vigilia di quei giorni felici Maria mi prendeva sulle sue ginocchia e mi preparava come aveva fatto per la mia prima comunione; io mi ricordo che una volta mi parlò della sofferenza, dicendomi che io non avrei probabilmente camminato per quella via, ma che il Buon Dio mi avrebbe portato sempre come una bambina…

Il giorno seguente, dopo la mia comunione, le parole di Maria mi tornarono alla mente; io sentii nascere nel mio cuore un grande desiderio della sofferenza e nello stesso tempo l’intima sicurezza che Gesù mi riservava un grande numero di croci; mi sentii inondata di con­solazioni così grandi che io le considero come una del­le grazie più grandi della mia vita. La sofferenza diven­ne la mia attrazione, aveva delle bellezze che mi rapivano senza neppure conoscerle bene. Fino allora avevo sofferto senza amare la sofferenza, da quel giorno sentii per essa un vero amore. Io sentivo anche il desiderio di non amare che il Buon Dio, di non trovare gloria che in Lui. Spesso durante le mie comunioni ripetevo que­ste parole dell’Imitazione: “O Gesù, dolcezza ineffabile, cambia per me in amarezza tutte le consolazioni della terra!…” . Questa preghiera usciva dalle mie labbra senza sforzo, senza costrizione; mi pareva di ripeterla non per mia volontà, ma come una bambina che ridice le parole che una persona amica le ispira… Più tardi ti dirò, Madre mia cara, come Gesù si è compiaciuto di realizzare il mio desiderio, come è stato sempre Lui solo la mia dolcezza ineffabile; se te ne parlassi subito sarei costretta ad anticipare sul tempo della mia vita di ragazza, e invece mi restano ancora molte cose da dirti sulla mia vita di bambina. Poco tempo dopo la mia prima Comunione, sono entrata nuovo in ritiro per la Confermazione. Mi ero preparata con molta cura a ricevere la visita dello Spirito Santo, non capivo perché non si dava tanta importanza al ricevimento di questo sacramento d’Amore. Di solito si faceva solo un giorno di ritiro per la Confermazione , ma poiché Monsignore non era potuto venire nel giorno stabilito, io ebbi la consolazione di aver due giorni di solitudine. Per distrarci la nostra maestra ci porto’ al Monte Cassin dove colsi a piene mani le grandi margherite per il Corpus Domini. Ah! quanto era gioiosa l’anima mia! Come gli apostoli aspettavo con felicità la visita dello Spirito Santo… Mi rallegravo al pensiero che presto sarei stata perfetta cristiana e soprattutto a quello di avere eternamente sulla fronte la croce misteriosa che il Vescovo segna dandoti il sacramento… Finalmente arrivò, il momento felice, io non sentii un vento impetuoso al momento della discesa dello Spirito Santo ma piuttosto quella brezza leggera di cui il profeta senti il mormorio sul monte Horeb… Quel giorno ho ricevuto la forza di soffrire, perché subito dopo il martirio dell’anima mia doveva cominciare… Fu la mia cara piccola Leonia a servirmi da Madrina, era così commossa che non poté impedire alle sue lacrime di spargersi durante  tutto il tempo della cerimonia. Con me lei prese la Santa Comunione, perché ebbi ancora una volta la felicità di unirmi a Gesù in quel giorno.

Dopo queste deliziose e indimenticabili feste, la mia vita rientrò nell’ordinario, cioè dovetti riprendere la vita del pensionato che per me era così penosa. Al momento della mia prima Comunione amavo questa esistenza con le bambine della mia età, tutte piene di buona vo­lontà, e che avevano fatto proposito, come me, di praticare seriamente la virtù; ma mi toccava rimettermi accanto ad alunne molto diverse, dissipate, che non volevano osservare la regola, e questo mi rendeva molto infelice. Ero di un carattere allegro, ma non sapevo abbandonarmi ai giochi della mia età; spesso durante le ricreazioni mi appoggiavo ad un albero e di là mi guardavo lo spettacolo, abbandonandomi a riflessioni serie! Avevo inventato un gioco che mi piaceva, era quello di sotterrare i poveri uccelletti che trovavamo morti sotto gli alberi; parecchie alunne vollero aiutarmi e così il nostro cimitero diventò molto carino, con alberi e fiori proporzionati alla grandezza dei nostri piccoli implumi. Mi piaceva anche raccontare storie che inventavo mentre mi venivano in mente, e allora le mie compagne mi circondavano con premura, e qualche volta delle alunne più grandi si mischiavano al gruppo degli ascoltatori. La stessa storia durava parecchi giorni, perché mi piaceva renderla sempre più interessante quando vedevo l’impressione che suscitava e che si manifestava sul viso delle mie compagne, ma ben presto la maestra mi proibì di continuare il mio mestiere di oratore, perché voleva vederci giocare e correre, non discorrere…

Mi ricordavo facilmente il senso delle cose che imparavo, ma facevo fatica a imparare parola per parola; e così per il catechismo chiesi quasi tutti i giorni, durante l’anno che precedé la mia prima Comunione, il permesso di impararlo durante le ricreazioni; i miei sforzi furono coronati dal successo e io fili sempre la prima. Se per caso per una sola parola dimenticata perdevo il posto, il mio dolore si manifestava con lacrime amare che il Sig. abate Domin non sapeva come placare… Era molto contento di me (non mentre piangevo) e mi chiamava il suo piccolo dottore, grazie al mio nome di Teresa. Una volta l’alunna che veniva dopo di me non fu capace di fare alla compagna la domanda del catechismo. il Sig. abate fece invano il giro di tutte le alunne e arrivò di nuovo a me, dicendo che voleva vedere se meritavo il mio posto di prima della classe. Nella mia profonda umiltà non aspettavo che quello; alzandomi con sicurezza dissi quello che mi era stato richiesto senza fare neppure un errore, con gran meraviglia di tutti… Dopo la mia prima Comunione il mio zelo per il catechismo continuò fino a quando uscii dal pensionato. Riuscivo benissimo negli studi, ero quasi sempre la prima, e i miei più grandi successi erano la storia e lo stile. Tutte le mie maestre mi guardavano come un’alunna molto intelligente, mentre non era la stessa cosa a casa dello Zio, dove passavo per una piccola ignorante, buona e dolce, con una capacità retta di giudicare, ma incapace e maldestra…

Non sono sorpresa di questa opinione che lo Zio e la Zia avevano ed ancora senza dubbio hanno di me, io quasi non parlavo perché ero timidissima; quando scrivevo, la mia scrittura da gatto e la mia ortografia che è quella datami dalla natura non erano fatte per sedurre… Nei piccoli lavori di cucito, di ricamo ed altro riuscivo bene, è vero, per le mie maestre, ma il modo mancino e maldestro con cui tenevo l’opera mia giustificava il giudizio poco positivo che si aveva di me. Ritengo che sia stata una grazia, il Buon Dio volendo il mio cuore per Lui solo, esaudiva già la mia preghiera “Cambiando in amarezza le consolazioni della terra” . Ne avevo tanto più bisogno perché non sarei stata insensibile alle lodi. Spesso davanti a me si vantava l’intelligenza delle altre, ma la mia mai, e allora ne conclusi che non ne avevo e mi rassegnai a vedermene priva… il mio cuore sensibile ed amante si sarebbe facilmente dato se avesse trovato un cuore capace di capirlo… Cercavo di legare con le ragazzine della mia età, soprattutto con due di loro, le amavo e da parte loro anch’esse mi amavano quanto ne erano capaci; ma ahimè! quanto è stretto e volubile il cuore delle creature!!!… Presto vidi che il mio amore era incompreso, una delle mie amiche, essendo stata costretta a rientrare in famiglia, tornò qualche mese dopo; durante la sua assenza io avevo pensato a lei, conservando come una cosa preziosa un anellino che mi aveva regalato. Rivedendo la mia compagna la mia gioia fu grande, ma ahimè! non ne ebbi che uno sguardo indifferente… il mio amore non era compreso, lo sentii e non mendicai un affetto che mi era rifiutato, ma il Buon Dio m’ha dato un cuore così fedele che quando ha amato con purezza ama per sempre, e così continuai a pregare per la mia compagna, e l’amo ancora… Vedendo Celina amare una delle nostre maestre, volevo imitarla, ma non sapendo guadagnarmi le buone grazie delle creature non sono stata capace di riuscirci. Felice ignoranza! Quanti mali grandi mi ha risparmiato!… Quanto ringrazio Gesù di non avermi fatto trovare “che amarezza nelle amicizie della terra”! con un cuore come il mio mi sarei lasciata prendere e tagliare le ali, e allora come avrei potuto “volare e riposarmi?”. Come può, un cuore abbandonato all’affetto delle creature unirsi intimamente a Dio?… Sento che non è possibile. Senza aver bevuto al calice avvelenato dell’amore troppo ardente per le creature, sento che non posso ingannarmi; ho visto tante anime sedotte da questa falsa luce, volare come povere farfalle e bruciarsi le ali, poi tornare verso la vera, la dolce luce dell’amore che dava loro ali nuove più lucenti e più leggere perché potessero volare verso Gesù, questo Fuoco Divino “che brucia senza consumare”. Ah! lo sento, Gesù mi sapeva troppo debole per espormi alla tentazione, forse io mi sarei lasciata bruciare interamente dalla luce ingannevole se l’avessi vista brillare davanti ai miei occhi… Non è andata così, non ho incontrato che amarezza là ove anime più forti incontrano la gioia distaccandosene per fedeltà. Non ho perciò merito alcuno a non essermi offerta all’amore delle creature, perché ne sono stata preservata solo dalla grande misericordia del Buon Dio!… Riconosco che senza di Lui, avrei potuto cadere in basso come Santa Maddalena e la profonda parola di Nostro Signore a Simone risuona con una grande dolcezza nell’ anima mia… Lo so: “colui cui meno viene perdonato, AMA meno” ma so anche che Gesù mi ha perdonato di più che a Sta Maddalena, perché mi ha perdonato in anticipo, impedendomi di cadere. Ah! come vorrei poter spiegare quello che sento!… Ecco un esempio che un po’ tradurrà il mio pensiero. – Suppongo che il figlio di un bravo dottore incontri sulla sua strada una pietra che lo fa cadere e che in questa caduta si spezza un arto; subito il padre arriva, lo rialza con amore, cura le sue ferite, impiegando tutte le risorse del suo mestiere e ben presto il figlio completamente guarito gli testimonierà la sua riconoscenza. senza dubbio questo figlio ha davvero motivo di amare suo padre! Ma io voglio fare ancora un’altra ipotesi. – il padre, avendo saputo che sulla strada del figlio c’era una pietra, si affretta a precederlo e la porta via, senza che nessuno lo veda. Certamente il figlio, oggetto della sua preveggente tenerezza, non conoscendo la disgrazia da cui è stato salvato dal padre non gli testimonierà la sua riconoscenza e lo amerà meno che se fosse stato guarito da lui… ma se viene a conoscere il pericolo da cui è stato salvato, non lo amerà forse di più? Ebbene, sono io questo figlio, oggetto dell’amore preveggente d’un Padre che non ha mandato il suo Verbo per riscattare i giusti, ma i peccatori  Egli vuole che io lo ami perché mi ha perdonato, non molto, ma tutto. Non ha atteso che io lo amassi molto come Sta Maddalena, ma ha voluto che io sappia come egli mi ha amata con un amore d’ineffabile preveggenza, perché ora io lo ami alla follia!… Ho sentito dire che non si era mai trovata un’anima che amasse di più di un’anima penitente, ah! cosa non vorrei fare per smentire questa parola!…

Mi accorgo che sono molto lontana dal tema e così mi affretto a rientrarvi. – L’anno che segue la mia prima Comunione passò quasi tutto senza prove interiori per l’anima mia, e fu durante il mio ritiro della seconda Comunione che mi vidi assalita dalla terribile malattia degli scrupoli… Occorre essere passati attraverso questo martirio per capirlo bene: dire quello che ho sofferto durante un anno e mezzo mi sarebbe impossibile… Tutti i miei pensieri e le mie azioni più semplici divenivano per me soggetto di turbamento; non avevo riposo che raccontandoli a Maria, e la cosa mi costava molto, perché mi credevo obbligata a dirle i pensieri stravaganti che avevo su lei stessa. Appena avevo deposto il mio fardello gustavo un istante di pace, ma questa pace passava come un lampo, e ben presto il mio martirio ricominciava. Di quale pazienza non ha avuto bisogno la mia cara Maria, per starmi a sentire senza mai mostrare la noia!… Appena ritornata dall’abbazia lei si metteva subito ad arricciarmi i capelli per il giorno.

Dopo (tutti i giorni per far piacere a Papà la reginetta aveva i capelli arricciati, con grande meraviglia delle sue compagne e soprattutto delle maestre che non vedevano bambine così curate dai genitori), durante la seduta non smettevo di piangere raccontando tutti i miei scrupoli. Alla fine dell’anno, avendo terminato gli studi, Celina tornò a casa e la povera Teresa, costretta a tornare da sola, ben presto cadde ammalata, la sola attrattiva che la tratteneva al pensionato era vivere con la sua inseparabile Celina, senza di lei mai “la sua piccola figlia” poté restarci… Uscii dunque dall’abbazia a 13 anni, e continuai la mia istruzione prendendo parecchie lezioni a settimana dalla “Sig.ra Papinau”. Era un’ottima    persona molto istruita, ma aveva un po’ l’aria da zitella; viveva con la madre, ed era carino vedere il gruppetto che facevano in tre (perché la gatta era della famiglia e io dovevo sopportare che venisse a fare il suo ronron sui miei quaderni e persino ammirare il suo grazioso aspetto). Avevo il vantaggio di vivere nell’intimità della mia famiglia; i Buissonnets essendo troppo lontani per le gambe un po’ vecchie della mia maestra, lei aveva chiesto che io andassi a lezione da lei. Quando arrivavo non trovavo di solito che la vecchia signora Cochain che mi guardava “con i suoi grandi occhi chiari” e poi chiamava con voce calma e sentenziosa: “Signora Papinau… la Signorina Teresa è arrivata!…”. La figlia le rispondeva con voce infantile: “Eccomi, mamma”. E subito la lezione cominciava. Queste lezioni avevano anche il vantaggio (oltre l’istruzione che ne ricevevo) di farmi conoscere il mondo… Chi avrebbe potuto crederlo!… In questa camera ammobiliata all’antica, circondata da libri e da quaderni, assistevo spesso a visite di ogni genere: Preti, signore, ragazze, ecc… La Sig.ra Cochain sosteneva per quanto possibile la conversazione per lasciare che la figlia mi facesse lezione, ma quei giorni non imparavo granché; con il naso dentro un libro sentivo tutto quello che si diceva e anche quello che sarebbe stato meglio per me non sentire, la vanità s’insinua così facilmente nel cuore!… Una signora diceva che avevo dei bei capelli… un’altra mentre usciva, credendo di non essere ascoltata, chiedeva chi era quella ragazzina così carina e quelle parole, tanto più lusinghiere in quanto non venivano dette davanti a me, lasciavano nell’anima mia un’impressione di piacere che mi dimostrava chiaramente quanto ero piena di amor proprio. Oh! come ho compassione delle anime che si perdono!… È così facile deviare sui sentieri fioriti del mondo… senza dubbio, per un’anima un po’ avvertita la dolcezza che questo offre è mescolata di amarezza e il vuoto immenso dei desideri non potrebbe essere riem­pito con le lodi di un istante… ma se il mio cuore non fosse stato sollevato verso Dio fin dal suo risveglio, se il mondo mi avesse sorriso dal mio ingresso nella vita, cosa sarei diventata?… O Madre mia cara, con quale incoscienza canto le misericordie del Signore!… Non mi ha forse lui, come dicono le parole della Sapienza “Ritirata dal mondo prima che il mio spirito fosse corrotto dalla sua malizia e che le sue apparenze ingannevoli avessero sedotto l’anima mia”?… La Santa Vergine vegliava allo stesso modo sul suo piccolo fiore e non volendo in alcun modo che fosse offuscato al contatto con le cose della terra, l’ha ritirato sulla sua montagna prima che fosse sbocciato… Aspettando questo felice momento la piccola Teresa cresceva in amore della sua Madre del Cielo; per provarle questo amore fece un’azic” ne che le costò molto e che ora racconto in poche parole, malgrado sia stata lunga…

Pressappoco subito dopo il mio ingresso all’abbazia, ero stata accolta nell’associazione dei Ss. Angeli; amavo molto le pratiche di devozione che questa mi imponeva, avendo un’attrazione tutta speciale per pregare i Beati Spiriti del Cielo e particolarmente quello che il Buon Dio m’ha dato come compagno del mio esilio. Qualche tempo dopo la mia Prima Comunione, il nastro di aspirante alle figlie di Maria prese il posto di quello dei Ss. Angeli, ma io lasciai l’abbazia non essendo ancora stata accolta nell’associazione della S.ta Vergine. Essendo uscita prima di aver finito gli studi, non avevo il permesso di entrare come ex alunna, ma pensavo che tutte le mie sorelle erano state “figlie di Maria”, ebbi timore di essere meno di loro figlia della mia Madre del Cielo, e andai con tutta umiltà (nonostante quello che mi costò) a chiedere il permesso di essere accolta nell’associazione della Sta Vergine all’abbazia. La prima maestra non volle rifiutarmi, ma mise come condizione che io tornassi due giorni alla settimana al pomeriggio per mostrare se ero degna di essere accolta. Ben lungi dal farmi piacere questo permesso mi costò estremamente; non avevo, come le altre ex alunne, una maestra amica con cui potevo andare a passare parecchie ore; e così mi accontentavo di andare a salutare la maestra poi lavoravo in silenzio fino alla fine della lezione di cucito. Nessuno faceva attenzione a me, così salivo sulla tribuna della cappella e restavo davanti al Santo Sacramento fino al momento in cui Papà veniva a prendermi, era la mia sola consolazione, Gesù non era forse il mio unico amico?… Io non sapevo parlare che a lui, le conversazioni con le creature, anche le conversazioni pie, mi stancavano l’anima… Sentivo che valeva di più parlare a Dio che parlare di Dio, perché nelle conversazioni spirituali si mescola tanto amor proprio!… Ah! era proprio per la Sta Vergine sola che io venivo all’abbazia… talora mi sentivo sola, proprio sola; come nei giorni della mia vita di alunna interna quando passeggiavo triste e ammalata nel grande cortile, io ripetevo le parole che sempre facevano rinascere la pace e la forza nel mio cuore: “La vita è la tua barca e non la tua casa!…”. Da piccolissima queste parole mi ridavano coraggio; ancora adesso, malgrado gli anni che fanno sparire tante impressioni di pietà infantile, l’immagine della barca incanta ancora l’anima mia e l’aiuta a sopportare l’esilio… La Sapienza non dice anch’essa che “La vita è come il vascello che solca le onde agitate e non lascia dietro di sé alcuna traccia del suo veloce passaggio” ?… Quando penso a queste cose, la mia anima si immerge nell’infinito, mi sembra già di toccare la riva eterna… Mi pare di ricevere gli abbracci di Gesù… Credo di vedere la mia Mamma del Cielo che mi viene incontro con Papà… Mamma… i quattro angioletti… Credo di gioire finalmente per sempre della vera ed eterna vita in famiglia…

Prima di vedere la famiglia riunita al focolare Paterno dei Cieli, dovevo passare ancora attraverso molte separazioni. L’anno in cui fui accolta come figlia della Sta Vergine, lei mi portò via la mia cara Maria, l’unico sostegno della mia anima… Era Maria che mi guidava, che mi consolava, mi aiutava a praticare la virtù; lei era il mio solo oracolo. Senza dubbio, Paolina era restata ben prima nel mio cuore, ma Paolina era lontana, tanto lontana da me!… Avevo sofferto il martirio per abituarmi a vivere senza di lei, per vedere tra lei e me dei muri non oltrepassabili; ma alla fine avevo finito con il riconoscere la triste realtà: Paolina era perduta per me, quasi allo stesso modo che fosse morta. Lei mi amava sempre, pregava per me, ma ai miei occhi la mia cara Paolina era diventata una Santa, che non doveva più comprendere le cose della terra; e le miserie della sua povera Teresa avrebbero dovuto, se lei le avesse conosciute, sbalordirla ed impedirle di amarla tanto… Del resto, anche se io avessi voluto confidarle i miei pensieri come ai Buissonnets, non avrei potuto, perché i colloqui in parlatorio erano solo per Maria. Celina ed io non avevamo il permesso di entrare che alla fine, giusto per avere il tempo di stringerci il cuore… Così non avevo realmente che Maria, lei mi era come si dice indispensabile, non dicevo che a lei i miei scrupoli ed ero così obbediente che mai il mio confessore ha conosciuto la mia brutta malattia; a lui dicevo solo esattamente i peccati che Maria mi aveva permesso di confessare, non uno di più, e così avrei potuto passare per l’anima meno scrupolosa della terra, malgrado che invece lo fossi in modo estremo… Maria sapeva dunque tutto quello che passava nell’anima mia, lei sapeva anche i miei desideri del Carmelo e io le volevo tanto bene che non potevo vivere senza di lei. La zia ci invitava ogni anno ad incontrarci da lei a Trouville, io avrei amato molto di andarci, ma con Maria! Quando non la avevo, mi anno­iavo molto. Tuttavia una volta, mi trovai bene a Trouville, era l’anno del viaggio di Papà a Costantinopoli; per distrarci un po’, (perché eravamo molto sofferenti sapendo Papà così lontano) Maria ci mandò, Celina e me, a passare 15 giorni in riva al mare. Mi sono divertita molto perché avevo la mia Celina. La Zia ci fece avere tutte le gioie possibili: passeggiate sull’asino, pesca delle triglie, ecc…. Ero ancora proprio bambina malgrado i miei 12 anni e mezzo, mi ricordo della mia gioia mentre mettevo quei bei nastri blu cielo che la Zia mi aveva regalato per i capelli; mi ricordo anche di essermi confessata a Trouville anche di questi piaceri infantili che mi pareva fossero un peccato… Una sera feci un’esperienza che mi sorprese parecchio. – Maria (Guerin) che era quasi sempre ammalata, piagnucolava spesso; allora la Zia la coccolava, le dava i nomi più teneri e la mia cara cuginetta non per questo smetteva di dire, tra le lacrime, che le faceva male la testa. Io che quasi ogni giorno avevo anche mal di testa e non me ne lamentavo, volli una sera imitare Maria, mi feci dunque un obbligo di piagnucolare sopra una poltrona in un angolo del salotto. Presto Giovanna e la Zia si affrettarono vicino a me, chiedendomi che cosa avevo. Risposi come Maria: “Ho mal di testa”. Parve che però non stava bene che mi lamentassi, mai fui capace di convincerle che il mal di testa mi faceva piangere; invece di coccolarmi mi parlarono come ad una persona grande e Giovanna mi rimproverò di mancare di fiducia nella Zia, perché pensava che avessi qualche angustia di coscienza… alla fine fui lasciata con il danno, ma ben decisa a non imitare più le altre e capii la favola dell’ “ asino e del cagnolino”. Io ero l’asino che avendo visto le carezze date al cagnolino, era venuto a mettere la sua zampa pesante sulla tavola, per avere la sua parte di abbracci: ma ahimè! se non ho preso bastonate come la povera bestia, ho preso sul serio la paga che meritavo e questa paga mi guari per tutta la vita dal desiderio di attirare l’attenzione; solo lo sforzo che dovetti fare per questo mi è costato troppo caro!…

L’anno dopo, che fu quello della partenza della mia cara Madrina, la Zia mi invitò ancora, ma questa volta da sola, e io mi trovai così spaesata che dopo due o tre giorni caddi ammalata e mi dovettero riportare a Lisieux; la mia malattia che si pensava fosse grave, non era altro che la nostalgia dei Buissonnets, appena vi misi piede tornò la salute… Ed era ad una bambina così che il Buon Dio avrebbe portato via l’unico appoggio che la teneva attaccata alla vita!…

Appena seppi la determinazione di Maria, io decisi di non prendermi più alcuna gioia sulla terra… Dopo l’uscita dal pensionato, mi ero sistemata nell’antica stanza di pittura di Paolina e l’avevo sistemata a piacer mio. Era un vero bazar, un miscuglio di pietà e stranezze, un giardino e una voliera… Così, sul fondo spiccava sul muro una grande croce di legno nero senza Cristo, qual­che disegno che mi piaceva; su un altro muro, una cesta con guarnizione di mussola e di nastri rosa con erbe profumate e fiori; sull’ultima parete campeggiava, solo, il ritratto di Paolina a dieci anni; sotto quel ritratto c’era un tavolo su cui era appoggiata una grande gabbia che racchiudeva un grande numero di uccelli il cui cinguettio melodioso rompeva la testa ai visitatori, ma non alla loro padroncina che li amava tanto… C’era anche il “mobiletto bianco” pieno dei miei libri di studio, quaderni, ecc… su quel mobile era posata una statua della Vergine Santa con dei vasi sempre ornati di fiori veri, e dei candelieri; attorno c’erano tante piccole statue di santi e di sante, panierini di conchiglie, scatole di cartoncino bristol, ecc…! Infine il mio giardino appeso davanti alla finestra dove curavo vasi da fiori (i più rari che potevo trovare); avevo ancora una giardiniera dentro il “mio museo”, e ci tenevo la mia pianta preferita… Davanti alla finestra c’era il mio tavolo coperto da un tappeto verde, e su quel tappeto avevo messo, proprio in mezzo, una clessidra, una statuetta di San Giuseppe, un portaorologi, dei cestini di fiori, un calamaio ecc…alcune sedie zoppe, e il letto incantevole della bambola di Paolina completavano tutto il mio arredamento. Davvero quella povera soffitta era un mondo mio, e come il Sig.r De Maistre potrei comporre un libro intitolato: “Passeggiata attorno alla mia camera”. Era in questa camera che mi piaceva restare sola per ore intere per studiare e meditare davanti alla bella veduta che si apriva davanti ai miei occhi… Quando seppi della partenza di Maria la mia camera perse per me ogni incanto, non volevo lasciare un solo istante la mia cara sorella che doveva volarsene via presto… Quanti atti di pazienza le ho fatto praticare! Ogni volta che passavo davanti alla porta della sua camera bussavo fino a che mi apriva e l’abbracciavo con tutto il cuore, volevo fare provvista di baci per tutto il tempo che dovevo restarne priva. Un mese prima del suo ingresso al Carmelo, Papà ci portò ad Alencon, ma il viaggio fu lontano dal rassomigliare al primo, e tutto in esso fu per me tristezza e amarezza. Non potrei dire le lacrime che versai sulla tomba di mamma, perché avevo dimenticato di portare un mazzo di fiordalisi colti per lei. Mi facevo un dolore di tutto! Era il contrario di adesso, perché il Buon Dio mi fa la grazia di non essere abbattuta da nessuna cosa passeggera. Quando mi ricordo del tempo passato l’anima mia trabocca di riconoscenza vedendo i favori che ho ricevuti dal Cielo, in me c’è stato un cambiamento tale che non mi si riconosce… È vero che desideravo la grazia “di avere un impero assoluto sulle mie azioni, di esserne la signora e non la schiava”. Queste parole dell’imitazione mi toccavano profondamente, ma io dovevo per così dire comprare con i miei desideri questa grazia inestimabile; non ero ancora che una bambina che non pareva aver altra volontà che quella degli altri, e la cosa faceva dire alle persone di Alencon che ero debole di carattere… Fu durante questo viaggio che Leonia fece il suo tentativo dalle clarisse ; provai dolore per il suo ingresso straordinario, perché l’amavo molto e non avevo potuto abbracciarla prima della sua partenza.

Mai dimenticherò la bontà e l’imbarazzo di quel povero Paparino che ci veniva a dire che Leonia aveva già l’abito di clarissa… Trovava come noi la cosa parecchio strana, ma non voleva dire niente, vedendo quanto Maria era contrariata. Ci condusse al convento, e là io sentii una stretta al cuore come mai ne avevo sentito a vedere un monastero, la cosa mi faceva l’effetto contrario a quello del Carmelo, dove tutto mi allargava l’anima… La vista delle suore non mi incantò maggiormente, e io non fui tentata di restare in mezzo ad esse; la povera Leonia era tuttavia molto carina sotto il suo nuovo abito, ci disse di guardare bene i suoi occhi perché non li avremmo più rivisti (le clarisse si mostrano soltanto con gli occhi bassi) ma il buon Dio si accontentò solo di due mesi di sacrificio e Leonia tornò a farci vedere i suoi occhi blu molto spesso bagnati di lacrime… Lasciando Alencon credevo che sarebbe rimasta con le clarisse, e così fu davvero con il cuore grosso che mi allontanai dalla triste via della mezzaluna. Non eravamo più che tre, e presto anche la nostra cara Maria doveva lasciarci… il 15 ottobre fu il giorno della separazione! Della famiglia gioiosa e numerosa dei Buissonnets restavano solo le due ultime figlie… Le colombe erano fuggite dal nido paterno, quelle che rimanevano avrebbero voluto prendere il volo al loro seguito, ma le loro ali erano ancora troppo deboli perché potessero prendere il loro slancio…

Il Buon Dio che voleva chiamare a lui la più piccola e la più debole di tutte, fece in fretta a farle crescere le all. Egli, che si compiace di mostrare la sua bontà e la sua potenza servendosi degli strumenti meno degni, volle proprio chiamare me prima di Celina che senza dubbio meritava di più questo favore; ma Gesù sapeva come ero debole ed è per questo che Egli mi ha nascosta per prima nel cavo della roccia. Quando Maria entrò al Carmelo io ero ancora molto scrupolosa. Non potendo più confidarmi con lei mi rivolsi dalla parte dei Cieli. Fu ai quattro angioletti che mi avevano preceduto lassù che io mi indirizzai, perché pensavo che quelle anime innocenti non avendo mai conosciuto i turbamenti né il timore dovevano avere pietà della loro povera sorellina che soffriva sulla terra. Io parlai loro con semplicità di bambina, facendo loro notare che dal momento che ero l’ultima della famiglia ero stata sempre la più amata, la più ricolmata di tenerezze dalle mie sorelle, e che se fossero restati sulla terra anch’essi senza dubbio mi avrebbero dato prove del loro amore… La loro partenza per il Cielo non mi pareva una ragione di dimen­ticarmi, anzi trovandosi proprio dove potevano attingere nei tesori Divini, dovevano estrarne per me la pace e mostrarmi così che in Cielo si sa ancora amare!… La risposta non si fece attendere, presto la pace venne ad inondare l’anima mia con le sue onde deliziose e io compresi che se ero amata sulla terra, lo ero anche nel Cielo… Da quel momento in poi la mia devozione per i miei fratellini e sorelline crebbe e mi piace intrattenermi spesso con loro, a parlare delle tristezze dell’esilio… del mio desiderio di andare presto a raggiungerli nella Patria!…

Se il Cielo mi ricolmava di grazie, non era perché le meritavo, ero ancora molto imperfetta; avevo, è vero, un grande desiderio di praticare la virtù, ma mi ci mettevo proprio in modo strano, eccone un esempio: Essendo l’ultima, non ero abituata a servirmi. Celina rifaceva la camera dove dormivamo insieme e io non facevo niente di ciò che riguardava la casa; dopo l’ingresso di Maria al Carmelo, mi capitava talora per fare piacere al Buon Dio di cercare di fare il letto, o di andare in assenza di Celina a ritirare la sera i suoi vasi di fiori; come ho detto, era per il Buon Dio solo solo che io facevo quelle cose, e così non avrei potuto attendermi il grazie delle creature. Ohimè! le cose erano ben diverse, se Celina per disgrazia non mostrava di essere tutta felice e sorpresa dei miei piccoli servizi, non ero contenta e glielo provavo con le mie lacrime… Ero davvero in­sopportabile per la mia eccessiva sensibilità; così, se mi capitava di provocare involontariamente un qualche piccolo dolore a una persona cui volevo bene, invece di passarci sopra e di non piangere, e la cosa ingrandiva la mia colpa invece di impiccolirla, piangevo come una Maddalena e quando cominciavo a consolarmi della cosa come tale, piangevo perché avevo pianto… Tutti i ragionamenti erano inutili e non riuscivo a correggermi da questo brutto difetto.


Manoscritto “A” – Seconda Parte

Dalla “conversione” di Natale al viaggio a Roma.

Al Carmelo: i primi passi.

Dalla professione all’Atto di Offerta.

DALLA “CONVERSIONE” DI NATALE AL VIAGGIO A ROMA

Io non so come facevo a cullarmi nel dolce pensiero d’entrare al Carmelo, mentre ero ancora nelle fasce dell’infanzia!… Fu necessario che il Buon Dio facesse un piccolo miracolo per farmi diventare grande in un istante e quel miracolo lo fece nel giorno indimenticabile del Natale; in quella notte luminosa che rischiara le delizie della Trinità Santa, Gesù, il dolce piccolo Bimbo di un’ora, ha cambiato la notte dell’anima mia in torrenti di luce… In questa notte in cui si fece debole e sofferente per amore mio, mi rese forte e coraggiosa, Egli mi rivestì delle sue armi e dopo questa notte benedetta io non sono stata vinta in alcun combattimento, ma al contrario ho camminato di vittoria in vittoria ed ho cominciato, per così dire, “una corsa di gigante!…”. La sorgente delle mie lacrime fu seccata e non si apri poi che raramente e difficilmente giustificando le parole che mi erano state dette: “Tu piangi così tanto nella tua infanzia che dopo non avrai più lacrime da versare!…”.

Fu il 25 dicembre 1886 che io ricevetti la grazia di uscire dall’infanzia, in una parola la grazia della mia completa conversione. – Noi tornavamo dalla messa di mezzanotte in cui avevo avuto la felicità di ricevere il Dio forte e potente. Arrivando ai Buissonnets ero contenta perché sarei andata a prendere le mie scarpe sotto il camino. Questa antica usanza ci aveva dato tanta gioia durante la nostra infanzia che Celina voleva continuare a trattarmi come un bebè perché io ero la più piccola della famiglia… Papà amava vedere la mia felicità, sentire i miei strilli di gioia tirando fuori ogni sorpresa dalle scarpe incantate, e l’allegria del mio caro Re accresceva di molto la mia felicità, ma Gesù volendo dimostrarmi che dovevo disfarmi dei difetti dell’infanzia mi privò anche delle sue gioie innocenti; permise che Papà, stanco per la messa di mezzanotte, sentisse fastidio vedendo le mie scarpe nel camino e che dicesse alcune parole che mi trapassarono il cuore: “Finalmente per fortuna che è l’ultimo anno!…”. Io stavo salendo 1a scala per andarmi a togliere il cappello, Celina conoscendo la mia sensibilità e vedendo le lacrime brillare nei miei occhi ebbe anche lei voglia di versarne, perché mi amava tanto e capiva il mio dolore: “O Teresa! mi disse, non scendere, ti darebbe troppo dolore andare a guardare subito nelle tue scarpe”. Ma Teresa non era più la stessa, Gesù aveva cambiato il suo cuore! Ricacciando le mie lacrime, scesi rapidamente la scala e trattenendo i battiti del cuore presi le mie scarpe appoggiandole davanti a Papà, tirai con gioia fuori tutte le cose, con l’aria felice come una regina. Papà rideva, era tornato anche lui gioioso e Celina credeva di sognare!… Per fortuna era una dolce realtà, la piccola Teresa aveva ritrovato la forza d’animo che aveva perduta a 4 anni e mezzo ed era per sempre che la doveva conservare!…

In questa notte di luce cominciò il terzo periodo del­la mia vita, il più bello di tutti, quello più pieno delle grazie del Cielo… In un solo istante l’impresa che non avevo potuto realizzare in 10 anni, Gesù la realizzò ac­contentandosi della mia buona volontà che mai venne a mancarmi. Come i suoi apostoli, io potevo dirGli: “Signore, ho pescato tutta la notte senza prendere niente”  Ancora più misericordioso con me di quanto non lo fu con i suoi discepoli, Gesù prese Egli stesso la rete, la gettò e la ritirò piena di pesci… Egli fece di me un pescatore di anime, sentii un grande desiderio di lavorare alla conversione dei peccatori, desiderio che non avevo sentito con tale vivacità… Io sentii in una parola la carità entrare nel mio cuore, il bisogno di dimenticarmi per far piacere e da quel momento in poi io fui felice!… Una Domenica, guardando una fotografia di Nostro Signore in Croce, fui colpita dal sangue che scendeva da una delle sue mani Divine, provai un gran dolore pensando che quel sangue cadeva a terra senza che nessuno si occupasse di raccoglierlo, e risolsi di restarmene in spirito ai piedi del(la) Croce per ricevere la Divina rugiada che ne discendeva, comprendendo che poi avrei dovuto spanderla sulle anime… Anche il grido di Gesù sulla Croce risuonava continuamente nel mio cuore: “Ho sete!”. Quelle parole accendevano in me un ardore sconosciuto e vivissimo… Io volevo dare da bere al mio Amato ed io stessa mi sentivo divorata dalla sete delle anime… Non erano ancora le anime dei preti che mi attiravano, ma quelle dei grandi peccatori, io bruciavo dal desiderio di strapparli alle fiamme eterne…

Per eccitare il mio zelo il Buon Dio mi mostrò che gradiva i miei desideri. – Sentii parlare di un grande criminale che era appena stato condannato a morte per delitti orribili, tutto faceva credere che sarebbe morto senza pentirsi. Io volli impedirgli ad ogni costo di finire all’inferno, per riuscirci impiegai tutti i mezzi immaginabili; sentendo che da sola non potevo nulla, offrii al Buon Dio i meriti infiniti di Nostro Signore, i tesori della Santa Chiesa, e alla fine pregai Celina di far dire una messa secondo le mie intenzioni, non osando chiederla io stessa per timore di essere costretta a confessare che era per Pranzini, il grande criminale. Non volevo neppure dirlo a Celina, ma lei mi fece domande così tenere e così insistenti che le confidai il mio segreto; ben lungi dal prendermi in giro, lei mi chiese di aiutarmi a convertire il mio peccatore, accettai con riconoscenza, perché avrei voluto che tutte le creature si unissero a me per implorare la grazia per il colpevole. Sentivo al fondo del mio cuore la certezza che i nostri desideri sarebbero stati esauditi, ma per darmi il coraggio di continuare a pregare per i peccatori, dissi al Buon Dio che ero proprio sicura che Egli avrebbe perdonato il povero infelice Pranzini, che lo avrei creduto anche se egli non si fosse confessato e non avesse dato alcun segno di pentimento, tanta era la fiducia che avevo nella misericordia infinita di Gesù, ma che io gli chiedevo soltanto “un segno” di pentimento per mia pura consolazione… La mia preghiera fu esaudita alla lettera! Malgrado la proibizione che Papà ci aveva fatto di leggere i giornali, io non credetti di disobbedire leggendo i passi che parlavano di Pranzini. il giorno dopo la sua esecuzione mi trovo sotto mano il giornale: “La Croix”. Lo apro in fretta e che vedo?… Ah! le mie lacrime tradirono la mia emozione e fui costretta a nascondermi… Pranzini non si era confessato, era salito sul patibolo e si preparava a passare la testa nel lugubre buco, quando improvvisamente, preso da un’ispirazione subitanea, si gira, prende un Crocifisso che il prete gli presentava e bacia per tre volte le sue piaghe sante!… Poi la sua anima andò a ricevere la sentenza misericordiosa di Colui che dichiara che in Cielo ci sarà più gioia per un peccatore che si pente che per 99 giusti che non hanno bisogno di pentirsi!…

Avevo ottenuto “il segno” richiesto e questo segno era la riproduzione fedele delle grazie che Gesù mi aveva fatto per attirarmi a pregare per i peccatori. Non era forse davanti alle piaghe (di) Gesù, vedendo colare il suo sangue Divino che la sete delle anime era entrata nel mio cuore? Io volevo dar loro da bere quel sangue immacolato che doveva purificarle dalle loro sozzure, e le labbra del “mio primo figlio” andarono a fissarsi sulle sante piaghe !!…  Che risposta ineffabilmente dolce!… Ah! dopo questa grazia unica, il mio desiderio di salvare le anime è cresciuto ogni giorno, mi pareva di sentire Gesù dirmi come alla samaritana: “Dammi da bere!”. Era un vero scambio d’amore; alle anime io davo il sangue di Gesù, a Gesù offrivo le stesse anime rinfrescate dalla sua rugiada Divina; così mi pareva di dissetarlo e più gli davo da bere, più la sete della mia povera piccola anima aumentava ed era questa sete ardente che Egli mi dava come la più deliziosa bevanda del suo amore…

In poco tempo il Buon Dio aveva saputo farmi uscire dal cerchio stretto in cui giravo a vuoto non sapendo come uscirne. Vedendo il cammino che Lui mi ha fatto fare, la mia riconoscenza era grande, ma bisogna proprio che lo ammetta, se il passo più grande era compiuto, mi restavano ancora tante cose da lasciare. Liberato dai suoi scrupoli, dalla sua sensibilità eccessiva, il mio spirito si sviluppò. Avevo sempre amato il grande, il bello, ma a quel tempo fui presa da un desiderio estremo di sapere. Non accontentandomi delle lezioni e dei compiti che mi dava la mia maestra, mi impegnavo da sola in studi speciali di storia e di scienza. Gli altri studi mi lasciavano indifferente, ma queste due materie attiravano tutta la mia attenzione; e così, in pochi mesi ho acquisito più conoscenze che durante i miei anni di studio. Ah! quello non era che vanità e afflizione dello spirito (il capitolo dell’Imitazione in cui si parla de] le scienze mi riveniva spesso al pensiero, ma trovavi il mezzo di continuare lo stesso, dicendomi che esser do in età di studiare, non era male farlo. Io non credi di aver offeso il Buon Dio, (benché riconosca di averci passato un tempo inutile) perché non ci impiegavo che un certo numero di ore che non volevo oltrepassare per mortificare il mio desiderio troppo vivo di sapere… Eri nell’età più pericolosa per le ragazze, ma il Buon Dio ha fatto per me quello che riferisce Ezechiele nelle su profezie: “Passando presso di me Gesù ha visto che era “venuto per me il tempo di essere amata, Egli ha fatto “alleanza con me e io sono divenuta sua… Egli ha “steso su di me il suo mantello, egli mi ha lavato ne “profumi preziosi, mi ha rivestita di vesti ricamate “regalandomi collane e ornamenti senza prezzo… Egli “mi ha nutrita con la più pura farina, con il miele e con “l’olio in sovrappiù… allora io sono diventata bella ai “suoi occhi ed Egli ha fatto di me una potente regina!…”Si Gesù ha fatto tutto questo per me, io potrei riprendere ogni parola che ho appena scritto e provare che si è realizzata in mio favore, ma le grazie che ho raccontato sopra ne sono una prova sufficiente; io parlerò soltanto del nutrimento che Lui mi ha prodigato “in sovrappiù”. Da tanto tempo io mi nutrivo della “pura farina” contenuta nell’imitazione, era il solo libro che mi ha fatto del bene, perché non avevo ancor trovato i tesori nascosti nel Vangelo. Io sapevo a me moria quasi tutti i capitoli della mia cara Imitazione quel libretto non mi lasciava mai; d’estate, lo portavo in tasca, d’inverno, nel manicotto, e questa era una tradizione; dalla Zia si divertivano molto aprendolo a caso, mi facevano recitare il capitolo che avevano davanti agli occhi. A 14 anni, con un grande desiderio di scienza, il Buon Dio trovò che era necessario aggiungere “alla pura farina” il “miele e l’olio in sovrappiù”. Quel miele e quell’olio, egli me li ha fatti trovare nelle conferenze del Sig. Abate Arminjon, sulla fine del mondo presente e sui misteri della vita futura. Quel libro era stato prestato a Papà dalle mie care carmelitane, e contro la mia abitudine (perché non leggevo i libri di papà) chiesi di leggerlo.

Quella lettura fu ancora una volta una delle grazie più grandi della mia vita, la feci alla finestra della mia camera da studio, e l’impressione che ne sento è troppo intima e troppo dolce perché io la possa esprimere…

Tutte le grandi verità della religione, i misteri dell’eternità, immergevano l’anima mia in una felicità che non era della terra… Io presentivo già quello che Dio riserva a coloro che lo amano (non con l’occhio dell’uomo ma con quello del cuore) e vedendo che le ricompense eterne non avevano alcuna proporzione con i leggeri sacrifici della vita, io volevo amare, amare Gesù con passione, dargli mille segni d’amore mentre lo potevo ancora… Copiai molti passaggi sull’amore perfetto e sull’accoglienza che il Buon Dio deve riservare ai suoi eletti nel momento in cui Egli stesso diventerà la loro grande ed eterna ricompensa, rileggevo senza posa le parole d’amore che avevano infiammato il mio cuore… Celina era diventata la confidente intima dei miei pensieri; dopo Natale noi potevamo capirci, la distanza di età non esisteva più perché ero diventata grande in statura e soprattutto in grazia… Prima di quell’epoca mi lamentavo spesso di non sapere i segreti di Celina, lei mi diceva che ero troppo piccola, che dovevo diventare grande “dell’altezza di uno sgabello” perché lei potesse fidarsi di me… Mi piaceva salire su quel prezioso sgabello quando ero accanto a lei e le dicevo di parlarmi intimamente, ma il mio darmi da fare era inutile, ci separava ancora una diversità di altezza!…

Gesù che voleva farci avanzare insieme, formò nei nostri cuori dei legami più forti di quelli del sangue. Ci fece diventare sorelle d’anima, in noi si avverarono quelle parole del Cantico di S. Giovanni della Croce * (parlando allo Sposo la sposa esclama): “Seguendo le tue tracce, le ragazze percorrono lievi la strada, la carezza della scintilla, il vino aromatico suscitano in loro desideri divinamente profumati” Sì, era proprio con leggerezza che seguivamo i passi di Gesù; le scintille d’amore che Egli seminava a piene mani nelle anime nostre, il vino delizioso e forte che Egli ci dava da bere faceva sparire ai nostri occhi le cose passeggere e dalle nostre labbra uscivano aspirazioni d’amore ispirate da Lui. Quanto erano dolci le conversazioni che facevamo ogni sera nel belvedere! Con lo sguardo fisso nella lontananza, noi guardavamo la bianca luna che si alzava dolcemente dietro i grandi alberi… i riflessi argentei che spandeva sulla natura addormentata… le stelle brillanti che scintillavano nell’azzurro profondo… il soffio leggero della brezza della sera che faceva danzare le nuvole nevose, tutto sollevava il nostro cuore verso il Cielo, il bel Cielo di cui noi non contemplavamo ancora “che il rovescio limpido”…

Io non so se mi inganno, ma mi sembra che l’apertura delle nostre anime somigliava a quella di Sta Monica con suo figlio quando nel porto di Ostia se ne stavano perduti nell’estasi alla vista delle meraviglie del Creatore!… Mi pare che noi ricevevamo grazie di un ordine tanto alto quanto quelle accordate ai grandi santi. Come dice l’imitazione, il Buon Dio si comunica talora in mezzo ad un vivo splendore oppure “dolcemente velato, sotto ombre e simboli”; era in questo modo che Egli si degnava di manifestarsi alle anime nostre, ma quanto era trasparente e leggero il velo che nascondeva Gesù ai nostri sguardi!… il dubbio non era possibile, già la Fede e la Speranza non erano più necessarie, l’amore ci faceva trovare sulla terra Colui che cercavamo, “Avendolo trovato solo, Egli ci aveva dato il suo bacio, perché in futuro nessuno potesse disprezzarci”.Grazie così grandi non dovevano restare senza frutti, e questi furono così abbondanti che la pratica della virtù ci diventò dolce e naturale; all’inizio il mio volto tradiva spesso il combattimento, ma a poco a poco questa impressione sparì e la rinuncia mi divenne facile anche al primo momento. Gesù l’ha detto: “A chi ha, sarà dato ancora di più, e sarà dato in abbondanza”. Per una grazia ricevuta con fedeltà, Egli me ne accordava una moltitudine di altre… Si dava Lui stesso a me nella Sta Comunione più spesso di quanto non avessi osato sperare. Avevo preso come regola di condotta di fare, senza mancarne neppure una, le comunioni che il mio confessore mi concedeva, ma di lasciare che fosse lui a regolarne il numero, senza chiedergliene mai. Non avevo per niente, a quel tempo, l’audacia che ora possiedo, altrimenti mi sarei comportata diversamente, perché sono proprio sicura che un’anima deve dire al suo confessore l’attrazione che sente di ricevere il suo Dio; non è certo per restarsene nel ciborio d’oro che Lui scende ogni giorno dal Cielo, è per trovare un altro Cielo che gli è infinitamente più caro del primo: il Cielo dell’anima nostra, fatta a sua immagine, il tempio vivo dell’adorabile Trinità!…Gesù che vedeva il mio desiderio e la dirittura del mio cuore permise che durante il mese di maggio il mio confessore mi disse di fare la Sta Comunione quattro volte alla settimana e passato questo bel mese ne aggiunse una quinta ogni volta che ci fosse stato un giorno festivo. Dolcissime lacrime scorsero dai miei occhi mentre uscivo dal confessionale; mi pareva che era Gesù in persona che voleva darsi a me, perché stavo davvero poco in confessionale, mai dicevo una parola dei miei intimi sentimenti, la via su cui camminavo era così dritta, così luminosa che non avevo bisogno di altra guida che Gesù… Paragonavo i direttori a specchi fedeli che riflettevano Gesù nelle anime e dicevo che per me il Buon Dio non si serviva d’intermediari, ma agiva direttamente!…Quando un giardiniere circonda di cure un frutto che vuole far maturare prima della sua stagione, non è mai per lasciarlo attaccato all’albero, ma per presentarlo su una tavola splendidamente imbandita. Era dunque con una simile intenzione che Gesù prodigava le sue grazie al suo piccolo fiorellino… Lui, che nei giorni della sua vita mortale gridava in un trasporto di gioia: “Padre mio, ti benedico perché hai nascosto queste cose ai sapienti ed ai prudenti e le hai rivelate ai più piccoli piccoli”, voleva fare risplendere in me la sua misericordia; poiché io ero così piccola e debole egli si abbassava verso di me, mi istruiva in segreto delle cose del suo amore. Ah! se dei sapienti, avendo passato la loro vita nello studio fossero venuti ad interrogarmi, senza dubbio sarebbero stati sbalorditi di vedere una bambina di quattordici anni comprendere i segreti della perfezione, quei segreti che tutta la loro scienza non può scoprire per essi, poiché per possederli occorre essere poveri di spirito!…Come dice San Giovanni della Croce nel suo cantico: “Io non avevo nè guida, nè luce, salvo quella che brillava nel mio cuore, questa luce mi guidava più sicuramente di quella di mezzogiorno al luogo dove mi attendeva Colui che mi conosce perfettamente”  Questo luogo, era il Carmelo; prima di “riposarmi all’ombra di Colui che io desideravo” , dovevo passare attraverso molte prove, ma la chiamata Divina era così pressante che se mi fosse stato necessario attraversare le fiamme, io l’avrei fatto per essere fedele a Gesù… Per incoraggiarmi nella mia vocazione, non trovai che un’anima sola, e fu quella della mia Madre amata… il mio cuore trovò nel suo un’eco fedele e senza di lei io non sarei senza dubbio arrivata alla riva benedetta che l’aveva accolta da 5 anni sulla sua terra impregnata della rugiada celeste… Sì da 5 anni ero lontana da te, Madre mia amata, credevo di averti perduta, ma al momento della prova è la mano tua che mi ha indicato la strada che dovevo seguire… Avevo bisogno di questa consolazione, perché i miei parlatori al Carmelo erano diventati per me sempre più dolorosi, io non potevo parlare del mio desiderio di entrare senza sentirmi respinta. Maria trovando che ero troppo giovane, faceva tutto il possibile per impedire il mio ingresso; tu stessa, Madre mia, per provarmi, cercavi qualche volta di frenare il mio ardore; alla fine se non avessi davvero avuto la vocazione, io mi sarei fermata fino dall’inizio, perché ho incontrato ostacoli appena ho cominciato a rispondere alla chiamata di Gesù. Non volli dire a Celina il mio desiderio di entrare così giovane al Carmelo e la cosa mi fece soffrire ancora di più per­ché mi era molto difficile nasconderle qualcosa… Que­sta sofferenza non durò a lungo, presto la mia Sorellina cara seppe la mia determinazione e lungi dal cercare di distogliermi, accettò con un coraggio ammirevole il sacrificio che il Buon Dio le chiedeva; per capire quanto esso fu grande bisognerebbe sapere fino a che punto noi eravamo unite… era per così dire la stessa anima che ci faceva vivere; da pochi mesi gioivamo insieme della vita più dolce che ragazze come noi potevano sognare; tutto, attorno a noi, rispondeva ai nostri gusti, la libertà più grande ci era data, e finalmente dicevo che la nostra vita era sulla terra l’ideale della felicità… Avemmo appena il tempo di gustare questo ideale di felicità che fu necessario allontanarsene liberamente, e la mia cara Celina non si ribellò neppure un istante. Non era lei tuttavia che Gesù chiamava per prima, e perciò avrebbe potuto lamentarsene… avendo la stessa vocazione che avevo io, toccava a lei partire!… Ma come al tempo dei martiri, coloro che restavano in prigione davano con gioia il bacio della pace ai loro fratelli che partivano per primi per combattere nell’arena e si consolavano al pensiero che forse erano messi da parte per battaglie ancora più grandi, così Celina lasciò allontanarsi la sua Teresa e restò sola per il glorioso e sanguinoso combattimento cui Gesù la destinava come la privilegiata del suo amore!…

Celina divenne dunque la confidente delle mie lotte e delle mie sofferenze, lei vi prese parte allo stesso modo in cui lo avrebbe fatto se si fosse trattato della sua vocazione; dalla sua parte io non avrei avuto da temere opposizione, ma non sapevo che mezzo usare per dirlo a Papà… Come parlargli di lasciare la sua regina, a lui che aveva appena sacrificato le sue tre figlie maggiori?… Ah, quante lotte intime ho dovuto sopportare prima di sentimi il coraggio di parlare!… Tuttavia mi toccò decidere, stavo per avere quattordici anni e mezzo, sei mesi soltanto mi separavano dalla bella notte di Natale in cui avevo deciso di entrare, alla stessa ora in cui l’anno precedente avevo avuto “la mia grazia”. Per fare la mia grande confidenza scelsi il giorno della Pentecoste tutta la giornata invocai i Ss Apostoli di pregare per me, di ispirarmi le parole che avrei dovuto dire… Non erano forse loro, infatti, a dover aiutare la bambina timida che Dio destinava a diventare l’apostolo degli apostoli con la preghiera e il sacrificio?… Fu solo al pomeriggio al ritorno dai vespri che io trovai l’occasione di parlare al mio piccolo caro Papà; era andato a sedersi sull’orlo della cisterna e là, con le mani giunte, contemplava le meraviglie della natura, il sole i cui raggi avevano perso la loro fiamma indorava la cima dei grandi alberi, dove gli uccellini cantavano con gioia la loro preghiera della sera. Il bel volto di Papà aveva un’espressione di cielo, io sentivo che la pace inondava il suo cuore; senza dire una sola parola sono andata a mettermi seduta accanto a lui, con gli occhi già bagnati di lacrime, egli mi guardò con tenerezza e prendendo il mio capo lo appoggiò sul suo cuore, dicendomi: “Che hai mia piccola regina?… dimmelo…”. Poi alzandosi come per dissimulare la propria emozione, si mise a camminare lentamente, tenendo sempre il mio capo sul suo cuore. In mezzo alle lacrime gli confidai il mio desiderio di entrare al Carmelo, allora le sue lacrime vennero a mescolarsi alle mie, ma egli non disse neppure una parola per distogliermi dalla mia vocazione accontentandosi semplicemente di farmi notare che ero ancora molto giovane per prendere una decisione così grave. Ma io difesi così bene la mia causa, che con natura semplice e diritta di Papà, egli fu presto convinto che il mio desiderio era quello di Dio stesso e nella sua fede profonda esclamò che il Buon Dio gli faceva un grande onore di chiedergli così le sue figlie; continuammo a lungo la nostra passeggiata, il mio cuore consolato dalla bontà con cui il mio incomparabile Padre aveva accolto le sue confidenze, si espandeva dolcemente nel suo. Papà sembrava gioire di quella gioia tranquilla offerta dal sacrificio compiuto, egli mi parlò come un santo e io vorrei ricordarmi le sue parole per scriverle qui, ma non ne ho conservato che un ricordo troppo profumato perché possa tradursi. Quello di cui mi ricordo perfettamente fu  l’azione simbolica che il mio amato Re compì senza saperlo. Avvicinandosi ad un muro poco alto, mi fece vedere dei piccoli fiori bianchi somiglianti a gigli in miniatura e prendendo uno d quei fiori, me lo diede, spiegandomi con quale cura i Buon Dio l’aveva fatto nascere e l’aveva conservato fino a quel giorno; sentendolo parlare, credevo di sentire la mia storia tante erano le somiglianze tra quello che Gesù aveva fatto per il piccolo fiore e per la piccola Teresa… Io presi questo fiorellino come una reliquia e vidi che volendolo cogliere, Papà aveva tolto tutte le sue radici senza spezzarle, ed esso sembrava destinato a vi vere ancora in un’altra terra più fertile del muschio morbido dove erano passate le sue prime mattine… Era proprio l’azione che Papà aveva appena fatto per me qualche istante prima, permettendomi di salire la montagna del Carmelo e di lasciare la dolce valle testimone dei miei primi passi nella vita.

Sistemai il mio piccolo fiore bianco nella mia Imitazione, al capitolo che ha per titolo: “Sul fatto che occorre amare Gesù al di sopra di tutte le cose”, è ancora là, soltanto il gambo si è spezzato proprio vicino alle radici ed il Buon Dio sembrava dirmi così che spezzerà presto i legami del suo piccolo fiore e non lo lascerà appassire sulla terra! Dopo aver ottenuto il consenso di Papà, credevo di poter prendere il volo senza paura verso il Carmelo, ma prove  molto dolorose dovevano ancora mettere alla prova la mia vocazione. Fu solo tremando che confidai allo zio la decisione che avevo presa. Mi prodigò tutti i segni di tenerezza possibili, tuttavia non mi diede il permesso di partire, al contrario mi proibì di parlargli della mia vocazione prima dell’età di 17 anni. Era contrario alla prudenza umana, diceva, far entrare al Carmelo una bambina di 15 anni, perché questa vita di carmelitana agli occhi del mondo era una vita di filosofo, Sarebbe stato fare gran torto alla religione lasciarla abbracciare ad una bambina senza esperienza… Tutti ne avrebbero parlato, ecc… ecc… Disse anche che per farlo decidere a lasciarmi andar via sarebbe occorso un miracolo. Io vidi bene che tutti i ragionamenti sarebbero stati inutili, e così me ne andai, con il cuore immerso nell’amarezza più profonda; la mia sola consolazione era la preghiera, supplicavo Gesù di fare il miracolo richiesto perché soltanto a quel prezzo avrei potuto rispondere alla sua chiamata.

Passò un tempo abbastanza lungo prima che osassi parlare di nuovo allo zio; mi costò moltissimo andare da lui, egli da parte sua sembrava non pensare più alla mia vocazione, ma ho saputo più tardi che la mia grande tristezza lo spinse parecchio in mio favore. Prima di far risplendere sull’animo mio un raggio di speranza, il Buon Dio volle inviarmi un martirio dolorosissimo che durò tre giorni. Oh, mai ho capito così bene come durante questa prova, il dolore della Santa Vergine e di San Giuseppe che cercavano il divino Bambino Gesù… Ero in un triste deserto o piuttosto l’anima mia era simile al fragile scafo abbandonato senza pilota alla mercè delle onde tempestose… Lo so, Gesù era là e dormiva sulla mia navicella, ma la notte era così nera che mi era impossibile vederlo, nulla mi rischiarava, neppure un lampo veniva a solcare le nuvole scure… Senza dubbio è una ben triste luce la luce dei lampi, ma almeno, se la tempesta fosse scoppiata apertamente, io avrei potuto per un istante accorgermi di Gesù… era la notte, la notte profonda dell’anima… come Gesù nell’orto dell’agonia, io mi sentivo sola, non trovavo consolazioni sulla terra nè dalla parte del Cielo, il Buon Dio sembrava avermi abbandonata  La natura sembrava partecipare alla mia tristezza amara, durante quei tre giorni, il sole non fece brillare neppure uno dei suoi raggi e la pioggia cadde a torrenti. (Ho notato che in tutte le circostanze gravi della mia vita, la natura era l’immagine dell’anima mia. Durante i giorni delle lacrime, il Cielo piangeva con me, durante i giorni di gioia, il Sole mandava a profusione i suoi raggi allegri e l’azzurro non era oscurato da nessuna nuvola…)

Finalmente al quarto giorno che capitava di sabato, giorno consacrato alla dolce Regina dei Cieli, andai a trovare lo zio. Quale non fu la mia sorpresa nel vederlo che mi guardava e che mi faceva entrare nel suo studio senza che io ne avessi manifestato il desiderio!… Cominciò a farmi dolci rimproveri perché sembravo aver paura di lui e poi mi disse che non era necessario chiedere un miracolo, che aveva soltanto pregato il Buon Dio di dargli “una semplice spinta di cuore” e che era stato esaudito… Ah! io non fui tentata di supplicare un miracolo, perché per me il miracolo era concesso, lo zio non era più lo stesso. Senza fare alcuna allusione alla “prudenza umana” egli mi disse che io ero un fiorellino che il Buon Dio voleva cogliere e che lui non si sarebbe più opposto!…

Questa risposta definitiva era veramente degna di lui. Per la terza volta questo Cristiano di altri tempi permetteva che una delle sue figlie adottive del suo cuore andasse a seppellirsi lontano dal mondo. Anche la Zia fu ammirevole per tenerezza e per prudenza, io non mi ricordo che durante la mia prova ella mi abbia detto una parola che potesse accrescerla, vedevo che aveva una grande pietà della sua povera piccola Teresa, così quando ebbi ottenuto il consenso del mio caro Zio, lei mi dette il suo, ma non senza dimostrarmi in mille modi che la mia partenza le avrebbe dato dolore… Ohimè! i nostri cari parenti erano lungi dall’attendersi allora che sarebbe stato loro necessario rinnovare ancora due volte lo stesso sacrificio… Ma tendendo la mano per chiedere sempre, il Buon Dio non la presentò vuota, i suoi amici più cari poterono attingere abbondantemente la forza e il coraggio che erano loro così necessari… Ma il mio cuore mi porta ben lungi dal mio argomento, e io ci torno quasi con rincrescimento:

Dopo la risposta dello Zio, tu capisci, Madre mia con quale allegria ripresi la via dei Buissonnets, sotto”il bel Cielo, le cui nuvole si erano del tutto dissolte”!… Anche nell’anima mia la notte era finita. Gesù svegliandosi mi aveva restituito la gioia, il frastuono delle onde si era calmato; invece del vento della prova, una brezza leggera gonfiava la mia vela e io credevo di arrivare presto sulla riva benedetta che sentivo davvero vicina a me. Era in realtà molto vicina alla mia navicella, ma più di una tempesta doveva ancora sollevarsi e portandole via la vista del suo faro luminoso, farle temere di essersi allontanata senza possibilità di ritorno dalla riva così ardentemente desiderata…

Pochi giorni dopo aver ottenuto il consenso dello zio, venni a trovarti, Madre mia cara, e ti dissi la mia gioia per il fatto che tutte le mie prove erano passate, ma quale non fu la mia sorpresa, e il mio dolore al sentirti dire che il Sig. Superiore non consentiva il mio ingresso prima dell’età di 21 anni… Nessuno aveva pensato a questa opposizione, la più invincibile di tutte; nonostante ciò senza perdermi di coraggio andai io stesso con Papà e Celina dal nostro Padre  per tentare di commuoverlo dimostrandogli che io avevo proprio la vocazione del Carmelo. Egli ci ricevette molto freddamente, il mio incomparabile piccolo Papà ebbe il suo bel da fare ad unire le sue richieste alle mie, nulla poté cambiare il suo atteggiamento. Mi disse che non c’erano pericoli nell’attesa, che a casa potevo condurre una vita di carmelitana, che non era poi tutto perduto se non avessi preso la disciplina… ecc… ecc… alla fine concluse aggiungendo che lui non era che il delegato di Monsignore e che se questi voleva permettermi di entrate al Carmelo lui non avrebbe avuto più niente da ridire… Io uscii tutta in lacrime dal presbiterio, per fortuna ero nascosta dal mio ombrello, perché la pioggia veniva giù a torrenti. Papà non sapeva come consolarmi… mi promise di condurmi a Bayeux appena io ne avessi manifestato il desiderio, perché io ero decisa ad arrivare ai miei scopi, io dissi anche se sarei andata fino dal Santo Padre, se Monsignore non avesse voluto permettermi di entrare al Carmelo a 15 anni… Molti eventi passarono prima del mio viaggio a Bayeux, all’esterno la mia vita sembrava la stessa, studiavo, prendevo lezioni di disegno con Celina e la mia brava maestra trovava in me parecchie disposizioni nella sua arte. Soprattutto crescevo nell’amore del Buon Dio, sentivo nel mio cuore slanci fino allora sconosciuti, talora avevo veri trasporti d’amore. Una sera non sapendo come dire a Gesù che lo amavo e quanto desideravo che Egli fosse dovunque amato e glorificato, pensai con dolore che egli non avrebbe mai potuto ricevere un solo atto d’amore dall’inferno; allora dissi al Buon Dio che per fargli piacere avrei volentieri acconsentito a vedermici sprofondata, perché egli fosse amato eternamente in quel luogo di bestemmia… Sapevo che la cosa non poteva glorificarlo, perché Egli non desidera altro che la nostra felicità, ma quando si ama, si prova il bisogno di dire mille follie; se parlavo così, non era che il Cielo non eccitasse il mio desiderio, ma allora il mio Cielo tutto mio non era altro che l’Amore, ed io sentivo come S. Paolo che nulla avrebbe potuto allontanarmi dall’oggetto divino che mi aveva rapita !…

Prima di lasciare il mondo, il Buon Dio mi diede la consolazione di osservare da vicino delle anime di bambini; essendo la più piccola della famiglia, non avevo mai avuto questa felicità, ecco le tristi circostanze che me la procurarono: Una povera donna, parente della nostra domestica, mori nel fiore degli anni lasciando 3 figli piccolissimi; durante la sua malattia ci prendemmo in casa le due bambine la più grande delle quali non aveva 6 anni, io me ne occupavo tutta la giornata ed era un grande piacere per me vedere con quale candore essi credevano tutto quello che io dicevo loro.

Bisogna proprio che il santo Battesimo deponga nelle anime un seme davvero profondo delle virtù teologali giacché fino dall’infanzia esse si fanno già vedere e perché la speranza dei beni futuri basta per far accettare qualche sacrificio. Quando volevo vedere le mie due figliette del tutto d’accordo tra loro, invece di promettere giocattoli e caramelle a colei che avrebbe ceduto alla sorella, parlavo loro delle ricompense eterne che Gesù Bambino darà in Cielo ai bambini saggi; la più grande, la cui ragione cominciava a svilupparsi, mi guardava con gli occhi brillanti di gioia, mi faceva mille domande incantevoli su Gesù Bambino e sul suo bel Cielo e mi prometteva con entusiasmo di cedere sempre alla sorella; diceva che mai nella sua vita si sarebbe dimenticata quello che le aveva detto “la grande signorina”, perché mi chiamava così… Vedendo da vicino quelle anime innocenti, ho capito quale disgrazia era il non formarle bene fino dal loro risveglio, quando somigliano ad una cera molle su cui si può lasciare l’impronta delle virtù, ma anche quella del male… ho compreso ciò che Gesù ha detto nel Vangelo: “È meglio essere gettato nel mare che scandalizzare uno solo di questi bambini”, Ah! quante anime arriverebbero alla santità, se fossero ben dirette!…

Lo so, il buon Dio non ha bisogno di nessuno per fare l’opera sua, ma come permette ad un abile giardiniere di coltivare piante rare e delicate e gli dà per questo la scienza necessaria, riservando per Sé stesso la cura di fecondare, così Gesù vuole essere aiutato nella sua Divina cultura delle anime.

Che succederebbe se un giardiniere maldestro non innestasse bene i suoi arbusti? se non sapesse riconoscere la natura di ognuno e volesse far schiudere rose su un pesco?… Farebbe morire l’albero che invece era buono e capace di produrre frutti.

È così che bisogna saper riconoscere fino dall’infanzia quello che il Buon Dio chiede alle anime e assecondare l’azione della sua grazia, senza mai affrettarla né rallentarla.

Come gli uccellini imparano a cantare sentendo i loro genitori, così i bambini imparano la scienza delle virtù, il canto sublime dell’Amore Divino, presso le anime incaricate di formarle alla vita.

Mi ricordo che in mezzo ai miei uccelli, avevo un ca­narino che cantava a meraviglia, avevo anche un piccolo fanello cui prodigavo le mie cure “materne”, avendo adottato prima che avesse potuto godere la felicità della libertà. Quel povero piccolo prigioniero non aveva genitori per insegnargli a cantare, ma sentendo dal mattino alla sera il suo compagno canarino fare gioiosi gorgheggi, volle imitarlo… Quell’impresa era difficile per un fanello, anche la sua dolce voce fece parecchia fatica ad accordarsi con la voce vibrante del suo maestro di musica. Era grazioso vedere gli sforzi del povero piccolo, ma furono alla fine coronati da successo, perché il suo canto pur conservando una dolcezza ben maggiore fu assolutamente lo stesso di quello del canarino.

O Madre mia cara! sei tu che mi hai insegnato a cantare… è la tua voce che mi ha incantato fino dalla fanciullezza, e ora ho la consolazione di sentir dire che ti somiglio!!! Io so quanto ne sono ancora lontana, ma spero malgrado la mia debolezza di ridire eternamente lo stesso cantico tuo!…

Prima del mio ingresso al Carmelo, io feci ancora tante esperienze sulla vita e sulle miserie del mondo, ma questi dettagli mi porterebbero troppo lontano, e vado a riprendere il racconto della mia vocazione. – il 31 ottobre fu il giorno fissato per il mio viaggio a Bayeux.

Partii sola con Papà, il cuore pieno di speranza, ma an­che molto emozionata al pensiero di presentarmi al vescovado. Per la prima volta della mia vita, dovevo andare a fare una visita senza essere accompagnata dalle mie sorelle e questa visita era ad un Vescovo! Io che non avevo mai bisogno di parlare che per rispondere alle domande che mi si rivolgevano, dovevo spiegare io stessa lo scopo della mia visita, sviluppare le ragioni che mi facevano sollecitare l’ingresso al Carmelo, in una parola dovevo mostrare la solidità della mia vocazione. Ah! quanto mi è costato fare quel viaggio! È stato necessario che il Buon Dio mi desse una grazia tutta speciale perché io abbia potuto vincere la mia grande timidezza… È anche verissimo che “Mai l’Amore trova cose impossibili, perché si crede tutto possibile e tutto permesso. Era veramente il solo amore di Gesù che poteva farmi scavalcare quelle difficoltà e quelle che seguirono perché Egli si compiacque di farmi comprare la mia vocazione attraverso grandissime prove…

Oggi che godo della solitudine del Carmelo (riposandomi all’ombra di Colui che ho così ardentemente desiderato) trovo che ho comprato la mia felicità a prezzo proprio basso e sarei disposta a sopportare pene davvero maggiori per acquistarla se non l’avessi ancora!

Pioveva a rovescio quando arrivammo a Bayeux, Papà che non voleva vedere la sua reginetta entrare in vescovado con la sua bella toeletta tutta rovinata la fece salire su un bus e portare alla cattedrale. Là cominciarono le mie miserie, Monsignore e tutto il suo clero assistevano ad un grande funerale. La Chiesa era piena di signore in lutto e tutti mi guardavano con il mio vestito chiaro e il mio cappello bianco, avrei voluto uscire dalla Chiesa, ma non era proprio il caso di pensarci, per la pioggia, e per umiliarmi ancora di più il Buon Dio permise che Papà con la sua semplicità patriarcale mi fece andare su fino alle prime file della cattedrale; non volendogli dare dolore io eseguii con buona grazia e offrii quella distrazione ai buoni abitanti di Bayeux che mi sarei augurata di non aver mai conosciuto… Alla fine potei respirare a mio agio in una cappella che era dietro l’altare maggiore e ci restai a lungo, pregando con fervore nell’attesa che la pioggia smettesse e che ci permettesse di uscire. Scendendo, Papà mi fece ammirare la bellezza dell’edificio che pareva molto più grande da vuoto, ma un solo pensiero mi occupava e non riuscivo ad avere piacere di nulla. Andammo direttamente da Mr Révérony che sapeva del nostro arrivo avendo egli stesso fissato il giorno del viaggio, ma era assente; ci toccò dunque vagare per le strade che mi parvero tristissime; finalmente tornammo vicino al Vescovado e Papà mi fece entrare in un bell’hotel in cui non feci onore al bravo cuoco. Questo povero piccolo Papà era di una tenerezza quasi incredibile per me, mi diceva di non crucciarmi, che sicuramente Monsignore avrebbe esaudito la mia richiesta. Dopo esserci riposati, tornammo da Mr Révérony; un signore arrivò nello stesso momento, ma il vicario generale gli chiese educatamente di aspettare e ci fece entrare per primi nel suo ufficio (il povero signore ebbe il tempo di annoiarsi perché la visita fu lunga). Mr Révérony si mostrò amabilissimo, ma io credo che il motivo del nostro viaggio lo sorprese molto; dopo avermi guardato sorridendo e fatto qualche domanda ci disse: “Io vi presenterò a Monsignore, vogliate avere la bontà di seguirmi”. Vedendo le lacrime spuntare come perle dai miei occhi, aggiunse: “Ah, vedo dei diamanti… non bisogna mostrarli a Monsignore!…”. Ci fece attraversare parecchie sale molto grandi, ornate di ritratti vescovili; vedendomi in questi grandi saloni, mi facevo l’effetto di una povera formichina e mi chiedevo che cosa avrei osato dire a Monsignore; quello passeggiava con due preti sopra una galleria, vidi Mr Révérony dirgli qualche parola e tornare indietro con lui, noi l’aspettavamo nel suo studio; là, tre enor­mi poltrone erano sistemate davanti al camino ove scoppiettava un fuoco ardente. Vedendo entrare sua Eccel­lenza, Papà si mise in ginocchio accanto a me per ricevere la sua benedizione, poi Monsignore fece prendere posto a Papà in una delle poltrone, si mise davanti a lui e Mr Révérony volle farmi prendere quella di mezzo; io rifiutai educatamente, ma insisté, dicendomi di far vedere se ero capace di obbedire, e così senza stare a pensarci su io ebbi la vergogna di vedergli prendere una sedia mentre io ero affondata in una poltrona dove quattro come me sarebbero state a loro agio (più a loro agio di me, perché ero ben lungi dall’esserlo!…) Speravo che Papà avrebbe parlato ma egli mi disse di spiegare io stessa a Monsignore lo scopo della nostra visita; lo feci il più eloquentemente possibile, sua Eccellenza abituata all’eloquenza non parve troppo toccato dalle mie ragioni, al loro posto mi sarebbe servita di più una parola del Sig. Superiore, disgraziatamente non ne avevo e la sua opposizione non giocava in alcun modo a mio favore ~

Monsignore mi chiese se era tanto tempo che desideravo entrare al carmelo: – Oh sì! Monsignore, tanto tempo…” – “Vediamo, riprese ridendo Mr Révérony, voi non potete certo dire che sono 15 anni che avete questo desiderio”. – “È vero, risposi sorridendo anche io, ma non ci sono molti anni da sottratte perché ho desiderato di farmi suora dal risveglio della mia ragione ed ho desiderato il carmelo appena l’ho conosciuto bene, perché in quell’ordine trovavo che tutte le aspirazioni dell’anima mia si sarebbero compiute”. Io non so, Madre mia, se queste sono del tutto le parole mie, credo che la cosa era ancora più malmessa, ma alla fine questo è il senso.

Monsignore, credendo di far piacere a Papà cercò di farmi restare ancora qualche anno con lui, e così non fu poco sorpreso ed edificato dal vederlo prendere partito per me, intercedere perché io ottenessi il permesso di volare via a 15 anni. Tuttavia tutto fu inutile, egli disse che prima di decidere era indispensabile un incontro con il Superiore del Carmelo. Io non potevo sentire niente che mi desse più dolore, perché conoscevo l’opposizione formale di nostro Padre, e così senza tener conto della raccomandazione di mr Révérony feci più che mostrare i diamanti a Monsignore, gliene regalai!… Vidi bene che era commosso; passando il suo braccio attorno al mio collo appoggiò la mia testa sulla sua spalla e mi accarezzava, come mai, sembra, nessuno lo era stato da lui. Mi disse che non tutto era perduto, che era molto contento che io facessi il viaggio di Roma per confermare la mia vocazione e che invece di piangere dovevo rallegrarmi; aggiunse che la settimana seguente, dovendo andare a Lisieux, avrebbe parlato di me al Sr curato di S. Giacomo e che certamente io avrei ricevuto la sua risposta in Italia. Compresi che era inutile insistere con le richieste, del resto non avevo più niente da dire avendo attinto a tutte le risorse della mia eloquenza.

Monsignore ci ricondusse fino al giardino. Papà lo divertì molto, raccontandogli che per sembrare più grande, mi ero fatta sollevare i capelli. (La cosa non fu inutile, perché Monsignore non parla della “sua figlietta” senza raccontare la storia dei capelli…) Mr R. volle accompagnarci fino alla fine del giardino dell’episcopio, disse a Papà che non aveva vissuto mai una cosa simile: “Un padre impegnato a donare sua figlia al Buon Dio tanto quanto lei stessa è impegnata a donarsi!”.

Papà gli chiese molte spiegazioni sul pellegrinaggio, tra cui come bisognava vestirsi per comparire davanti al S. Padre. Lo vedo ancora girarsi davanti a Mr Révérony mentre gli dice: “Vado bene, così?…”. Aveva anche detto a Monsignore che se non mi permetteva di entrare al Carmelo io avrei chiesto questa grazia al Sovrano Pontefice. Era semplicissimo nelle sue parole e nei suoi modi il mio amato Re, ma era così bello… aveva una distinzione tutta naturale che dové piacere molto a Monsignore abituato a vedersi circondato da personaggi che conoscono tutte le regole dell’etichetta dei salotti, ma non il Re di Francia e di Navarra in persona con la sua piccola regina…

Quando fui nella strada le mie lacrime ricominciarono a scorrere, non tanto per la mia disgrazia, quanto perché vedevo il mio caro piccolo Papà che aveva fatto un viaggio inutile… Lui che si faceva una gioia di inviare un messaggio al Carmelo, con l’annuncio della felice risposta di Monsignore, era costretto a tornare senza averne alcuna… Ah! che pena avevo!… Mi pareva che il mio futuro era spezzato per sempre; più mi avvicinavo al traguardo, più vedevo che le mie cose si imbrogliavano. L’anima mia era immersa nell’amarezza, ma anche nella pace, perché non cercavo che la volontà del Buon Dio.

Appena arrivati a Lisieux, io andai a cercare consolazione al Carmelo e ne trovai da te, Madre mia cara. Oh no! mai dimenticherò tutto quello che tu hai sofferto a causa mia. Se non avessi paura di profanarle servendomene, potrei dire le parole che Gesù indirizzava ai suoi apostoli, la sera della sua Passione: “Voi siete stati sem­pre con me in tutte le mie prove”. Le mie amatissime sorelle mi offrirono allo stesso modo consolazioni dolcissime… Tre giorni dopo il viaggio a Bayeux io ne dove­vo fare uno molto più lungo, quello della città eterna. Ah! che viaggio è stato, quello!… Da solo mi ha insegnato di più che lunghi anni di studio, mi ha mostrato la vanità di tutto quello che passa e che tutto e’ afflizione di spirito sotto il sole. Tuttavia ho visto cose bellissime, ho contemplato tutte le meraviglie dell’arte e della religione, soprattutto ho calpestato la stessa terra dei Ss Apostoli, la terra bagnata dal sangue dei Martiri e la mia anima è cresciuta al contatto con le cose sante…

Sono felicissima di essere stata a Roma, ma comprendo le persone del mondo che pensarono che Papà mi aveva fatto fare questo viaggio per cambiare le mie idee sulla vita religiosa; c’era davvero di che distruggere una vocazione poco solida. Non avendo mai vissuto in mezzo al grande mondo, Celina e io, noi  ci trovammo m mezzo alla nobiltà che componeva quasi esclusivamente il pellegrinaggio. Ah! ben lungi dal confonderci, tutti qui titoli e quei “de” non ci parvero che fumo… Da lontano la cosa mi aveva talora buttato un po’ di polvere negli occhi, ma da vicino, io vidi che “tutto quello che brilla non è oro” e capii questa parola dell’Imitazione:

“Non ricercare quell’ombra che si chiama un grande nome, non desiderare nè numerosi legami nè l’amicizia particolare di nessun uomo”

Io capii che la vera grandezza si trova nell’anima e non nel nome, perché come dice Isaia: “il Signore darà un altro nome ai suoi eletti”  e S. Giovanni dice anche: “Che il vincitore riceverà una pietra bianca su cui è scritto un nome nuovo che nessuno conosce se non colui che lo riceve” È perciò in Cielo che noi sapremo quali sono i nostri titoli di nobili. Allora ciascuno riceverà da Dio la lode che merita  e colui che sulla terra avrà voluto essere il più povero, il più dimenticato per amore di Gesù, quello sarà il primo, il più nobile e il più ricco!…

La seconda esperienza che ho fatto riguarda i preti. Non avendo mai vissuto nella loro intimità, io non potevo comprendere il fine principale della riforma del Carmelo. Pregare per i peccatori mi rapiva, ma pregare per le anime dei preti, che credevo più pure del cristallo, mi pareva sorprendente!…

Ah! Io ho capito la mia vocazione in Italia, non era davvero andare a cercare troppo lontano una conoscenza così utile…

Durante un mese ho vissuto con parecchi santi preti ed ho visto che, se la loro sublime dignità li innalza al di sopra degli angeli, non per questo sono uomini meno deboli e fragili… Se dei santi preti che Gesù chiama nel suo Vangelo: “il sale della terra” mostrano nella loro condotta che hanno un estremo bisogno di preghiere, che bisogna dire di quelli che sono tiepidi? Gesù non ha forse detto ancora: “Se il sale diventa scipito, con che cosa lo si potrà salare?”

O Madre mia! Quanto è bella la vocazione che ha come fine di conservare il sale destinato alle anime! Quella vocazione è quella del Carmelo, poiché runico fine delle nostre preghiere e dei nostri sacrifici è di essere l’apostolo degli apostoli, pregando per loro mentre essi evangelizzano le anime con le loro parole e soprattutto con i loro esempi… Bisogna che mi fermi, se continuassi a parlare di questo argomento, non finirei più!…

Vado, Madre mia cara, a raccontarti il mio viaggio con qualche particolare; perdonami se te ne do troppi, non rifletto prima di scrivere, e lo faccio in tante volte diverse, per il mio poco tempo libero, che il mio racconto ti parrà forse noioso… Ciò che mi consola è pensare che in Cielo ti riparlerò delle grazie che ho ricevuto e che potrò farlo allora con parole gradevoli e belle… Più nulla verrà ad interrompere le nostre intime confidenze e con un solo sguardo avrai compreso tutto… Ohimè, poiché debbo ancora impiegare il linguaggio della triste terra, cercherò di farlo con la semplicità di un bambino piccolo che conosce l’amore di sua Madre!…

Fu il sette novembre che il pellegrinaggio partì da Parigi, ma Papà ci portò in quella città qualche giorno prima per farcela visitare.

Una mattina alle tre attraversai la città di Lisieux ancora addormentata; molte impressioni passarono nell’anima mia in quel momento. Sentivo che andavo verso l’ignoto e che grandi cose mi attendevano laggiù… Papà era felice; quando il treno si mise in cammino, cantò quel vecchio ritornello: “Corri, corri, mia diligenza, eccoci sulla grande strada”. Arrivati a Parigi in mattinata, cominciammo subito la visita. Quel povero Paparino si stancò molto per farci piacere, e così noi avemmo pre­sto viste tutte le meraviglie della capitale. Per me ne tro­vai una sola che mi rapi, questa meraviglia fu: “Nostra Signora delle Vittorie”. Ah! cosa ho sentito ai suoi piedi, non potrei dirlo… Le grazie che ella mi concesse mi commossero così profondamente che solo le mie lacrime tradirono la mia felicità, come nel giorno della mia prima comunione… La Santa Vergine m’ha fatto sentire che era veramente lei che mi aveva sorriso e mi aveva guarita. Ho capito che ella vegliava su di me, che ero sua figlia, così non potei darle altro nome che “Mamma” perché mi sembrava ancora più tenero di quello di Madre… Con quale fervore io l’ho pregata di proteggermi sempre e di realizzare presto il mio sogno nascondendomi all’ombra del suo mantello verginale!… Ah! era uno dei miei primi desideri di bambina… Crescendo, avevo capito che era al Carmelo che mi sarebbe stato possibile trovare veramente il mantello della Santa Vergine ed era verso questa montagna fertile che tendevano i miei desideri…

Supplicavo ancora Nostra Signora delle Vittorie di allontanare da me tutto quello che avrebbe potuto offuscare la mia purezza; non ignoravo che in un viaggio come quello d’Italia, si potevano incontrare tante cose capaci di turbarmi, soprattutto perché non conoscendo il male avevo paura di scoprirlo, non avendo sperimentato che tutto è puro per i puri  e che l’anima semplice e diritta non vede male in nulla, perché in realtà il male non esiste che nei cuori impuri e non negli oggetti insensibili… Pregai anche S. Giuseppe di vegliare su di me; dalla mia infanzia avevo per lui una devozione che si confondeva con il mio amore per la Santa Vergine. Ogni giorno recitavo la preghiera: “O S. Giuseppe, padre e protettore delle vergini” e così fu senza paura che io intrapresi il mio viaggio lontano, ero così ben protetta che mi pareva impossibile avere paura.

Dopo esserci consacrati al Sacro Cuore nella basilica di Montmartre, noi partimmo da Parigi il lunedì 7 al mattino; presto avemmo fatto conoscenza con le persone del pellegrinaggio. Io così timida che ordinariamente osavo appena parlare, mi trovai completamente sbarazzata da quel difetto fastidioso; con mia grande sorpresa parlavo liberamente con tutte le grandi dame, i preti e persino con il Monsignore di Coutances. Mi pareva di aver sempre vissuto in quel mondo. Noi eravamo, credo, amate da tutti e Papà pareva fiero delle sue due figlie; ma se lui era fiero di noi, noi lo eravamo ugualmente di lui, perché non c’era in tutto il pellegrinaggio un signore più bello nè più distinto che il mio Re amato; gli piaceva vedersi attorno Celina e me, soprattutto quando non eravamo in treno, e appena mi allontanavo da lui, egli mi chiamava per dargli il braccio come a Lisieux… il sig. abate Révérony esaminava con cura tutte le nostre azioni, lo vedevo spesso che ci guardava da lontano; a tavola quando non ero davanti a lui, trovava il modo di inchinarsi per vedermi e sentire quello che dicevo. Senza dubbio voleva conoscermi per sapere se veramente ero capace di essere carmelitana; penso che ha dovuto essere soddisfatto del suo esame perché alla fine del viaggio parve ben disposto verso di me, ma a Roma è stato ben lungi dal favorirmi come sto per dire più avanti. – Prima di arrivare a quella “città eterna”, fine del nostro pellegrinaggio, ci fu dato di contemplare tante meraviglie. prima di tutto la Svizzera con le sue montagne la cui cima si perde tra le nuvole, le sue cascate graziose che sgorgano in mille modi diversi, le sue vallate profonde piene di felci gigantesche e di eriche rosa. Ah! Madre mia cara, quanto bene hanno fatto queste bellezze della natura sparse a profusione all’anima mia”! Come l’hanno innalzata verso Colui che si è compiaciuto a disseminare tali capolavori in una terra d’esilio che non deve durare che un giorno… Io non avevo abbastanza occhi per guardare. In piedi al finestrino perdevo quasi il respiro; avrei voluto essere dai due lati del vagone perché allontanandomene vedevo paesaggi con vedute incantevoli e del tutto diversi da quelli che si aprivano davanti a me.

Talora noi ci trovavamo in cima ad una montagna, ai nostri piedi precipizi di cui lo sguardo non riusciva a sondare il fondo sembravano pronti ad inghiottirci. oppure era un affascinante villaggetto con i suoi graziosi chalets e il suo campanile, sopra il quale danzavano mollemente nuvole splendide di bianchezza… Più avanti c’era un grande lago che gli ultimi raggi del sole coloravano d’oro; le onde calme e pure prendendo il colore azzurro del Cielo che si mescolava ai fuochi del tramonto, presentavano ai nostri sguardi meravigliati lo spettacolo più poetico e più incantatore che si potesse vedere… Al fondo del vasto orizzonte si intravedevano le montagne i cui contorni indecisi sarebbero sfuggiti ai nostri occhi se le loro cime nevose che il sole rendeva scintillanti non fossero venute ad aggiungere una bellezza di più al bel lago che ci rapiva…

Guardando tutte quelle bellezze, nascevano nel mio animo pensieri profondissimi. Mi pareva di capire già la grandezza di Dio e le meraviglie del Cielo… La vita religiosa mi appariva tale quale è con le sue sottomissioni, i suoi piccoli sacrifici compiuti nell’ombra. Capivo quanto è facile ripiegarsi su se stessi, dimenticare il fine sublime della propria vocazione e mi dicevo: più tardi, nell’ora della prova, quando prigioniera al Carmelo io non potrò contemplare che un piccolo angolo di Cielo stellato, mi ricorderò di quello che vedo oggi; questo pensiero mi darà coraggio, dimenticherò facilmente i miei piccoli poveri interessi vedendo la grandezza e la potenza di Dio che voglio amare unicamente. Io non avrò la sfortuna di attaccarmi a delle paglie, ora che “il mio cuore ha presentito quello che Gesù riserva a coloro che lo amano!…”

Dopo aver ammirato la potenza del Buon Dio, potei ancora ammirare quella che Egli ha dato alle sue creature. La prima città d’Italia che abbiamo visitato fu Milano. La sua cattedrale tutta in marmo bianco, con le sue statue tanto numerose da formare un popolo quasi innumerevole, fu visitata da noi nei dettagli più minuti. Celina ed io eravamo intrepide, sempre le prime e immediatamente dietro Monsignore per vedere tutto quello che riguardava le reliquie dei Santi e sentire bene le spiegazioni; così mentre lui offriva il Santo Sacrificio sulla tomba di S. Carlo, noi eravamo con Papà dietro l’Altare, con la testa appoggiata sulla cassa che racchiude il corpo del santo, rivestito con i suoi abiti pontificali. Era così dappertutto… (Eccettuato quando si trattava di salire dove la dignità di un Vescovo non lo permetteva, perché allora noi sapevamo bene lasciare sua Eccellenza)… Lasciando le signore timide nascondersi la faccia nelle mani dopo che erano salite sulle prime guglie che sono in cima alla cattedrale, seguivamo i pellegrini più arditi ed arrivavamo fino alla cima dell’ultima guglia di marmo, da cui avevamo il piacere di vedere ai nostri piedi la città di Milano i cui numerosi abitanti somigliavano ad un piccolo formicaio… Scese dal nostro piedistallo, cominciammo le nostre passeggiate in carrozza che dovevano durare un mese, e saziarmi per sempre dal mio desiderio di viaggiare senza fatica! il campo santo ci incantò ancora più della cattedrale, tutte le sue statue di marmo bianco che un cesellatore di genio pare aver animate, sono sistemate sul vasto campo dei morti con una specie di negligenza, ciò che per me ne aumenta la grazia… Si sarebbe tentati di consolare gli ideali personaggi che vi circondano. La loro espressione è così vera, il loro dolore così calmo, e così rassegnato che non ci si può impedire di riconoscere i pensieri d’immortalità che debbono riempire il cuore degli artisti che hanno realizzato questi capolavori. Qui c’è un bimbo che getta fiori sulla tomba dei genitori, il marmo pare aver perduto la sua pesantezza e i petali delicati paiono scivolare tra le dita del bimbo, il vento sembra già disperderli, sembra anche far fluttuare il velo leggero delle vedove e i nastri di cui sono ornati i capelli delle ragazze. Papà era incantato come noi; in Svizzera era stato stanco, ma allora, essendo ricomparso il suo buonumore, gioiva del bello spettacolo che contemplavamo; la sua anima d’artista si rivelava nelle espressioni di fede e di ammirazione che apparivano sul suo bel volto. Un vecchio signore (francese) che senza dubbio non aveva un’anima così poetica, ci guardava con la coda dell’occhio e diceva cose di cattivo umore, pur avendo l’aria di dispiacersi di non poter condividere la nostra ammirazione: “Ah! i Francesi come sono entusiasti!”. Io credo che questo povero signore avrebbe fatto meglio a starsene a casa, perché non mi è parso contento del suo viaggio, si trovava spesso accanto a noi e sempre i lamenti uscivano dalla sua bocca, era scontento delle carrozze, degli hotels, delle persone, delle città, alla fine di tutto… Papà con la sua grandezza d’animo abituale cercava di consolarlo, gli offriva il suo posto, ecc… alla fine lui si trovava sempre bene dovunque, essendo di un carattere direttamente contrario a quello del suo scortese vicino… Ah! quanti personaggi diversi abbiamo visto, che studio interessante è, quello del mondo quando si è sul punto di lasciarlo!…

A Venezia, la scena cambiò completamente; invece del frastuono delle grandi città non si sente altro, in mezzo al silenzio, che il grido dei gondolieri e il mormorio dell’onda agitata dai remi. Venezia non è priva di bellezze, ma io trovo triste questa città. il palazzo dei dogi è splendido, tuttavia è anch’esso triste con i suoi vasti appartamenti dove si esibiscono l’oro, il legno, i marmi più preziosi e le pitture dei più grandi maestri. Da tanto tempo le sue volte sonore hanno cessato di sentire la voce dei governanti che pronunciano sentenze di vita e di morte nelle sale che abbiamo attraversato… Hanno cessato di soffrire, i disgraziati prigionieri chiusi dai dogi nelle segrete e nelle carceri sotterranee… Visitando queste spaventose prigioni mi credevo al tempo dei martiri e avrei voluto poterci restare per imitarli!… Ma fu necessario uscirne subito e passare sul ponte “dei sospiri”, così chiamato a causa dei sospiri di sollievo che mandavano i condannati vedendosi liberati dall’orrore dei sotterranei cui preferivano la morte…

Dopo Venezia, siamo andati a Padova, dove abbiamo venerato la lingua di S. Antonio, poi a Bologna, dove abbiamo visto Santa Caterina che conserva l’impronta del bacio di Gesù Bambino. Ci sono tanti particolari interessanti che potrei dare su ogni città e riguardo a mille circostanze minute del nostro viaggio, ma non finirei più, quindi scriverò solo i dettagli principali.

Fu con gioia che lasciai Bologna, questa città mi era diventata insopportabile a causa degli studenti di cui è piena e che formavano una siepe quando avevamo la disgrazia di uscire a piedi, e soprattutto a causa della piccola avventura che mi è capitata con uno di loro , io fui felice di prendere la via di Loreto. Non sono sorpresa del fatto che la Vergine abbia scelto questo posto per trasportarci la sua casa benedetta, la pace, la gioia, la povertà vi regnano sovrane; tutto è semplice e primitivo, le donne hanno conservato il loro grazioso costume italiano e non hanno, come quelle delle altre città, adottato la moda di Parigi; in una parola, Loreto mi ha incantata! Che dirò della santa casa?… Ah! la mia emozione è stata profonda trovandomi sotto lo stesso tetto della S.ta Famiglia, contemplando i muri su cui Gesù aveva posato i suoi occhi divini, calpestando la terra che S. Giuseppe aveva bagnato di sudore, dove Maria aveva portato Gesù tra le sue braccia, dopo averlo portato nel suo seno verginale… Ho visto la cameretta dove l’angelo discese dalla Sta Vergine… Ho deposto il mio rosario nella scodellina di Gesù Bambino… Quanto sono affascinanti questi ricordi!…

Ma la nostra più grande consolazione fu di ricevere Gesù stesso nella sua casa e di essere il suo tempio vivente nel luogo stesso che egli aveva onorato della sua presenza. Secondo un uso italiano, il S. ciborio si conserva in ogni chiesa su un altare solo, e soltanto là si può ricevere la Sta comunione; questo altare era nella basilica stessa in cui si trova la Sta casa, custodita come un prezioso diamante dentro uno scrigno di marmo bianco. Ciò non fece la nostra felicità! Era nel diamante stesso, e non nello scrigno che volevamo fare la comunione… Papà con la sua dolcezza consueta fece come tutti, ma Celina ed io andammo a trovare un prete che ci accompagnava dovunque e che giustamente si preparava a celebrare la sua messa nella Santa-Casa, grazie ad un privilegio speciale. Egli chiese due piccole ostie che mise sulla sua patena con la sua grande ostia e tu capisci, Madre mia cara, quale fu il nostro incanto di fare tutte e due la Sta comunione in questa casa benedetta!… Era una felicità tutta celeste che le parole sono impotenti a tradurre. Che sarà dunque quando noi riceveremo la comunione nell’eterna casa del Re dei Cieli?… Allora noi non vedremo più finire la nostra gioia, non ci sarà più la tristezza della partenza, e per portare via un ricordo non ci sarà necessario grattare furtivamente i muri santificati dalla presenza Divina, poiché la sua casa sarà la nostra per l’eternità… Egli non ci vuole dare quella della terra, si contenta di mostrarcela per farci amare la povertà e la vita nascosta; quella che ci riserva è il suo Palazzo di gloria ove noi non lo vedremo più nascosto sotto l’apparenza di un bambino o di una bianca ostia ma tale quale è Lui, nell’esplosione del suo splendore infinito!!!…

E ora mi resta di parlare di Roma, di Roma scopo del nostro viaggio, là ove credevo di incontrare la consolazione ma dove ho trovato la croce!… Al nostro arrivo, era notte e noi essendo addormentate, fummo svegliate dagli inservienti della stazione che gridavano:

“Roma, Roma”. Non era un sogno, ero a Roma!…

La prima giornata si passò fuori delle mura e fu forse la più deliziosa, perché tutti i monumenti hanno conservato il loro carattere di antichità mentre al centro di Roma ci si potrebbe credere a Parigi vedendo la magnificenza degli hotels e dei negozi. Quella passeggiata nelle campagne romane mi ha lasciato un dolcissimo ricordo. Non parlerò per niente dei luoghi che abbiamo visitati, ci sono libri a sufficienza che li descrivono in tutta la loro estensione, ma soltanto delle principali impressioni che ne ho riportato. Una delle più dolci fu quella che mi fece trasalire alla vista del Colosseo. La vedevo dunque, questa arena dove tanti martiri avevano versato il loro sangue per Gesù; già mi apprestavo a baciare la terra che essi avevano santificato, ma che delusione! il centro non è che un ammasso di ruderi che i pellegrini debbono accontentarsi di guardare perché una barriera ne vieta l’ingresso. Del resto nessuno è tentato di cercare di penetrare fino al centro di quei ruderi… Dovevo dunque essere venuta a Roma senza scendere nel Colosseo?… La cosa mi pareva impossibile, io non sentivo più le spiegazioni della guida, un solo pensiero mi occupava: scendere nell’arena… Vedendo un operaio che passava con una scala fui sul punto di chiedergliela, fortunatamente non misi in pratica la mia idea, altrimenti mi avrebbe preso per una pazza… Nel Vangelo si dice che Maddalena rimanendo sempre accanto al sepolcro, e abbassandosi a più riprese per guardare dentro fini per vedere due angeli.  Come lei, pur avendo riconosciuto l’impossibilità di vedere realizzati i miei desideri, io continuavo ad abbassarmi verso i ruderi dove volevo scendere; alla fine, non ho visto gli angeli, ma quello che cercavo, lanciai un grido di gioia e dissi a Celina: “Vieni presto, possiamo passare!…”. Subito scavalcammo la transenna che in quel punto era proprio vicina ai ruderi ed eccoci a scalare le rovine che smottavano sotto i nostri passi.

Papà ci guardava tutto sbalordito dalla nostra audacia, subito ci disse di tornare indietro, ma le due fuggitive non sentivano più nulla; come i guerrieri sentono il loro coraggio crescere in mezzo al pericolo, così la nostra gioia cresceva in proporzione alla fatica che facevamo per raggiungere l’oggetto dei nostri desideri. Celina, più preveggente di me, aveva sentito la guida e ricordandosi che quella aveva indicato un piccolo selciato segnato da una croce come quello dove combattevano i martiri, si mise a cercarlo; avendolo trovato, presto, ed essendoci inginocchiate su questa terra sacra, le nostre anime si unirono in una stessa preghiera… il mio cuore batteva fortissimo quando le mie labbra si accostarono alla polvere imporporata dal sangue dei primi cristiani, io chiesi la grazia di essere anche io martire per Gesù e sentii in fondo al cuore che la mia preghiera era esaudita!… Tutto questo si realizzò in pochissimo tempo; dopo aver preso qualche sasso, ritornammo ver­so le mura in rovina per ricominciare la nostra pericolosa impresa. Papà vedendoci così felici non ce la fece a sgridarci e io vidi che egli era proprio fiero del nostro coraggio… il Buon Dio ci protesse visibilmente, perché i pellegrini non si accorsero della nostra assenza perché erano andati avanti, occupati come erano senza dubbio a guardare le magnifiche arcate, dove la guida faceva notare “i piccoli CORNISCIONI e le CUPIDI appoggiate sopra”, e così nè lui, nè “i signori abati” conobbero la gioia che riempiva i nostri cuori…

Anche le catacombe mi hanno lasciato una dolcissima impressione: sono proprio come me le immaginavo leggendo la loro descrizione nella vita dei martiri. Dopo averci passato una parte del pomeriggio, mi pareva di esserci solo da qualche istante, tanto l’atmosfera che ci si respira mi pareva profumata… Bisognava proprio portare con noi qualche ricordo delle catacombe, e così avendo lasciato che la processione si allontanasse un po’, Celina e Teresa si ficcarono insieme fino in fondo all’antico sepolcro di Sta Cecilia e presero della terra santificata dalla sua presenza. Prima del mio viaggio a Roma non avevo alcuna devozione particolare per questa santa, ma visitando la sua casa diventata chiesa, il luogo del suo martirio, e venendo a sapere che lei era stata dichiarata regina dell’armonia, non per la sua bella voce o per il suo talento musicale, ma in ricordo del canto verginale che fece ascoltare al suo Sposo Celeste nascosto in fondo al suo cuore, io sentii per lei più che devozione: una vera tenerezza di amica… Lei divenne la mia santa prediletta, la mia confidente intima… Tutto in lei mi rapisce, soprattutto il suo abbandono, la sua confidenza illimitata che l’hanno resa capace di verginizzare anime che non avevano mai desiderato altre gioie che quelle della vita presente…

S.ta Cecilia somiglia alla sposa dei cantici, in lei io vedo “Un coro in un campo di eserciti!…”. La sua vita non è stata altro che un canto melodioso proprio in mezzo alle più grandi prove e la cosa non mi meraviglia, poiché “il Vangelo santo riposava sul suo cuore! ” e nel suo cuore riposava lo Sposo delle Vergini!…

Anche la visita alla chiesa di Sta Agnese fu per me. dolcissima, era un ‘amica di infanzia che in lei andavo a trovare, le parlai a lungo di quella che porta così bene il suo nome e feci tutti i miei sforzi per ottenere una delle reliquie della patrona Angelica della mia Madre cara per potergliela portare, ma ci fu impossibile averne altre che una piccola pietra rossa che si staccò da un ricco mosaico la cui origine risale al tempo di Sta Agnese e che lei ha dovuto guardare spesso. Non era incantevole che l’amabile Santa ci desse lei stessa quello che cercavamo e che ci era impedito prendere?… Ho visto sempre quel fatto come una delicatezza ed una prova dell’amore con cui la dolce Sta Agnese custodisce e protegge la mia Madre cara!…

Sei giorni passarono a visitare le principali meraviglie di Roma e fu al settimo che vidi la più grande di tutte: “Leone XIII”… Quel giorno, io lo desideravo e lo temevo allo stesso tempo, era da esso che dipendeva la mia vocazione, perché la risposta che dovevo ricevere da Monsignore non era arrivata e io avevo saputo da una lettera tua, Madre mia, che non era più ben disposto verso di me, e così la mia unica tavola di salvezza era il permesso del S. Padre… ma per ottenerlo, bisognava chiederlo, bisognava osare parlare davanti a tutti: “al Papa”, questo pensiero mi faceva tremare; quello che ho sofferto prima dell’udienza, il Buon Dio solo lo sa, con la mia cara Celina. Mai dimenticherò la partecipazione sua a tutte le mie prove, pareva che la mia vocazione fosse la sua. (Il nostro amore reciproco era notato dai preti del pellegrinaggio: una sera, essendo in compagnia così numerosa che mancavano le sedie, Celina mi prese sulle sue ginocchia e noi ci guardavamo così amabilmente che un prete esclamò: “Ma come si vogliono bene! Ah! mai queste due sorelle si potranno separare!”. Sì, noi ci volevamo bene, ma il nostro affetto era così puro e così forte che il pensiero della separazione non ci turbava, perché sentivamo che nulla, neppure l’oceano, avrebbe potuto allontanarci l’una dall’altra… Celina guardava con calma la mia piccola navicella prendere terra sulla riva del Carmelo, lei si rassegnava a restare per tutto il tempo che il Buon Dio avrebbe voluto sul mare tempestoso del mondo, sicura di prendere terra a sua volta sulla riva, oggetto dei nostri desideri…).

La Domenica 20 novembre dopo esserci vestite secondo il cerimoniale del Vaticano (e cioè in nero, con un velo di merletto sulla testa) ed esserci decorate con una grande medaglia di Leone XIII, attaccata ad un nastro blu e bianco, abbiamo fatto il nostro ingresso in Vaticano nella cappella del Sovrano Pontefice. Alle 8 la nostra emozione fu profonda vedendolo entrare per celebrare la Sta Messa… Dopo aver benedetto i numerosi pellegrini riuniti attorno a lui, salì i gradini del S. Altare e ci mostrò, con la sua pietà degna del Vicario di Gesù, che era veramente “il Santo Padre”. il mio cuore batteva fortissimo e le mie preghiere erano ardentissime mentre Gesù scendeva tra le mani del suo Pontefice; tuttavia ero piena di fiducia, il Vangelo di quel giorno racchiudeva queste bellissime parole: “Non aver paura, piccolo gregge, perché è piaciuto al Padre mio di darti il suo regno” No io non avevo paura, io speravo che il regno del Carmelo sarebbe stato mio presto, non pensavo allora a quelle altre parole di Gesù: “Io vi preparo il mio regno come il Padre mio l’ha preparato a me” Cioè io vi riservo croci e prove, è così che voi sarete degni di possedere questo regno dietro cui sospirate; poiché è stato necessario che il Cristo soffrisse e che egli entrasse così nella sua gloria, se voi desiderate aver posto al suo fianco, bevete il calice che Lui stesso ha bevuto! ‘.. Quel calice, mi fu presentato dal Santo Padre, e le mie lacrime si mescolarono all’amara bevanda che mi era offerta. Dopo la messa di ringraziamento che segui quella di Sua Santità, cominciò l’udienza. Leone XIII era seduto su una grande poltrona, era vestito semplicemente con una veste bianca, una mantellina dello stesso colore e sulla testa non aveva che uno zucchetto. Attorno a lui stavano cardinali, arcivescovi e vescovi ma io non li ho visti che in complesso, essendo presa dal Santo Padre; noi passavamo davanti a lui in processione, ogni pellegrino s’inginocchiava a turno, baciava il piede e la mano di Leone XIII, riceveva la sua benedizione e due guardie nobili lo toccavano secondo l’uso, indicando così a lui che si doveva alzare (al pellegrino, perché mi spiego così male che si potrebbe credere che era al Papa). Prima di entrare nell’appartamento pontificio ero ben decisa a parlare, ma sentivo il mio coraggio affievolirsi vedendo alla destra del S. Padre “Mr Révérony!…”. Quasi nello stesso momento ci venne detto da parte sua che egli proibiva di parlare a Leone XIII, perché l’udienza si prolungava troppo… Io mi girai verso la mia cara Celina, per sapere il suo parere: “Parla! mi disse.” Un istante dopo ero ai piedi del Santo Padre; baciata la sua pantofola, lui mi presentò la mano, ma invece di baciarla io congiunsi le mie e alzando verso il suo viso i miei occhi bagnati di lacrime, esclamai: “Santissimo Padre, ho una grande grazia da chiederle!…”

Allora il Sovrano Pontefice abbassò la testa verso di me, in modo che il mio viso toccava quasi il suo, e io vidi i suoi occhi neri e profondi fissati su di me e sembrare penetrarmi fino al fondo dell’anima, – “Santissimo Padre, gli dissi, in onore del vostro giubileo, permettetemi di entrare al Carmelo a 15 anni!”

L’emozione aveva senza dubbio fatto tremare la mia voce, e così girandosi verso Mr Révérony che mi guardava con sorpresa e scontento, il S. Padre disse: “Non capisco molto bene”. – Se il Buon Dio l’avesse permesso sarebbe stato facile che Mr Révérony mi ottenesse ciò che desideravo, ma era la croce e non la consolazione che Lui voleva darmi. – “Santissimo Padre, rispose il Grande Vicario, è una bambina che desidera entrare al Carmelo a 15 anni, ma i superiori esaminano la doman­da in questo momento”. – “Ebbene, figlia mia, riprese il S. Padre guardandomi con bontà, fate quello che i superiori vi diranno”. Appoggiando allora le mie mani sulle sue ginocchia, io tentai un ultimo sforzo e dissi con voce implorante: “Oh! Santissimo Padre, se voi diceste sì, tutti lo vorrebbero!…”. Egli mi guardò fisso e pronunciò queste parole sottolineando con il tono ogni sillaba: “Via… Via… Voi entrerete se il Buon Dio lo vuole!…” (il Suo accento aveva qualcosa di così penetrante e di così convinto che mi pare ancora di sentirlo). La bontà del S. Padre incoraggiandomi, io volevo ancora parlare, ma le due guardie nobili mi toccarono educatamente per farmi alzare; vedendo che la cosa non bastava, mi presero per le braccia e Mr Révérony li aiutò a sollevarmi di peso, perché io rimanevo ancora con le mani giunte, appoggiate sulle ginocchia di Leone XIII e fu a forza che quelli mi portarono via dai suoi piedi… Al momento in cui ero così portata via, il S. Padre posò la sua mano sulle mie labbra, poi la alzò per benedirmi allora i miei occhi si riempirono di lacrime e Mr Révérony poté contemplare almeno tanti diamanti quanti ne aveva visti a Bayeux… Le due guardie nobili mi portarono per così dire fino alla porta e là una terza mi dette una medaglia di Leone XIII. Celina che veniva dietro, era stata testimone della scena appena passata; quasi commossa quanto me, ebbe tuttavia il coraggio di chiedere una benedizione per il Carmelo. Mr Révérony con voce scontenta rispose: “È già benedetto il Carmelo”. il buon S. Padre rispose con dolcezza: “Oh sì! è già benedetto”. Prima di noi Papà era arrivato ai piedi di Leone XIII (con i signori). Mr Révérony era stato splendido con lui, presentandolo come il Padre di due Carmelitane. Il Sovrano Pontefice, in segno di particolare benevolenza, posò la sua mano sul capo venerabile del mio amato Re, sembrando così segnarlo come un sigillo misterioso, in nome di Colui di cui è il vero rappresentante… Ah! Ora che è in Cielo, questo Padre di quattro Carmelitane, non è più la mano del Pontefice che riposa sulla sua fronte, profetizzandogli il martirio… È la mano dello Sposo delle Vergini, del Re della Gloria, che fa risplendere il capo del suo Fedele Servitore, e mai più questa mano adorata cesserà di riposarsi sulla fronte che ha glorificato!…

Il mio caro Papà ebbe molta pena nel trovarmi tutta in lacrime all’uscita dall’udienza, fece tutto quello che poté per consolarmi, ma invano… In fondo al cuore sentivo una grande pace, poiché avevo fatto proprio tutto quello che era in mio potere per rispondere a ciò che il Buon Dio chiedeva da me, ma quella pace era in fondo, e l’amarezza riempiva l’anima mia, perché Gesù taceva. Egli sembrava assente, nulla mi rivelava la sua presenza… Quel giorno anche il sole non osò brillare e il bel cielo blu d’Italia, carico di nuvole cupe, non cessò di piangere con me… Ah! era finita, il mio viaggio non aveva più alcuna attrattiva ai miei occhi dal momento in cui lo scopo ne era fallito. Tuttavia le ultime parole del Santo Padre avrebbero dovuto consolarmi: non erano forse esse in realtà una vera profezia? Malgrado tutti gli ostacoli, ciò che il Buon Dio ha voluto si è compiuto. Egli non ha permesso alle creature di fare quello che loro volevano, ma la sua propria volontà… Da qualche tempo io mi ero offerta a Gesù Bambino per essere il suo giocattolino, Gli avevo detto di non servirsi di me come di un giocattolo prezioso che i bambini si accontentano di guardare senza osare toccano, ma come una pallina di nessun valore che lui poteva gettare a terra, spingere con calci, bucare, lasciare in un angolo oppure stringere al cuore se questo gli faceva piacere; in una parola, volevo divertire il piccolo Gesù, fargli piacere, volevo offrirmi ai suoi capricci infantili… Egli aveva esaudito la mia preghiera…

A Roma Gesù bucò il suo giocattolino, Egli voleva vedere quello che c’era dentro e poi avendolo visto, contento della sua scoperta, Egli lasciò cadere la sua pallina e si addormentò… Che ha fatto durante il suo dolce sonno e che ne è stato della pallina abbandonata?… Gesù sognò che si divertiva ancora con il suo giocattolo, lasciandolo e prendendolo di volta in volta, e poi che dopo averlo fatto rotolare molto lontano Lui lo stringeva sul suo cuore, non permettendo più che si allontani mai dalla sua piccola mano…

Tu capisci, Madre mia cara, quanto la pallina era tri­ste di vedersi per terra… Tuttavia non cessavo di sperare contro ogni speranza.  Qualche giorno dopo l’udienza del S. Padre, Papà essendo andato a vedere il buon fratel Simeone trovò da lui il Sig. Révérony che fu molto amabile. Papà gli rimproverò scherzosamente di non avermi aiutata nella mia difficile impresa, poi raccontò la storia della sua Regina a fratel Simeone. il venerabile vecchio ascoltò il suo racconto con tanto interesse, ne prese persino appunti e disse con emozione: “Non si vedono queste cose, in Italia!”. Io credo che questo incontro fece una buonissima impressione al Sig. Révérony; in seguito non smise di provarmi che alla fine era convinto della mia vocazione.

All’indomani della memorabile giornata, ci toccò par­tire al mattino per Napoli e Pompei. In onore nostro il Vesuvio brontolò tutta la giornata, buttando fuori con i suoi colpi di cannone una fitta colonna di fumo. Le tracce che ha lasciato sulle rovine di Pompei sono spaventose, mostrano la potenza di Dio: “Che guarda la terra e la fa tremare, che tocca le montagne e le riduce in fumo…”.

Mi sarebbe piaciuto passeggiare sola in mezzo alle rovine, sognare sulla fragilità delle cose umane, ma il numero dei viaggiatori si portò via una gran parte dell’incanto malinconico della città distrutta… A Napoli fu tutto il contrario, il gran numero di carrozze a due cavalli rese magnifica la nostra passeggiata al monastero di San Martino posto su un’alta collina che domina tutta la città, disgraziatamente i cavalli che ci portavano mordevano il freno ogni momento e io ho creduto più di una volta di essere arrivata alla mia ultima ora. Il cocchiere ripeteva sempre la parola magica dei conducenti italiani: “Appippo, appippo…” i poveri cavalli volevano rovesciare la carrozza, alla fine grazie all’aiuto dei nostri angeli custodi arrivammo al nostro magnifico hotel. Durante tutto il nostro viaggio, siamo stati alloggiati in hotel principeschi, mai ero stata circondata di un tale lusso, è proprio il caso di dire che la ricchezza non fa la felicità, perché sarei stata più felice sotto un tetto di paglia con la speranza del Carmelo, che vicino a stucchi dorati, scaloni di marmo bianco, tappeti di seta con l’amarezza nel cuore… Ah! l’ho sentito davvero, la gioia non si trova negli oggetti che ci circondano, si trova nel più intimo dell’anima, si può possederla allo stesso modo in una prigione o in un palazzo, la prova è che io sono più felice al Carmelo, anche in mezzo alle prove interne ed esterne che nel mondo, circondata dalle comodità della vita e soprattutto dalle dolcezze del focolare paterno!…

Avevo l’anima immersa nella tristezza, tuttavia all’esterno, ero la stessa, perché credevo un segreto la domanda che avevo fatto al S. Padre; presto potei convincermi del contrario, essendo rimasta sola nel vagone con Celina (gli altri pellegrini erano scesi al buffet durante i pochi minuti di sosta) vidi il Sig. Legoux, vicario generale di Coutances, aprire la porta e guardandomi sorridente, mi disse: “E allora, come va la nostra piccola carmelitana?…”. Compresi allora che tutto il pellegrinaggio conosceva il mio segreto; fortunatamente nessuno me ne parlò, ma vidi dal modo simpatico con cui mi guardavano che la mia domanda non aveva fatto un effetto cattivo, al contrario… Nella cittadina di Assisi, ebbi l’occasione di salire sulla carrozza di Mons. Révérony, favore che durante tutto il viaggio non fu accordato a nessuna donna. Ecco come ottenni questo privilegio. Dopo aver visitato i luoghi profumati dalle virtù di S. Francesco e S. Chiara, avevamo concluso la visita con il monastero di S. Agnese, sorella di S. Chiara; avevo contemplato come volevo il capo della Santa, quando uscendo quasi per ultima mi resi conto di aver perso la cintura; la cercai in mezzo alla folla, un prete ebbe pietà di me e mi aiutò, ma dopo avermela trovata lo vidi allontanarsi e restai sola a cercare, perché avevo la cintura, sì, ma era impossibile indossarla, mancava la fibbia… Finalmente la vidi luccicare in un angolo, prenderla e sistemarla sul nastro non fu lungo, ma il lavoro di prima lo era stato di più, e così il mio sbalordimento fu grande nel trovarmi da sola vicino alla chiesa, tutte le numerose carrozze erano sparite, salvo quella di Mons. Révérony Che fare? Occorreva rincorrere le carrozze che non vedevo più, rischiare di non prendere il treno e gettare il mio caro Papà nell’inquietudine, oppure chiedere un posto nel calesse di Mons.Révérony?… Mi decisi per quest’ultima scelta. Con la mia aria più graziosa e meno imbarazzata possibile malgrado il mio estremo imbarazzo, gli spiegai la mia situazione critica e misi lui stesso nell’imbarazzo, perché la sua carrozza era piena dei più distinti signori del pellegrinaggio, non c’era proprio un posto in più, ma un signore molto galante si affrettò a scendere, mi fece salire al suo posto e si piazzò con modestia accanto al cocchiere. Io somigliavo ad uno scoiattolo preso in trappola ed ero ben lungi dall’essere a mio agio, circondata da tutti questi grandi personaggi e soprattutto dal più temibile di fronte a cui ero sistemata… Egli tuttavia fu con me amabilissimo, interrompendo ogni tanto la sua conversazione con i signori per parlarmi del Carmelo. Prima di arrivare alla stazione tutti i grandi signori tirarono fuori i loro grandi portamonete per dare soldi al cocchiere (già pagato), io feci come loro e presi il mio piccolissimo portamonete, ma Mons. Révérony non consentì che ne facessi uscire le belle monetine, preferì darne una grande per noi due.

Un’altra volta mi trovai accanto a lui in autobus, fu ancora più amabile e mi promise di fare tutto ciò che avrebbe potuto perché io entrassi al Carmelo… Pur mettendo un po’ di balsamo sulle mie piaghe, questi piccoli incontri non impedirono al ritorno di essere molto meno gradevole dell’andata, perché non avevo più la speranza “del S. Padre”; non trovavo alcun aiuto sulla terra che mi appariva un deserto arido e senz’acqua; tutta la mia speranza era nel Buon Dio solo… avevo fatto l’esperienza che è meglio ricorrere a Lui che ai suoi santi…

La tristezza dell’anima mia non m’impedì di interessarmi molto ai luoghi santi che visitavamo. A Firenze fui felice di contemplare S. Maddalena de’ Pazzi in mezzo al coro delle carmelitane che ci aprirono la grande grata; siccome non sapevamo rallegrarci di questo privilegio e molte persone desideravano far toccare i loro rosari alla tomba della santa, non ci fui che io che io che potevo passare la mano nella grata che ce ne separava, e così tutti mi portavano i rosari ed io ero veramente orgogliosa del mio incarico… Bisognava sempre che io trovassi il mezzo di toccare tutto, così nella Chiesa di S. Croce in Gerusalemme (di Roma) potemmo venerare parecchi pezzi della vera Croce, due spine ed uno dei chiodi sacri chiuso in un magnifico reliquiario d’oro lavorato, ma senza vetro, e così trovai modo, venerando la preziosa reliquia, di infilare il mio ditino in uno dei vuoti del reliquiario e potei toccare il chiodo che fu bagnato dal sangue di Gesù… Ero davvero troppo audace!… Fortunatamente, il buon Dio che vede in fondo ai cuori sa che la mia intenzione era pura e che per nulla al mondo avrei voluto dispiacergli, agivo con Lui come un bambino che si crede tutto permesso e guarda i tesori di suo Padre come suoi. – Non posso ancora capire perché le donne sono così facilmente scomunicate in Italia, ad ogni momento ci dicevano: “Non entrate qua… Non entrate là, sareste scomunicate!…”. Ah! povere le donne, come sono disprezzate!… Tuttavia amano il Buon Dio in numero molto più grande degli uomini, e durante la Passione di Nostro Signore, le donne ebbero più coraggio degli apostoli, perché affrontarono gli insulti dei soldati ed osarono asciugare il Volto adorabile di Gesù… È senza dubbio per questo che Egli permette che il disprezzo sia la loro parte sulla terra, perché Lui lo ha scelto per Se stesso… In Cielo, Egli saprà mostrare bene che i suoi pensieri non sono quelli degli uomini, perché allora le ultime saranno le prime. Più d’una volta durante il viaggio, non ho avuto la pazienza di aspettare il Cielo per essere la prima… Un giorno che visitavamo un monastero di Carmelitani, non accontentandomi di seguire i pellegrini nelle gallerie esterne, andai avanti sotto i chiostri interni… di colpo vidi un buon vecchio carmelitano che da lontano mi faceva segno di allontanarmi, ma invece di andarmene, io mi avvicinai a lui e mostrando le cartoline del chiostro, gli feci se­gno che erano belle. Capì senza dubbio dai miei capelli sulla schiena e dalla mia aria giovane che ero una bambina, mi sorrise con bontà e si allontanò vedendo che non aveva una nemica davanti a lui: se avessi potuto parlargli in italiano, gli avrei detto di essere una futura carmelitana, ma per colpa dei costruttori della torre di Babele, la cosa mi fu impossibile.

Dopo aver visitato anche Pisa e Genova, ritornammo in Francia. Sul percorso il paesaggio era magnifico, ora costeggiavamo il mare e la ferrovia era così vicina che mi pareva che le onde sarebbero arrivate fino a noi (questo spettacolo fu dovuto ad una tempesta, era sera, e la cosa rendeva la scena ancora più grandiosa), ora pianure coperte di aranceti con i flutti maturi, verdi olivi dal fogliame leggero, palmeti graziosi… al calar del giorno, noi vedevamo i numerosi porticcioli sul mare illuminarsi con una miriade di luci, mentre in Cielo scintillavano le prime stelle… Ah! che poesia riempiva l’anima mia alla vista di tutte quelle cose che vedevo per la prima e l’ultima volta della mia vita!… Era senza dispiacere che le vedevo svanire, il mio cuore aspirava ad altre meraviglie, aveva contemplato abbastanza le bellezze della terra, quelle del Cielo erano l’oggetto dei suoi desideri e per darle alle anime, io volevo diventare prigioniera!… Prima di veder aprirsi davanti a me le porte della prigione benedetta che sospiravo, mi toccò ancora lottare e soffrire; lo sentivo tornando in Francia, tuttavia la mia fiducia era così grande che non cessai di sperare che mi sarebbe stato concesso di entrare il 25 Dicembre… Appena arrivati a Lisieux, la nostra prima visita fu per il Carmelo. Che incontro fu quello!… Noi avevamo tante cose da dirci, dopo un mese di separazione, mese che mi è parso più lungo e durante il quale ho imparato di più che durante parecchi anni…

O Madre mia cara! quanto mi è stato dolce rivederti, aprirti la mia povera piccola anima ferita. A te che sapevi capirmi così bene, e cui bastava una parola, uno sguardo per indovinare tutto! Io mi abbandonai completamente, avevo fatto tutto quello che dipendeva da me, tutto, fino a parlare al S. Padre, e così non sapevo quello che ancora dovevo fare. Tu mi dicesti di scrivere a Monsignore e di ricordargli la sua promessa; io lo feci subito, nel modo migliore che mi fu possibile, ma con termini che lo Zio trovò un po’ troppo semplici. Riscrisse la mia lettera; al momento in cui stavo per spedirla, ne ricevetti una da te, che mi diceva di non scrivere, di aspettare qualche giorno; ho obbedito subito, perché ero sicura che era il mezzo migliore di non sbagliarmi. Finalmente 10 giorni prima di Natale, la mia lettera parti! Convintissima che la risposta non si sarebbe fatta attendere, andavo tutte le mattine alla posta con Papà, credendo di trovare li il permesso di volare via, ma ogni mattina portava una nuova delusione che tuttavia, non scuoteva la mia fede… Io chiesi a Gesù di rompere i miei legami, Egli li ruppe, ma in un modo del tutto diverso da quello che mi aspettavo… La bella festa di Natale arrivò e Gesù non si svegliò… Lasciò per terra la sua pallina, senza neppure far cadere un regalo su di lei…

Il mio cuore era ferito mentre andavo alla messa di mezzanotte, contavo davvero di assistervi dietro le grate del Carmelo!… Questa prova fu grandissima per la mia fede, ma Colui il cui cuore veglia durante il suo sonno, mi fece capire che a coloro la cui fede eguaglia un granello di senape, egli concede dei miracoli e fa cambiare di posto le montagne, per rafforzare quella fede così piccola; ma per i suoi intimi, per sua Madre, non fa miracoli prima di aver provato la loro fede. Non lasciò forse egli morire Lazzaro, benché Marta e Maria gli avessero fatto dire che era ammalato?… Alle nozze di Cana, la S. Vergine avendo chiesto a Gesù di soccorrere il Padrone di casa, non Le rispose forse che la sua ora non era ancora venuta?… Ma dopo la prova, che ricompensa! L’acqua si cambia in vino… Lazzaro resuscita!… Così Gesù agi verso la sua piccola Teresa: dopo averla a lungo provata, Egli compì tutti i desideri del suo cuore…

Al pomeriggio della festa radiosa passata per me in mezzo alle lacrime, andai a trovare le carmelitane; la mia sorpresa fu grandissima nel vedere quando ci aprirono la grata uno stupendo Gesù bambino, che teneva in mano una palla sulla quale era scritto il mio nome. Le carmelitane, al posto di Gesù, troppo piccolo per par­lare, mi cantarono un canto composto dalla mia cara Madre; ogni parola spandeva nell’anima mia una dolcissima consolazione, mai dimenticherò questa delicatezza del cuore materno che mi colmò sempre delle tenerezze più squisite… Dopo aver ringraziato spargendo dolci lacrime, raccontai la sorpresa che la mia cara Celina mi aveva fatta tornando dalla messa di mezzanotte. Avevo trovato nella mia camera, proprio in mezzo ad una graziosa bacinella, una piccola barca che portava il piccolo Gesù addormentato con una pallina accanto a Lui, sulla vela bianca Celina aveva scritto queste parole: “Io dormo ma il mio cuore veglia” e sul vassoio questa sola parola: “Abbandono!”. Ah! se Gesù non parlava ancora alla sua piccola fidanzata, se i suoi occhi divini restavano sempre chiusi, almeno, Egli si rivelava ad essa attraverso anime che capivano tutte le delicatezze e l’amore del suo cuore…

Il primo giorno dell’anno 1888 Gesù mi fece ancora dono della sua croce ma questa volta fui sola a portarla, perché essa fu tanto più dolorosa quanto era incompresa… Una lettera di Madre Maria di Gonzaga mi annunciò che la risposta di Monsignore era arrivata il 28, festa dei Ss. Innocenti, ma che lei non me l’aveva fatto sapere, avendo deciso che il mio ingresso non avrebbe avuto luogo che dopo la quaresima. Io non potei trattenere le lacrime al pensiero di un rinvio così lungo. Questa prova ebbe per me un carattere tutto particolare, vedevo i miei legami spezzati dalla parte del mondo e questa volta era l’arca santa che rifiutava il suo ingresso alla povera piccola colomba… Io voglio davvèro credere che dovetti apparire irragionevole non accettando con gioia i miei tre mesi di esilio, ma credo anche che, senza sembrarlo, questa prova fu grandissima e mi fece crescere molto nell’abbandono e nelle altre virtù.

Come passarono questi tre mesi così ricchi di grazie per la mia anima?… In un primo momento mi venne in mente di non starmi a dar pensiero di condurre una vita così ben regolata qual era quella cui ero abituata, ma subito compresi il valore del tempo che mi veniva offerto e risolsi di dedicarmi più che mai ad una vita seria e mortificata. Quando dico mortificata, non è per fare credere che facevo penitenze, ahimè! io non ne ho mai fatta nessuna, ben lungi dal somigliare alle anime belle che dalla loro infanzia praticavano ogni specie di mortificazioni, io non sentivo per esse alcuna attrattiva; senza dubbio la cosa veniva dalla mia tiepidezza, perché avrei potuto, come Celina, trovare mille piccole invenzioni per farmi soffrire, e invece io mi sono sempre lasciata coccolare nella bambagia e imbeccare come un uccellino che non ha bisogno di far penitenza… Le mie mortificazioni consistevano nello spezzare la mia volon tà, sempre pronta ad imporsi, nel trattenere una parola di risposta, nel rendere piccoli servizi senza farlo notare, nel non appoggiare la schiena quando ero seduta, ecc., ecc… Fu con la pratica di questi nulla che io mi preparai a diventare la fidanzata di Gesù, e non posso dire quanto questa attesa mi ha lasciato di dolci ricordi… Tre mesi passano prestissimo, finalmente il momento così ardentemente desiderato arrivò.

AL CARMELO: I PRIMI PASSI

Lunedì 9 aprile, giorno in cui il Carmelo celebrava la festa dell’Annunciazione, rimandata a causa della Quaresima, fu scelto per il mio ingresso. La vigilia tutta la famiglia era riunita attorno alla tavola dove dovevo sedermi per l’ultima volta. Ah! quanto sono laceranti queste riunioni intime!… Quando una vorrebbe vedersi dimenticata, le carezze, le parole più tenere sono prodigate e fanno sentire il sacrificio della separazione… Papà non diceva quasi niente ma il suo sguardo si fissava su di me con amore… La Zia piangeva ogni tanto e lo Zio mi faceva mille complimenti affettuosi. Giovanna e Maria erano anche loro piene di delicatezze per me, soprattutto Maria che prendendomi da parte, mi chiese perdono delle pene che credeva di avermi causato. E infine la mia cara piccola Leonia, tornata dalla Visitazione da qualche mese, mi ricolmava ancor più di baci e di carezze. Solo di Celina non ho parlato, ma tu indovini, Madre mia cara, come passò l’ultima notte che abbia­mo dormito insieme… Al mattino del grande giorno, dopo aver gettato un ultimo sguardo sui Buissonnets, questo nido grazioso della mia infanzia che non dovevo più rivedere, io partii al braccio del mio Re amato per salire la montagna del Carmelo… Come la vigilia tutta la famiglia si trovò riunita per ascoltare la S. Messa e fare la comunione. Appena Gesù fu sceso nel cuore dei miei cari parenti, io non sentii attorno a me che singhiozzi, non ci fui che io che non versai lacrime, ma sentii il mio cuore battere con una tale violenza che mi parve impossibile farmi avanti quando vennero a farci il segno di venire alla porta del Convento; mi feci avanti pur chiedendomi se non stavo per morire per la forza dei battiti del mio cuore… Ah! che momento fu quello! Bisogna esserci passati per sapere cosa è…

La mia emozione non si manifestò all’esterno: dopo aver abbracciato tutti i membri della mia cara famiglia, mi misi in ginocchio davanti al mio incomparabile Padre, chiedendogli la sua benedizione; per darmela si mise in ginocchio anche lui e mi benedisse piangendo… Era uno spettacolo che doveva far sorridere gli angeli, quello di questo vegliardo che presentava al Signore sua figlia ancora nella primavera della vita!… Qualche istante dopo, le porte dell’arca santa si chiusero su di me e là ricevetti gli abbracci delle care sorelle che mi erano state madri e che io avrei ormai preso come modelli delle mie azioni… Finalmente i miei desideri erano compiuti, la mia anima sentiva una PACE così dolce e così profonda che mi sarebbe impossibile esprimerla e dopo 7 anni e mezzo questa pace intima è rimasta la mia parte, essa non mi ha mai abbandonato in mezzo alle più grandi prove.

Come tutte le postulanti fui condotta in coro subito dopo il mio ingresso; era nell’ombra a causa del S. Sacramento esposto e la cosa che colpì innanzitutto i miei sguardi, furono gli occhi della nostra santa Madre Geneviève, che si fissarono su di me; io rimasi un momento in ginocchio ai suoi piedi ringraziando il buon Dio della grazia che Egli mi concedeva di conoscere una santa e poi seguii la Madre Maria di Gonzaga nei diversi locali della comunità; tutto mi pareva splendido, mi credevo trasportata in un deserto, la nostra piccola cella soprattutto mi incantava, ma la gioia che sentivo era calma, lo zefiro più leggero non faceva ondeggiare le acque tranquille su cui vogava la mia piccola navicella, nessuna nuvola oscurava il mio cielo azzurro… ah! ero pienamente ricompensata di tutte le mie prove… Con quale gioia profonda ripetevo queste parole: “È per sempre, sempre, che io sono qui!…”.

Questa felicità non era effimera, non doveva assolutamente volar via con “le illusioni dei primi giorni”. Le illusioni, il Buon Dio mi ha fatto la grazia di non averne alcuna entrando al Carmelo; ho trovato la vita religiosa tale quale me l’ero immaginata, nessun sacrificio mi sorprese e tuttavia, tu lo sai, Madre mia cara, i miei primi passi hanno incontrato più spine che rose!… Sì, la sofferenza mi ha teso le braccia e io mi ci sono gettata con amore… Quello che venivo a fare al Carmelo, lo ho dichiarato ai piedi di Gesù Ostia, nell’esame che precedé la mia professione: “Io sono venuta per salvare le anime e soprattutto per pregare per i preti”. Quando si vuole raggiungere un fine, bisogna prenderne i mezzi; Gesù mi fece comprendere che era attraverso la croce che Egli voleva danni le anime, e la mia attrazione per la sofferenza crebbe proprio mentre la sofferenza aumentava. Durante 5 anni questa via fu la mia; ma all’esterno, nulla traduceva la mia sofferenza tanto più dolorosa in quanto ero sola a conoscerla. Ah! che sorpresa alla fine del mondo avremo nel leggere la storia delle anime!… Quante persone saranno sbalordite vedendo la via per cui la mia è stata condotta!…

La cosa è così vera che, due mesi dopo il mio ingresso, il Padre Pichon venuto per la professione di Sr Maria del Sacro Cuore III, fu sorpreso di vedere quello che il Buon Dio faceva nell’anima mia e mi disse che il giorno prima, avendomi vista mentre pregavo in coro, credeva che il mio fervore fosse proprio come quello di una bambina e la mia via molto dolce. Il mio incontro con il buon Padre fu per me una consolazione grandissima, ma velata dalle lacrime a causa delle difficoltà che incontravo ad aprire l’anima mia. Tuttavia feci una confessione generale, come mai ne avevo fatte; alla fine il Padre mi disse queste parole, le più consolanti che siano venute a risuonare alle orecchie della mia anima:

“Alla presenza del Buon Dio, della Vergine e di tutti i Santi, IO DICHIARO CHE MAI VOI AVETE COMMESSO UN SOLO PECCATO MORTALE…”. Poi aggiunse: ringraziate il Buon Dio di ciò che fa per voi, perché se egli vi abbandonasse, invece di essere un piccolo angelo, voi diventereste un piccolo demonio. Ah! non avevo difficoltà a crederlo, io sentivo quanto ero debole e imperfetta, ma la riconoscenza riempiva la mia anima; avevo una così grande paura di aver macchiato la veste del mio Battesimo, che un’assicurazione come quella, uscita dalla bocca di un direttore come li voleva la Nostra S. Madre Teresa, che cioè univa la scienza alla virtù, mi sembrava uscita dalla bocca stessa di Gesù… Il buon Padre mi disse ancora queste parole che si sono dolcemente impresse nel mio cuore: “Figlia mia, che Nostro Signore sia sempre il vostro Superiore e il vostro Maestro dei novizi”. Lo fu nei fatti e anche “il Mio direttore”. Non è che io voglia dire così che l’anima mia sia stata chiusa per le mie Superiore, ah! lungi da ciò, io ho sempre cercato che essa fosse per loro un libro aperto; ma nostra Madre, spesso ammalata, aveva poco tempo per occuparsi di me. Io so che mi voleva molto bene e diceva di me tutto il bene possibile, tuttavia il Buon Dio permetteva che a sua insaputa, ella fosse stata molto severa io non potevo incontrarla senza baciare la terra, era la stessa cosa nei rari incontri di direzione che avevo con lei… Che grazia senza prezzo!… Come il Buon Dio agiva visibilmente in quella che teneva il suo posto!… Che sarei diventata se, come credevano le persone del mondo, io fossi stata “il giocattolo” della comunità?… Forse invece di vedere Nostro Signore nelle mie Superiore io non avrei io guardato altro che le persone, e il mio cuore, così ben vigilato nel mondo, si sarebbe attaccato umanamente nel chiostro… Fortunatamente fui preservata da questa sventura. Senza dubbio, amavo molto nostra Madre, ma con un affetto puro che mi innalzava verso lo Sposo della mia anima…

La nostra Maestra  era una vera santa, il tipo perfetto delle prime carmelitane; tutto il giorno stavo con lei, perché lei mi insegnava a lavorare. La sua bontà per me era senza confini e tuttavia l’anima mia non si dilatava… Non era che con sforzo che mi era possibile fare direzione, non essendo abituata a parlare dell’anima mia io non sapevo come dire ciò che vi passava. Una buona vecchia madre comprese un giorno quello che provavo, mi disse ridendo a ricreazione: “Mia piccola figlia, mi pare che voi non dovete avere grandi cose da dire ai vostri superiori”. – “Perché, Madre mia, dite così?”. – Perché l’anima vostra è estremamente semplice, ma quando sarete perfetta, voi sarete ancora più semplice, più ci si avvicina al Buon Dio, più ci si semplifica”. La buona Madre aveva ragione; tuttavia la difficoltà che avevo ad aprire l’anima mia pur venendo dalla mia semplicità era una vera prova, io lo capisco adesso, perché senza smettere di essere semplice esprimo i miei pensieri con una grandissima facilità.

Ho detto che Gesù era stato “il mio Direttore”. Entrando al Carmelo feci conoscenza con colui che doveva servirmi come tale, ma appena mi aveva ammessa nel numero delle sue figlie parti per l’esilio… Così non lo avevo conosciuto che per esserne subito privata… Ridotta a ricevere da lui una lettera all’anno, contro 12 che gli scrivevo io, il mio cuore si volse ben presto verso il Direttore dei direttori e fu Lui che mi istruì in questa scienza nascosta ai sapienti e agli intelligenti che Egli si degna di rivelare ai più piccoli.

Il piccolo fiore trapiantato sulla montagna del Carmelo doveva fiorire all’ombra della Croce; le lacrime, il sangue di Gesù divennero la sua rugiada e il suo Sole fu il suo Volto Adorabile velato di pianto… Fino allora non avevo sondato la profondità dei tesori nascosti nel Santo Volto, fu da te, Madre mia cara, che imparai a conoscerli, allo stesso modo in cui un’altra volta tu ci hai tutte precedute al Carmelo, così tu avevi penetrato per prima i misteri d’amore nascosti nel Volto del nostro Sposo; allora tu mi hai chiamato ed io ho capito… Ho capito ciò che era la vera gloria. Colui il cui regno non è di questo mondo mi mostrò che la vera sapienza consiste nel “voler essere ignorata e stimata per nulla”, – a “mettere la propria gioia nel disprezzo di se stessi”. Ah! come quello di Gesù, io volevo che: “il mio volto sia veramente nascosto, che sulla terra nessuno mi ricono­scesse”. Avevo sete di soffrire e di essere dimenticata.

Quanto è misericordiosa la via per cui il Buon Dio mi ha sempre condotta, mai Egli mi ha fatto desiderare qualcosa senza darmela, così il suo calice amaro mi parve delizioso…

Dopo le radiose feste del mese di Maggio, feste della professione e velazione della nostra cara Maria, la prima della famiglia che l’ultima ebbe la felicità di incoronare nel giorno delle sue nozze, occorreva proprio che la prova venisse a visitarmi… L’anno prima nel mese di Maggio, Papà aveva avuto un attacco di paralisi alle gambe, la nostra inquietudine allora fu grandissima, ma il forte temperamento del mio caro Re ebbe presto il sopravvento e le nostre paure disparvero; tuttavia più di una volta durante il viaggio a Roma, avevamo notato che egli si stancava facilmente che non era più così allegro come di solito… Quello che soprattutto io avevo notato era il progresso che Papà faceva nella perfezione; sull’esempio di S. Francesco di Sales, era arrivato a rendersi padrone della sua vivacità naturale al punto che pareva avere la natura più dolce del mondo… Le cose della terra parevano appena sfiorarlo, passava facilmente sopra le contrarietà di questa vita, infine il Buon Dio l’inondava di consolazioni; durante le sue visite quotidiane al S. Sacramento i suoi occhi si riempivano spesso di lacrime e il suo viso traspirava una beatitudine di cielo… Quando Leonia uscì dalla Visitazione, non si afflisse, non fece alcun rimprovero al Buon Dio di non aver esaudito le preghiere che egli Gli aveva rivolto per ottenere la vocazione della sua cara figlia, fu persino con una certa gioia che partì per andare a prenderla…

Ecco con quale fede Papà accettò la separazione dalla sua reginetta, egli la annunciò in questi termini ai suoi amici di Alencon: – “Carissimi amici, Teresa, la mia reginetta, è entrata ieri al Carmelo!… Dio solo può esigere un tale sacrificio… Non mi compiangete, perché il mio cuore sovrabbonda di gioia”.

Era tempo che un così fedele servitore ricevesse il premio dei suoi travagli, era giusto che il suo salario somigliasse a quello che Dio dette al Re del Cielo, suo unico Figlio… Papà aveva appena offerto a Dio un Altare, fu lui la vittima scelta per esservi immolata con l’Agnello senza macchia. Tu conosci, Madre mia cara, le nostre amarezze del mese di giugno e soprattutto del 24 dell’anno 1888, questi ricordi sono troppo ben impressi nel fondo dei nostri cuori perché sia necessario scriverli… O Madre mia! quanto abbiamo sofferto!… e non era ancora che l’inizio della nostra prova… Tuttavia l’epoca della mia vestizione era arrivata; io fui ricevuta dal capitolo, ma come pensare di fare una cerimonia? Già si parlava di darmi il santo abito senza farmi uscire, quando si decise di aspettare. Contro ogni speranza, il nostro caro Padre si rimise dal suo secondo attacco e Monsignore fissò la cerimonia per il 10 gennaio. L’attesa era stata lunga, ma anche, che bella festa!… non ci mancava nulla, niente, neppure la neve… Io non so se già ti ho parlato del mio amore per la neve?… Piccolissima, il suo candore mi rapiva; uno dei più grandi piaceri era di passeggiare sotto i fiocchi nevosi. Da dove mi veniva questo gusto per la neve?… Forse dal fatto che essendo un piccolo fiore invernale la prima acconciatura di cui i miei occhi videro abbellita la natura dovette essere il suo bianco mantello… Finalmente avevo sempre desiderato che il giorno della mia vestizione fosse come me vestito di bianco. La vigilia di quel bel giorno guardavo tristemente il cielo grigio da cui scendeva ogni tanto una pioggia fine e la temperatura era così dolce che non speravo più la neve. il mattino seguente, il Cielo non era cambiato; tuttavia la festa fu magnifica, e il fiore più bello e più magnifico era il mio amato Re, mai era stato più bello, più dignitoso… Fece l’ammirazione di tutti, quel giorno fu il suo trionfo, la sua ultima festa quaggiù. Aveva dato tutte le sue figlie al Buon Dio, perché Celina gli aveva confidato la sua vocazione, aveva pianto di gioia ed era andato con lei a ringraziare Colui che “gli faceva l’onore di prendergli tutte le sue figlie”.

Alla fine della cerimonia Monsignore intonò il Te Deum, un prete cercò di far notare che questo canto non si canta che per le professioni, ma l’avvio era stato dato e l’inno di rendimento di grazie continuò fino alla fine. Non bisognava forse che la festa fosse completa perché in essa si unificavano tutte le altre?… Dopo aver abbracciato un’ultima volta il mio amato Re, rientrai in clausura, la prima cosa che vidi sotto il chiostro fu “il mio Gesù Bambino rosa” che mi sorrideva in mezzo ai fiori e alle luci e poi subito il mio sguardo si posò su dei fiocchi di neve… il prato era bianco come me. Che delicatezza di Gesù! Prevenendo il desiderio della sua piccola fidanzata, le regalava la neve… La neve, chi è quell’uomo mortale, per potente che sia, che possa fame cadere dal Cielo per incantare la sua amata?… Forse le persone del mondo si posero anche loro questa domanda, ciò che è sicuro, è che la neve della mia vestizione par­ve loro un piccolo miracolo e che tutta la città se ne meravigliò. Si trovò che io avevo un ben strano gusto ad amare la neve… Tanto meglio! la cosa fa ancora risaltare di più l’incomprensibile condiscendenza dello Sposo delle vergini, di Colui che ama i Gigli bianchi come la NEVE!… Monsignore entrò dopo la cerimonia, fu di una bontà tutta paterna per me. Credo proprio che fosse fiero di vedere che ero riuscita, diceva a tutti che ero “la sua piccola figlia”. Ogni volta che tornò dopo questa bella festa, sua Eccellenza fu sempre buonissimo con me, mi ricordo soprattutto della sua visita in occasione del centenario del N.P. S. Giovanni della Croce. Egli mi prese il capo tra le sue mani, mi fece mille carezze di ogni tipo, mai io ero stata così onorata! Nello stesso tempo il Buon Dio mi fece pensare alle carezze che Egli vorrà prodigarmi davanti agli angeli e ai Santi e di cui mi dava una debole immagine fin da questo mondo, e così la consolazione che sentii fu davvero grande…

Come ho appena detto la giornata del 10 gennaio fu il trionfo del mio Re, io la paragono all’ingresso di Gesù a Gerusalemme il giorno delle palme; come quella del Nostro Divino Maestro la sua gloria di un giorno fu seguita da una passione dolorosa e quella passione non fu solo per lui; come i dolori di Gesù trapassarono con una spada il cuore della sua Divina Madre, così i nostri cuori risentirono dolori di colui che noi amavamo più teneramente di ogni altro sulla terra… Io mi ricordo che nel mese di giugno 1888, al momento delle nostre prime prove, dicevo: “Soffro molto, ma sento che posso sopportare ancora prove più grandi”. Io non pensavo allora a quelle che mi erano riservate… Non sapevo che il 12 febbraio, un mese dopo la mia vestizione, il nostro amato Padre avrebbe bevuto al più amaro, al più umiliante di tutti i calici.

Ah! Quel giorno non ho detto che potevo soffrire ancora di più!!!… Le parole non possono esprimere le nostre angosce, e così io non cercherò di descriverle. Un giorno, in Cielo, ci piacerà parlarci delle nostre gloriose prove, non siamo già felici di averle sopportate?… Sii tre anni del martirio di Papà mi appaiono i più amabili, i più fruttuosi di tutta la nostra vita, io non li darei in cambio per tutte le estasi e le rivelazioni dei Santi, il mio cuore trabocca di riconoscenza pensando a quel tesoro inestimabile che deve procurare una santa gelosia agli Angeli della corte Celeste… Il mio desiderio delle sofferenze era colmato, tuttavia la mia attrazione per esse non diminuiva, e così l’anima mia partecipò subito alle sofferenze del mio cuore. L’aridità era il mio pane quotidiano e privata di ogni consolazione ero tuttavia la più felice delle creature, poiché tutti i miei desideri erano esauditi…

O Madre mia cara! quanto è stata dolce la nostra grande prova, poiché da tutti i nostri cuori non sono usciti che sospiri d’amore e di riconoscenza!… Noi non camminavamo più nei sentieri della perfezione, noi volavamo tutte e 5. Le due povere piccole esuli di Caen, pur essendo ancora nel mondo, non erano più del mondo… Ah! che meraviglie ha fatto la prova nell’anima della mia cara Celina!… Tutte le lettere che lei scriveva allora sono improntate alla rassegnazione e all’amore… E chi potrà dire i parlatori che avevamo insieme?… Ah! lungi dal separarci le grate del Carmelo univano più forte le nostre anime, noi avevamo gli stessi pensieri, gli stessi desideri, lo stesso amore di Gesù e delle anime… Quando Celina e Teresa si parlavano, mai una parola delle cose della terra si mescolava alle loro conversazioni che già erano tutte nel Cielo. Come una volta al belvedere, esse sognavano le cose dell’eternità e per gioire presto di quella felicità senza fine, sceglievano quaggiù come unica parte “La sofferenza e il disprezzo”.

Così passò il tempo del mio fidanzamento… Fu lunghissimo per la povera piccola Teresa! Alla fine del mio anno, Nostra Madre mi disse di non pensare neppure di chiedere la professione, che certamente Mons. Superiore avrebbe respinto la mia domanda, io dovetti aspet­tare ancora 8 mesi… Al primo momento mi fu difficile accettare questo grande sacrificio, ma presto la luce si fece nell’anima mia; meditavo allora i “Fondamenti della vita spirituale” del Padre Surin; un giorno durante l’orazione capii che il mio desiderio così vivo di fare professione era mescolato con un grande amor proprio; poiché mi ero donata a Gesù per fargli piacere, consolarlo, non dovevo obbligarlo a fare la mia volontà al posto della sua; compresi ancora che una fidanzata doveva essere vestita per il giorno delle nozze e io non avevo fatto nulla a questo scopo… allora dissi a Gesù: “O mio Dio! io non ti chiedo di pronunciare i miei santi voti, attenderò quanto tu vorrai, soltanto non voglio che per colpa mia la mia unione con te sia differita, perciò metterò ogni cura a farmi un bel vestito arricchito di pietre preziose; quando tu lo troverai abbastanza riccamente ornato io sono sicura che tutte le creature non ti impediranno di scendere verso di me per unirmi per sempre a te, o mio Amato!…”.

Dopo la mia vestizione, avevo già ricevuto abbondanti lumi sulla perfezione religiosa, principalmente a proposito del voto di Povertà. Durante il mio postulantato, ero contenta di avere per mio uso delle cose belle e di trovarmi sottomano tutto ciò che mi era necessario. “il mio Direttore” tollerava pazientemente la cosa, perché Egli non ama mostrare tutto insieme alle anime. Egli dà ordinariamente la sua luce a poco a poco. (All’inizio della mia vita spirituale, verso l’età da 13 a 14 anni, mi chiedevo cosa più tardi avrei potuto migliorare, perché mi era impossibile capire meglio la perfezione; ho riconosciuto ben presto che più si avanza su questa via, più ci si crede lontani dal traguardo, e così ora mi rassegno a vedermi sempre imperfetta e vi trovo la mia gioia…). Torno alle lezioni che mi dette “il mio Direttore”. Una sera dopo compieta cercavo invano la nostra piccola lampada sulle panche destinate a questo uso, era tempo di grande silenzio, impossibile chiederla ad altri…io capii che una suora credendo di prendere la sua lampada aveva preso la nostra di cui avevo grandissimo bisogno; invece di sentire il dispiacere di esserne privata, io fui felicissima, sentendo che la povertà consiste nel vedersi privata non solo delle cose gradite ma anche delle cose indispensabili, e così nelle tenebre esteriori io fui illuminata interiormente… Fui presa a quell’epoca da un vero amore per le cose più scadenti e meno comode, così fu con gioia che mi vidi togliere la graziosa piccola brocca della nostra cella e dare al suo posto una grossa brocca tutta scheggiata… Io facevo anche sforzi per non scusarmi, ciò che mi sembrava difficilissimo soprattutto con la nostra Maestra cui non avrei voluto nascondere nulla; ecco la mia prima vittoria, non è grande ma mi è costata molto. – Un piccolo vaso sistemato dietro una finestra fu trovato rotto, nostra Madre credendo che ero stata io che l’avevo lasciato cadere, me lo mostrò dicendo di fare più attenzione un’altra volta. Senza dire nulla baciai la terra, poi promisi di stare più attenta in futuro. – A causa della mia poca virtù questi piccoli sacrifici mi costavano molto e io avevo bisogno di pensare che all’ultimo giudizio tutto sarebbe stato svelato, perché facevo questa osservazione: quando si fa il proprio dovere, non scusandosi mai, nessuno lo sa, e invece le imperfezioni appaiono subito…

Io mi applicavo soprattutto a praticare le piccole virtù, non avendo la facilità di praticare quelle grandi, così amavo ripiegare i mantelli dimenticati dalle sorelle e rendere loro tutti i piccoli servizi che potevo. Mi fu anche dato l’amore della mortificazione, e fu tanto più grande quanto nulla mi era permesso per soddisfarlo… La sola piccola mortificazione che praticavo nel mondo e che consisteva nel non appoggiare la schiena quando ero seduta mi fu proibita per la mia tendenza ad incurvarmi. Ohimè! il mio ardore non sarebbe stato senza dubbio di lunga durata se mi avessero accordato molte penitenze…

Quelle che mi erano permesse senza che le chiedessi consistevano nel mortificare il mio amor proprio, ciò che mi faceva molto più bene delle penitenze corporali…

Il refettorio, che fu il mio impiego subito dopo la mia vestizione mi fornì più di un’occasione di far stare al suo posto il mio amor proprio, e cioè sotto i piedi… È vero che avevo una grande consolazione nell’essere nello stesso impiego con te, Madre mia cara, e nel poter ammirare da vicino le tue virtù, ma questo avvicinamento era causa di sofferenze; io non mi sentivo come prima, libera di dirti tutto, c’era la regola da rispettare, non potevo aprirti l’anima mia, finalmente ero al Carmelo e non più ai Buissonnets sotto il tetto paterno!…

Tuttavia, la S. Vergine mi aiutava a preparare la veste dell’anima mia; appena essa fu terminata gli ostacoli sparirono da soli. Monsignore mi mandò il permesso che avevo sollecitato, la comunità volle accogliermi e la mia professione fu fissata per l’8 Settembre…

Tutto ciò che ho appena scritto in poche parole richiederebbe tante pagine di particolari, ma queste pagine non si leggeranno mai sulla terra; presto, Madre mia cara, ti parlerò di tutte queste cose nella nostra casa paterna, nel bel Cielo verso il quale salgono i sospiri dei nostri cuori!…

La mia veste di nozze era pronta, era arricchita dei gioielli antichi che mi aveva regalato il mio Fidanzato, (ma) ciò non bastava alla sua liberalità. Egli voleva darmi un nuovo diamante dai riflessi innumerevoli. La prova di Papà, con tutte le sue dolorose circostanze, erano i gioielli antichi, e il nuovo fu una prova piccolissima in apparenza, ma che mi fece tanto soffrire. – Da qualche tempo, poiché il nostro povero piccolo Padre si sentiva un po’ meglio, lo facevano uscire in carrozza, e parlava persino di farlo viaggiare in treno per venire a vederci. Naturalmente Celina pensò subito che occorreva scegliere il giorno della mia velazione. “Per non stancarlo, diceva, io non lo farò assistere a tutta la cerimonia, soltanto alla fine, andò a prenderlo e lo condurrò con tutta dolcezza fino alla grata perché Teresa riceva la sua benedizione”. Ah! riconosco davvero il cuore della mia Celina cara… è verissimo che “mai l’amore trova pretesti di impossibilità perché si crede tutto possibile e tutto permesso” La prudenza umana al contrario trema ad ogni passo e non osa per così dire posare il piede, e così il Buon Dio, che voleva provarmi si servi di essa come di uno strumento docile e il giorno delle mie nozze io fui veramente orfana, non avendo più Padre sulla terra ma potendo guardare il Cielo con fiducia e dire in tutta verità: “Padre nostro che sei nei Cieli”.

DALLA PROFESSIONE   ALL’ATTO DI OFFERTA

Prima di parlarti di questa prova avrei dovuto, Madre mia cara, parlarti del ritiro che precedé la mia professione; esso fu lungi dal portarmi consolazioni, l’aridità più assoluta e quasi l’abbandono furono la mia parte. Gesù dormiva come sempre nella mia piccola navicella; ah! vedo davvero che raramente le anime Lo lasciano dormire tranquillamente in loro. Gesù è così stanco di fare sempre favori e proposte che si affretta ad approfittare del riposo che io Gli offro. Egli non si sveglia senza dubbio prima del mio grande ritiro dell’eternità, ma invece di farmi dolore la cosa mi fa un estremo piacere…

Veramente sono lontana dall’essere una santa, e niente lo prova meglio di questo; dovrei invece di rallegrarmi della mia aridità, attribuirla alla mia mancanza di fervore e fedeltà, dovrei desolarmi di dormire (da 7 anni) durante le mie orazioni e i miei ringraziamenti alla Comunione; ebbene, io non mi desolo… io penso che i figli piccoli piacciono altrettanto ai loro genitori quando dormono e quando sono svegli, io penso che per fare le operazioni, i medici addormentano i loro ammalati. Finalmente io penso che: “il Signore vede la nostra fragilità, che Egli si ricorda che noi non siamo che polvere”.

Il mio ritiro di professione fu dunque come tutti quelli che lo seguirono un ritiro di grande aridità; tuttavia il Buon Dio mi mostrò chiaramente senza che io me ne accorgessi, il mezzo di piacergli e di praticare le più sublimi virtù. Ho notato tante volte che Gesù non vuole darmi delle provviste, mi nutre ad ogni istante con un nutrimento tutto nuovo, io lo trovo in me senza sapere come vi è… Credo molto semplicemente che è Gesù stes­so nascosto in fondo al mio povero piccolo cuore che mi fa la grazia di agire in me e mi fa pensare tutto quello che vuole che io faccia nel momento presente.

Qualche giorno prima di quello della mia professione, ebbi la felicità di ricevere la benedizione del Sovrano Pontefice; l’avevo sollecitata attraverso il buon Fratel Simeone per Papà e per me e mi fu di grande consolazione poter rendere al mio piccolo Padre caro la grazia che egli mi aveva procurato conducendomi a Roma.

Finalmente il bel giorno delle mie nozze arrivò, fu senza nuvole, ma alla vigilia si sollevò nell’anima mia una tempesta come mai ne avevo vista… Siccome neppure un solo dubbio sulla mia vocazione mi era mai venuto nel pensiero, bisognava che io conoscessi questa prova. La sera, facendo la mia via Crucis dopo mattutino, la mia vocazione mi apparve come un sogno, una chimera… io trovavo la vita del Carmelo bellissima, ma il demonio m’ispirava la sicurezza che essa non era fatta per me, che io avrei ingannato i superiori andando avanti in una via cui non ero chiamata… Le mie tenebre erano così grandi che io non vedevo né capivo altra cosa: Io non avevo la vocazione!… Ah! come dipingere l’angoscia della mia anima?… Mi sembrava (cosa assurda che dimostra che questa tentazione era del demonio) che se avessi detto i miei timori alla mia maestra lei mi avrebbe impedito di pronunciare i miei Santi Voti; tuttavia volevo fare la volontà del buon Dio e tornare nel mondo piuttosto che restare al Carmelo facendo la mia; feci dunque uscire la mia maestra e piena di confusione le dissi lo stato dell’anima mia… Fortunatamente lei vide più chiaro di me e mi rassicurò completamen­te: del resto l’atto di umiltà che avevo fatto aveva messo in fuga il demonio che forse pensava che io non avrei osato confessare la mia tentazione. Appena ebbi finito di parlare i miei dubbi se ne andarono, tuttavia per rendere più completo il mio atto di umiltà, io volli ancora confidare la mia strana tentazione a nostra Madre che si accontentò di ridere di me.

Il mattino dell’8 Settembre, io mi sentii inondata da un fiume di pace e fu in questa pace “che oltrepassa ogni sentimento” che io pronunciai i miei Santi Voti… La mia unione con Gesù si realizzò, non in mezzo alle folgori e ai lampi, cioè a grazie straordinarie, ma in mezzo ad un leggero zefiro, simile a quello che sentì sulla montagna il nostro padre S. Elia.. Quante grazie non ho chiesto io in quel giorno!… Io mi sentivo veramente la regina, così approfittai del mio titolo per liberare i prigionieri, ottenere i favori del Re verso i suoi sudditi ingrati, infine volevo liberare tutte le anime del purgatorio e convertire i peccatori… Ho molto pregato per mia Mamma, le mie care Sorelle… per tutta la famiglia, ma soprattutto per il mio piccolo Padre, così provato e così santo… Io mi sono offerta a Gesù perché Egli compia perfettamente in me la sua volontà senza che mai le creature le facciano ostacolo,

Quel bel giorno passò come quelli più tristi, poiché i più radiosi hanno un domani, ma fu senza tristezza che io deposi la mia corona ai piedi della S. Vergine, io sen­tivo che il tempo non avrebbe portato via la mia felicità… Che bella festa è la Natività di Maria per diventare la sposa di Gesù! Era la piccola S. Vergine di un giorno che presentava il suo fiorellino al piccolo Gesù… quel giorno tutto era piccolo eccetto le grazie e la pace che ho ricevute, eccetto la gioia pacifica che ho sentito alla sera, guardando le stelle brillare nel firmamento, pen­sando che presto il bel Cielo si sarebbe aperto ai miei occhi e che avrei potuto unirmi al mio Sposo in mezzo ad una gioia eterna…

Il 24 ebbe luogo la cerimonia della mia velazione, e fu tutto intero velato di lacrime… Papà non c’era per benedire la sua Regina… il Padre era in Canada… Monsignore che doveva venire e pranzare dallo Zio cad­de ammalato e non venne neppure lui, infine tutto fu tristezza e amarezza… Tuttavia la pace, sempre la pace, si trovava in fondo al calice… Quel giorno Gesù permise che io non potessi trattenere le lacrime e le mie lacrime non furono capite… in realtà avevo sopportato senza piangere ben più grandi prove, ma allora ero aiutata da una grazia potente; al contrario il 24, Gesù mi abbandonò alle mie proprie forze e io mostrai quanto esse erano piccole.

Otto giorni dopo la mia velazione ci fu il matrimo­nio di Giovanna. Dirti, Madre mia cara, quanto il suo esempio mi insegnò circa le delicatezze che una sposa deve prodigare al suo Sposo, mi sarebbe impossibile; io ascoltavo avidamente tutto ciò che ne potevo imparare, perché non volevo fare di meno per il mio amato Gesù di quanto faceva Giovanna per Francis, una creatura senza dubbio perfettissima, ma infine una creatura!…

Mi divertii persino a comporre una lettera di invito per paragonarla alla sua, ecco come era concepita:

Lettera di invito alle Nozze di suor Teresa di Gesù Bambino del Santo Volto.

Il Dio Onnipotente, Creatore del Cielo e della terra, Sovrano Dominatore del Mondo e la gloriosissima Vergine Maria, Regina della Corte celeste, volentieri le comunicano il Matrimonio del loro Augusto Figlio, Re dei Re e Signore dei signori, con la Signorina Teresa Martin, ora Signora e Principessa dei regni portati a lei in dote dal suo Divino Sposo, e cioè:  L’Infanzia di Gesù e la sua  Passione, mentre i suoi  di nobiltà sono: di Gesù Bambino e del Volto Santo.

Il signor Luigi Matin, Proprietario e padrone delle Signorie della sofferenza e dell’Umiliazione e la signora Martin, Principessa e Signora d’onore della Corte Celeste, le partecipano volentieri il Matrimonio della loro figlia, Teresa, con Gesù il Verbo di Dio, seconda persona dell’adorabile Trinità che per l’intervento dello Spirito Santo si è fatto Uomo e Figlio di Maria, la Regina del cielo.

Non avendola potuto invitare alla benedizione Nuziale che è stata data loro sulla montagna del Carmelo, l’8 Settembre 1890, (essendovi stata ammessa solo la corte celeste) lei è nientemeno pregato di recarsi al Ritorno dal viaggio di Nozze che avrà luogo Domani, giorno dell’Eternità, nel quale Gesù, Figlio di Dio, verrà sulle Nubi del Cielo nello splendore della sua Maestà, per giudicare i Vivi e i Morti.

Dal momento che l’ora è ancora incerta, Lei è invitato a tenersi pronto e a vegliare.

Ora, Madre mia cara, che cosa mi resta da dirti? Ah! io credevo di aver finito, ma non ti ho ancora detto nien­te della mia felicità per aver conosciuta la nostra Santa Madre Geneviève… Quella è una grazia senza prezzo; ebbene il Buon Dio che me ne aveva già date tante, ha voluto che io vivessi con una Santa, certo non imitabile, ma una Santa santificata dalle virtù nascoste e ordina­rie… Più di una volta ho ricevuto da lei grandi consolazioni, soprattutto una domenica. – Mentre come al solito andavo a farle una visitina, trovai due Sorelle presso Madre Geneviève; io la guardavo sorridendo e mi preparavo ad uscire perché non si può stare in tre da una malata, ma lei, guardandomi con un’aria ispirata, mi disse: “Aspettate, figliolina mia, voglio soltanto dirvi una parolina. Ogni volta che venite da me, mi chiedete di darvi un mazzetto spirituale, ebbene, oggi vi darò questo: Servite Dio con pace e Gioia, ricordatevi, figlia mia, che il nostro Dio, è il Dio della pace”. Dopo averla semplicemente ringraziata, io sono uscita commossa fino alle lacrime e convinta che il Buon Dio le aveva rivelato lo stato della mia anima; quel giorno ero estremamente provata, quasi triste, in una notte tale che non sapevo più se ero amata dal Buon Dio, ma la gioia e la consolazione che provai, tu la indovini, Madre mia cara!…

La Domenica seguente, volli sapere che rivelazione aveva avuto Madre Geneviève; lei mi assicurò di non averne avuta alcuna, allora la mia ammirazione fu ancora maggiore, vedendo a quale grado eminente Gesù viveva in lei e la faceva agire e parlare. Ah! quella santità lì mi sembrava la più vera, la più santa ed è quella che io desidero perchè non ci si incontra alcuna illusione…

Il  giorno della mia professione fui anche consolatissima di sapere dalla bocca della Madre Geneviève che lei era passata attraverso la stessa mia prova prima di emettere i suoi voti… Nel momento delle nostre grandi pene, ti ricordi, le consolazioni che noi abbiamo trovato da lei? infine il ricordo che Madre Geneviève ha lasciato nel mio cuore è un ricordo profumato…

Il giorno della sua partenza per il Cielo io mi sono sentita particolarmente toccata, era la prima volta che assistevo ad una morte, veramente lo spettacolo era affascinante… Ero sistemata giusto ai piedi del letto della santa morente, vedevo perfettamente i suoi più piccoli movimenti. Mi pareva, durante le due ore che ho passato così, che la mia anima avrebbe dovuto sentirsi piena di fervore, al contrario, una specie di insensibilità si era impadronita di me, ma nel momento stesso della nascita al Cielo della nostra Santa Madre Geneviève, la mia disposizione interiore cambiò, in un batter d’occhio mi sono sentita piena di una gioia e di un fervore indicibili, era come se Madre Geneviève mi avesse dato una parte della felicità di cui ella gioiva perché io sono davvero convinta che è andata dritta in Cielo… Durante la sua vita un giorno le dissi: “O Madre mia! voi non andrete in purgatorio!…” – “Lo spero” mi rispose lei con dolcezza… Ah! sicuramente il buon Dio non ha potuto ingannare una speranza così piena di umiltà, tutti i favori che abbiamo ricevuto ne sono la prova… Ogni sorella si affrettò a prendersi qualche reliquia; tu sai, Madre mia cara, quale di esse io ho la felicità di possedere… Durante l’agonia della Madre Geneviève, ho notato una lacrima che brillava sulla sua palpebra, come un diamante; quella lacrima, l’ultima di tutte quelle che lei ha sparse, non cadde, io la vidi ancora luccicare in coro senza che nessuno pensasse di raccoglierla. Allora prendendo un fazzolettino fine, io alla sera ho osato accostarmi senza essere vista e prendere come reliquia l’ultima lacrima di una Santa… Da allora l’ho sempre portata nel piccolo sacchetto in cui sono racchiusi i miei voti.

Non do molta importanza ai miei sogni, del resto ne ho così raramente di simbolici e mi chiedo persino come è possibile che pensando tutta la giornata al Buon Dio, io non me ne occupi di più durante il mio sonno… ordinariamente sogno i boschi, i fiori, i ruscelli e il mare e quasi sempre, vedo dei bei bambini, prendo farfalle e uccelli come non ne ho mai visti. Tu vedi, Madre mia, che se i miei sogni hanno un’apparenza poetica, sono lungi dall’essere mistici… Una notte dopo la morte di Madre Geneviève ne ho fatto uno più consolante: sognavo che lei faceva il suo testamento, lasciando a ciascuna sorella una cosa che le era appartenuta; quando venne il mio turno, io credevo di non ricevere niente, perché non le era restato niente, ma sollevandosi lei mi disse per tre volte con un accento penetrante: “A voi, io lascio il mio cuore”.

Un mese dopo la partenza della nostra Santa Madre, l’influenza scoppiò nella comunità, io ero sola in piedi con altre due suore, mai potrò dire tutto ciò che ho visto, ciò che mi è parsa la vita e tutto ciò che passa…

Il giorno dei miei 19 anni fu festeggiato con una morte, subito seguita da altre due. A quell’epoca ero sola per la sacrestia, perché la mia maggiore d’ufficio era gravemente malata, ero io che dovevo preparare i funerali, aprire le grate del coro per la messa, ecc… Il Buon Dio mi ha dato molte grazie di forza in quel momento, io mi domando ora come ho potuto fare senza terrore tutto quello che ho fatto; la morte regnava dappertutto, le più malate erano curate da quelle che si trascinavano a fatica, appena una suora aveva reso l’ultimo respiro si era costretti a lasciarla sola. Una mattina alzandomi, ebbi il presentimento che Suor Maddalena era morta; il dormitorio era immerso nell’oscurità, nessuno usciva dalle celle, finalmente mi decisi ad entrare in quella della mia Suor Maddalena la cui porta era aperta; la vidi in realtà, vestita e coricata sul pagliericcio, non ebbi la minima paura. Vedendo che non aveva la candela andai a cercargliene una, ed anche una corona di rose.

La sera della morte della Madre Vice-priora, io ero sola con l’infermiera; è impossibile immaginarsi il triste stato della comunità in quel momento, solo quelle che stavano in piedi poterono farsi un’idea, ma in mezzo a questo abbandono, io sentivo che il Buon Dio vegliava su di noi. Era senza sforzo che le moribonde passavano ad una vita migliore, e subito dopo la loro morte un’espressione di gioia e di pace si diffondeva sul loro viso, si sarebbe detto un dolce sonno; e lo era veramente dal momento che dopo che la scena di questo mondo sarà passata, loro si sveglieranno per gioire eternamente delle delizie riservate agli eletti…

Tutto il tempo in cui la comunità fu così provata, io potei avere l’ineffabile consolazione di fare tutti i giorni la S. Comunione… Ah! quanto era dolce!… Gesù mi viziò a lungo, più a lungo delle sue fedeli spose, perché egli permise di essermi dato senza che le altre avessero la felicità di riceverLo. Ero perciò felicissima di toccare i vasi sacri, di preparare i pannolini destinati a ricevere Gesù, io sentivo che dovevo essere molto fervorosa e mi ricordavo spesso queste parole indirizzate ad un santo diacono: “Siate santi, voi che toccati i vasi del Signore”.

Non posso dire che ho ricevuto spesso consolazioni durante i miei ringraziamenti, forse è il momento in cui ne ho di meno… Trovo la cosa del tutto naturale poiché io mi sono offerta a Gesù non come una persona che desidera ricevere la sua visita per la sua propria consolazione, ma al contrario per il piacere di Colui che si dona a me. – Io mi rappresento l’anima mia come un terreno libero e prego la S. Vergine di portar via gli ostacoli che potrebbero impedirgli di essere libero, poi la supplico di piantare lei stessa una grande tenda degna del Cielo, di arredarla con i suoi gioielli e poi invito tutti i Santi e gli Angeli a venire a fare un magnifico concerto. Quando Gesù scende nell’anima mia, mi sembra che Egli sia contento di trovarsi così ben accolto e io, anche io sono contenta… Tutto questo non impedisce alle distrazioni ed al sonno di venire a trovarmi, ma quando esco dal ringraziamento vedendo che l’ho fatto così male faccio il proposito di restare in ringraziamento per tutto il resto della giornata… Tu vedi, Madre mia cara, che io sono ben lungi dall’essere condotta per la via del timore, so sempre trovare il modo di essere felice e di approfittare delle mie miserie… senza dubbio la cosa non spiace a Gesù, perché Egli sembra incoraggiarmi in questo cammino. – Un giorno, contrariamente alla mia abitudine, io ero un pò turbata andando alla Comunione, mi pareva che il Buon Dio non era contento di me e mi dicevo: “Ah! se oggi non ricevo che la metà di un’ostia, avrò un grande dolore, crederò che Gesù viene quasi con riluttanza nel mio cuore”. Io mi avvicino… oh! che felicità! per la prima volta nella mia vita, vedo il prete prendere due ostie ben separate e darmele!… Tu comprendi la mia gioia e le dolci lacrime che ho versato, vedendo una misericordia così grande…

L’anno che segui la mia professione, cioè due mesi prima della morte di madre Geneviève, io ho ricevuto grandi grazie durante il ritiro. Ordinariamente i ritiri predicati sono per me ancora più penosi di quelli che faccio da sola, ma quell’anno la cosa andò altrimenti. Avevo fatto una novena preparatoria con molto fervore, malgrado il sentimento intimo che provavo, perché mi pareva che il predicatore non avrebbe potuto capirmi, essendo destinato soprattutto a fare del bene ai grandi peccatori, ma non alle anime religiose. il Buon Dio volendo mostrarmi che era Lui solo il mio Direttore, si servi proprio di questo Padre che non fu apprezzato che da me… Avevo allora grandi prove interiori di ogni specie (fino a chiedermi talora se c’era un Cielo). Io mi sentivo disposta a non dire niente delle mie disposizioni interiori, non sapendo come esprimerle, ma appena entrata nel confessionale sentii la mia anima dilatarsi. Dopo aver detto poche parole, io fui compresa in un modo meraviglioso, e persino indovinata… la mia anima era come un libro aperto nel quale il Padre leggeva meglio di me stessa… Egli mi lanciò a vele spiegate sulle onde della confidenza e dell’amore che mi attiravano così fortemente ma sulle quali io non osavo avanzare… Mi disse che le mie colpe non addoloravano il Buon Dio, che a nome suo egli mi diceva che Lui era molto contento di me…

Oh! quanto fui felice sentendo quelle consolanti parole!… Mai avevo sentito dire che le colpe potevano non addolorare il Buon Dio, questa assicurazione mi colmò di gioia, mi fece sopportare pazientemente l’esilio della vita… Io sentivo davvero in fondo al mio cuore che era vero perché il Buon Dio è più tenero di una Madre, ebbene, tu, Madre mia cara, non sei sempre pronta a perdonare le piccole indelicatezze che ti faccio involontariamente?… Quante volte io ne ho fatto la dolce esperienza!… Nessun rimprovero mi avrebbe colpito tanto quanto una tua sola carezza. Io sono di una tale natura che il timore mi fa andare all’indietro; con l’amore non solo vado avanti ma volo…

O Madre mia! fu soprattutto dopo il giorno benedetto della tua elezione che io volai nelle vie dell’amore… Quel giorno, Paolina divenne il mio Gesù vivente …

Già da tanto tempo io ho la fortuna di contemplare le meraviglie che Gesù compie per mezzo della mia Madre cara… Vedo che solo la sofferenza può generare le anime e più che mai queste sublimi parole di Gesù mi svelano la loro profondità: “In verità, in verità, io ve lo dico, se il grano di frumento cadendo a terra non arriva a morire, resta solo, ma se muore porta tanto frutto”.

Che messe abbondante hai raccolta!… Tu hai seminato nelle lacrime, ma presto vedrai il frutto delle tue fatiche, tu tornerai piena di gioia con in mano i covoni di grano. Madre mia, in mezzo a quei covoni fioriti, il fiorellino bianco si tiene nascosto ma in Cielo avrà una voce per cantare la tua dolcezza e le virtù che ti vede praticare ogni giorno nell’ombra e nel silenzio della via dell’esilio…

Si, da due anni, ho capito molti misteri fino allora nascosti per me. il buon Dio mi ha mostrato la stessa misericordia che mostrò al re Salomone. Egli non ha voluto che avessi un solo desiderio che non fosse esaudito, non soltanto i miei desideri di perfezione, ma anche quelli di cui comprendevo la vanità, senza che la avessi sperimentata.

Avendoti sempre, Madre mia cara, guardato come il mio ideale, io desideravo somigliarti in tutto; vedendoti fare dei bei quadri e delle affascinanti poesie, io mi dicevo: “Ah! quanto sarei felice di poter dipingere, di saper esprimere i miei pensieri in versi e di fare anche del bene alle anime…”. Io non avrei voluto chiedere questi doni naturali e i miei desideri restavano nascosti al fondo del mio cuore. Gesù nascosto anche lui in questo povero cuoricino si compiacque a mostrargli che tutto è vanità e afflizione di spirito sotto il sole. Con grande sbalordimento delle sorelle, mi hanno fatto dipingere e il Buon Dio permise che io sapessi approfittare delle lezioni che la mia cara Madre mi diede… Egli volle anche che io potessi sul suo esempio scrivere delle poesie, comporre scritti che furono trovati graziosi… Allo stesso modo in cui Salomone girandosi verso le opere delle sue mani, cui aveva dedicato una fatica così inutile, vide che tutto è vanità e afflizione di spirito, così, io ho riconosciuto per esperienza che la felicità non consiste che nel nascondersi, nel restare nell’ignoranza delle cose create. Ho capito che senza l’amore, tutte le opere non sono che nulla, anche le più clamorose, come risuscitare i morti o convertire i popoli…

Invece di farmi del male, di portarmi alla vanità, i doni che il Buon Dio mi ha prodigato (senza che io glieli chiedessi mi portano verso di Lui, vedo che Lui solo è immutabile, che Lui solo può riempire i miei immensi desideri…

Ci sono ancora desideri di altro genere, che Gesù si è compiaciuto di esaudire, desideri infantili simili a quelli della neve della mia vestizione.

Tu sai, Madre mia cara, quanto amo i fiori; facendomi prigioniera a 15 anni, io rinunciavo per sempre alla felicità di correre nei campi smaltati dai tesori della primavera; ebbene! mai io ho avuto più fiori che dopo il mio ingresso al Carmelo… È consuetudine che i fidanzati offrano spesso mazzetti di fiori alle loro fidanzate, Gesù non lo ha dimenticato, mi mandò a profusione mazzi di fiordalisi, margherite, papaveri, ecc… tutti i fiori che mi piacciono di più. C’era anche un fiorellino chiamato nigella del grano, che io non avevo più trovato dai tempi del nostro soggiorno a Lisieux, desideravo molto rivederlo, questo fiore della mia infanzia; colto per me nelle campagne di Alencon; fu al Carmelo che esso venne a sorridermi e a mostrarmi che nelle cose più piccole, come in quelle più grandi, il Buon Dio dà il centuplo fino da questa vita alle anime che per suo amore hanno lasciato tutto.

Ma il più intimo dei miei desideri, il più grande di tutti, che io pensavo di non veder mai realizzato, era l’ingresso della mia Celina nello stesso nostro Carmelo… Questo sogno mi pareva inverosimile: vivere sotto lo stesso tetto, partecipare le gioie e le pene della compagna della mia infanzia; così avevo fatto del tutto il mio sacrificio, avevo lasciato a Gesù il futuro della mia sorel­la cara essendo decisa a vederla partire verso i confini del mondo, se era necessario. La sola cosa che non potevo accettare, era che lei non fosse la sposa di Gesù, perché amandola tanto quanto me stessa, mi era impossibile vederla dare il suo cuore ad un mortale. Avevo già sofferto molto sapendola esposta nel mondo a pericoli che mi erano stati sconosciuti. Posso dire che dopo il mio ingresso al Carmelo il mio affetto per Celina era tanto un amore di madre che di sorella… Un giorno che lei doveva andare ad una festa serale la cosa mi dava tanta pena che supplicai il Buon Dio di impedirle di ballare e (contrariamente al mio solito) versai un torrente di lacrime. Gesù si degnò di esaudirmi. Non permise che la sua fidanzatina potesse ballare quella sera (anche se lei non sarebbe stata imbarazzata a farlo con grazia qualora fosse stato necessario). Essendo stata invitata senza che potesse rifiutare, il suo cavaliere si trovò nell’incapacità totale di farla ballare; con sua grande confusione fu condannato a camminare semplicemente per riportarla al suo posto, poi spari e non ricomparve per tutta la sera. Questo episodio, unico nel suo genere, mi fece crescere nella fiducia e nell’amore di Colui che imponendo il suo sigillo sulla mia fronte, l’aveva nello stesso tempo impresso su quella della mia Celina cara…

Il 29 luglio dell’ultimo anno, il Buon Dio ruppe le catene del suo incomparabile servitore e chiamandolo alla ricompensa eterna, ruppe nello stesso tempo quelle che legavano al mondo la sua amata fidanzata, lei aveva adempiuto la sua prima missione; incaricata di rappresentarci tutte presso nostro Padre così teneramente amato, quella missione lei l’aveva portata a termine come un angelo… e gli angeli non restano sulla terra, quando hanno compiuto la volontà del Buon Dio, ritornano subito da lui, è per questo che hanno le ali… Anche il nostro angelo scosse le sue ali bianche, era pronto a volare molto lontano per trovare Gesù, ma Gesù lo fece volare vicinissimo… Egli si accontentò dell’accettazione del grande sacrificio che fu dolorosissimo per la piccola Teresa… Durante due anni la sua Celina le aveva nascosto  un segreto … Ah quanto ne aveva sofferto anche lei’…. Alla fine dall’alto dei Cieli, il mio amato Re che sulla terra non amava gli indugi, si affrettò a sistemare le faccende così complicate della sua Celma  e il 14 Settembre lei si riuniva a noi….

Un giorno che le difficoltà parevano insormontabili. si a Gesù durante il mio ringraziamento alla Comunione: “Tu sai, mio Dio, quanto desidero sapere se Papà è andato dritto in Cielo, non ti chiedo di parlarmi, ma  un segno. Se la mia Suor A.di G. acconsente l’ingresso di Celina o non vi mette più ostacolo, sarà risposta che Papà è andato dritto con te”. Questa suora, come tu sai, Madre mia cara, trovava che eravamo già troppe in tre, e per questo non voleva ammetterne un’altra, ma il Buon Dio, che tiene in mano il cuore delle creature e lo piega come vuole Lui, cambiò le disposizioni d’animo della suora; la prima persona che incontri dopo il ringraziamento, fu lei che mi chiamò con fare amabile, mi disse di salire da te e mi parlò di Celina, con le lacrime agli occhi…

Ah’. quante ragioni ho io di ringraziare Gesù che ha saputo esaudire tutti i miei desideri…

Ora, non ho più alcun desiderio, se non quello di amare Gesù alla follia… I miei desideri infantili sono spariti, senza dubbio amo ancora adornare con i fiori l’altare di Gesù Bambino, ma dopo che egli mi ha regalato il Fiore che io desideravo, la mia cara Celina, io non ne desidero altri, è lei che io gli offro come il mio più affascinante mazzetto…

Io non desidero più nemmeno la sofferenza, e neppure la morte, e tuttavia le amo tutte e due, ma è soltanto l’amore che mi attira… A lungo le ho desiderate; ho posseduto la sofferenza, ed ho creduto di toccare la riva del Cielo, ho creduto che il piccolo fiore sarebbe stato colto nella sua primavera… ora è solo l’abbandono che mi guida, io non ho assolutamente altra bussola!… Io non posso più domandare niente con ardore, eccettuato il compimento perfetto della volontà del Buon Dio sull’anima mia senza che le creature possano metterci ostacolo. Io posso dire queste parole del cantico spirituale del N. Padre S. Giovanni della Croce: “Ho bevuto nella cella interiore del mio Amato e quando sono uscita, in tutta la pianura non conoscevo più niente ed ho perso il gregge che prima seguivo… La mia anima si è impegnata con tutte le sue forze al suo servizio, io non custodisco più greggi, non ho più altro incarico, perché adesso tutto il mio lavoro è amare!…” oppure anche:

“Dopo che ne ho fatto esperienza, l’amore è così potente in opere che sa approfittare di tutto, del bene e del male che trova in me, e trasformare la mia anima in sè” Madre mia cara! Quanto è dolce la via dell’amore. Senza dubbio, si può cadere, si possono commettere delle infedeltà, ma, poiché l’amore sa trarre vantaggio da tutto, ha consumato prestissimo tutto quello che può dispiacere a Gesù, non lasciando che un’umile e profonda pace nel fondo del cuore…

Ah! quante illuminazioni ho tratto dalle opere del Nostro P. S. G. della C.!… All’età di 17 e 18 anni non avevo altro nutrimento spirituale, ma più tardi tutti i libri mi lasciarono nell’aridità e sono ancora in questo stato. Se apro un libro scritto da un autore spirituale (anche il più bello, il più commovente), io sento subito il mio cuore chiudersi e leggo per così dire senza capire, o se capisco, il mio spirito si ferma senza poter meditare… In questa impossibilità, la scrittura Santa e l’imitazione vengono in mio aiuto; in esse trovo un nutrimento solido  e purissimo. Ma è soprattutto il Vangelo che mi intrattiene durante le mie orazioni, in esso io trovo tutto quello che è necessario alla mia povera piccola anima. Ci scopro sempre nuove luci, sensi nascosti e misteriosi…

Io capisco e so per esperienza “Che il regno di Dio è dentro di noi”. Gesù non ha bisogno di libri nè di dottori per istruire le anime; Lui, il Dottore dei dottori, insegna senza rumore di parole. Mai l’ho sentito parlare, ma io sento che Egli è in me, ad ogni istante. Egli mi guida e mi ispira ciò che debbo dire o fare. Io scopro proprio al momento in cui ne ho bisogno lumi che non avevo mai visti prima, e non capita più spesso che essi abbondano maggiormente durante le mie orazioni, è piuttosto in mezzo alle occupazioni della mia giornata…

O Madre mia cara! dopo tante grazie io non posso (che) cantare con il salmista: “Quanto è buono il Signore, quanto la sua misericordia è eterna”.  Mi pare che se tutte le creature avessero le stesse grazie che ho io, il Buon Dio non sarebbe temuto da nessuno, ma amato fino alla follia, e che per amore, e non tremando, mai nessuna anima consentirebbe a darGli dolore… Io comprendo tuttavia che tutte le anime non possono essere simili, bisogna che ce ne sia di differenti famiglie per onorare specialmente ciascuna delle perfezioni del Buon Dio. A me Egli ha dato la sua Misericordia infinita ed è attraverso essa che io contemplo ed adoro le altre perfezioni Divine!… Allora tutte mi appaiono radiose di amare, la Giustizia stessa (e forse ancora più delle altre) mi pare rivestita d’amore… Che dolce gioia pensare che il Buon Dio è Giusto, cioè che Egli tiene conto delle nostre debolezze, che Egli conosce perfettamente la fragilità della nostra natura. Di che dunque potrei avere paura? Ah! il Dio infinitamente giusto che si degnò di perdonare con tanta bontà tutte le colpe del figlio prodigo, non deve forse essere Giusto anche verso di me che “sono sempre con Lui”.

Quest’anno, il 9 giugno, festa della Santa Trinità, ho ricevuto la grazia di capire più che mai come Gesù desidera essere amato. Pensavo alle anime che si offrono come vittime alla Giustizia di Dio per stornare ed attirare su se stesse i castighi riservati ai peccatori, questa offerta mi sembrava grande e generosa, ma io ero ben lungi dal sentirmi portata a farla. “O mio Dio! ho esclamato in fondo al mio cuore, non ci sarà dunque che la tua Giustizia che riceverà anime che si immolano come vittime?… il Tuo Amore Misericordioso non ne ha bisogno anche lui?… Da ogni parte esso è misconosciuto, respinto; i cuori cui tu desideri prodigarlo si rivolgono verso le creature chiedendo loro la felicità con il loro miserabile affetto, invece di gettarsi nelle tue braccia ed accettare il tuo Amore infinito… O mio Dio! il tuo Amore disprezzato resterà dunque nel tuo Cuore? Mi pare che se tu trovassi anime che si offrono come Vittime di olocausto al tuo Amore, tu le consumeresti rapidamente, mi pare che tu saresti felice di non comprimere i flutti di infinite tenerezze che sono in te… Se la tua Giustizia ama scaricarsi, essa che non si estende che sulla terra, quanto più il tuo Amore Misericordioso desidera infiammare le anime, poiché la tua Misericordia si innalza fino ai Cieli mio Gesù! che sia io questa felice vittima, consuma il tuo Olocausto con il fuoco del tuo Divino Amore!…”.

Madre mia cara, tu che mi hai permesso di offrirmi così al Buon Dio, tu sai i fiumi o piuttosto gli oceani di grazie che sono venuti ad inondare l’anima mia… Ah! da quel felice giorno, mi sembra che l’Amore mi penetra e mi circonda, mi sembra che ad ogni istante questo Amore Misericordioso mi rinnova, purifica la mia anima e non vi lascia alcuna traccia di peccato, e così non posso temere il purgatorio… Io so che da sola non meriterei neppure di entrare in quel luogo di espiazione, poiché solo le anime sante vi possono aver accesso, ma io so anche che il Fuoco dell’Amore è più santificante di quello del purgatorio, io so che Gesù non può desiderare per me delle sofferenze inutili e che Egli non mi ispirerebbe i desideri che sento, se Lui non volesse esau­dirli…

Oh! quanto è dolce la via dell’Amore!… Come voglio applicarmi a fare sempre con il più grande abbandono, la volontà del Buon Dio!…

Ecco, Madre mia cara, tutto quello che posso dirti della vita della tua piccola Teresa, tu conosci ben meglio da sola ciò che ella è e quello che Gesù ha fatto per lei, e così mi perdonerai di aver tanto abbreviato la storia della sua vita religiosa…

Come finirà, questa “storia di un fiorellino bianco”? Forse il fiorellino sarà colto nella sua freschezza oppure trapiantato su altre rive?  non lo so, ma ciò di cui sono certa, è che la Misericordia del Buon Dio l’accompagnerà sempre, è che mai esso smetterà di benedire la Madre amata che l’ha donata a Gesù; eternamente esso si rallegrerà di essere uno dei fiori della sua corona… Eternamente esso canterà con questa Madre cara il cantico sempre nuovo dell’Amore…


Manoscritto “B”

Manoscritto indirizzato a Suor Maria del Sacro Cuore (La sorella Maria)

Teresa era entrata in ritiro personale, per 10 giorni, la sera del 7 settembre 1896. Nei giorni precedenti, la sorella Maria, Suor Maria del Sacro Cuore, che era la sua madrina di Battesimo, le aveva chiesto di scrivere per lei la “sua piccola dottrina”. Teresa lo fece dal giorno seguente, e il testo è quello che costituisce la prima parte di questo scritto. Nei giorni successivi al ritiro, Suor Maria del Sacro Cuore le rinnova la richiesta, facendola appoggiare dalla priora Suor Maria di Gonzaga, allora Teresa le comunica il testo, ma lo fa precedere da questa introduzione diretta a lei, mentre il testo preparato in ritiro, come si può leggere, è indirizzato a Gesù stesso. Quindi, oggi noi pubblichiamo prima il testo indirizzato alla sorella, che in realtà fu scritto dopo, per accompagnare l’esposizione della sua dottrina, che era già scritta durante il ritiro.

(Gesù )

(settembre 1896)

J.M.J.T.

O mia amata Sorella! tu mi chiedi di darti un ricordo del mio ritiro, ritiro che forse sarà l’ultimo… Poiché Nostra Madre lo permette, è una gioia per me venire ad intrattenermi con te che sei due volte mia Sorella, con te che mi hai prestato la tua voce, promettendo in mio nome che io non volevo servire che Gesù, nell’ora in cui non mi era possibile parlare… Cara piccola Madrina, è la bambina che tu hai offerta al Signore che ti parla questa sera, è lei che ti ama come una figlia sa amare sua Madre… Soltanto in Cielo tu conoscerai tutta la riconoscenza che trabocca dal mio cuore… O mia cara Sorella! Tu vorresti sentire i segreti che Gesù confida alla tua figlietta, quei segreti Lui te li confida, lo so, perché sei tu che mi hai insegnato ad accogliere gli insegnamenti Divini, tuttavia proverò a balbettare qualche parola, benché io senta che è impossibile alla parola umana ridire cose che il cuore umano può appena scandagliare…

Non credere che io navighi nelle consolazioni, oh no! la mia consolazione è di non averne sulla terra. Senza farsi vedere, senza far sentire la sua voce, Gesù mi istruisce in segreto, non attraverso libri, perché non capisco quello che leggo, ma talora una parola come questa che ho colto alla fine dell’orazione (dopo essere restata nel silenzio e nell’aridità) viene a consolarmi:

“Ecco il maestro che io ti do, egli ti insegnerà tutto quello che devi fare. Io ti voglio far leggere nel libro della vita, dove è contenuta la scienza d’amore”.

La scienza d’Amore, ah sì! questa parola risuona dolcemente all’orecchio dell’anima mia, io non desidero che quella scienza li. Per essa, avendo dato tutte le mie ricchezze, io stimo come la sposa dei sacri cantici di non aver dato niente…

Io comprendo così bene che non c’è che l’amore che possa renderci graditi al Buon Dio che questo amore è il solo bene che io ambisco. Gesù si compiace a mostrarmi runico cammino che conduce a questa fornace Divina, questo cammino è l’abbandono del figlio piccolo che si addormenta senza paura nelle braccia di suo Padre… “Se qualcuno è piccolissimo, che venga a me” ha detto lo Spirito Santo per bocca di Salomone e questo stesso Spirito d’Amore ha detto anche che “La misericordia è accordata ai piccoli” “in nome suo, il profeta Isaia ci rivela che nell’ultimo giorno “il Signore condurrà il suo gregge nei pascoli, egli raccoglierà gli agnellini e li stringerà sul suo seno” e come se tutte queste promesse non fossero sufficienti, lo stesso profeta il cui sguardo ispirato si immergeva già nelle profondità eterne, esclama a nome del Signore: “Come una madre accarezza suo figlio, così io vi consolerò, io vi porterò sul mio seno e vi accarezzerò sulle mie ginocchia”. O Madrina cara! dopo un simile linguaggio non resta che tacere, piangere di riconoscenza e d’amore… Ah! se tutte le anime deboli ed imperfette sentissero quello che sente la più piccola di tutte le anime, l’anima della tua piccola Teresa, neppure una sola dispererebbe di arrivare alla cima della montagna dell’amore, poiché Gesù non chiede grandi azioni, ma soltanto l’abbandono e la riconoscenza, poiché egli ha detto nel Sal. XLIX: “Io non ho alcun bisogno dei capri dei vostri greggi, perché tutti gli animali delle foreste e le migliaia di animali che pascolano sulle colline mi appartengono, io conosco tutti gli uccelli delle montagne… Se avessi fame, non è a voi che io lo direi: perché la terra e tutto quello che contiene mi appartiene. Forse io debbo mangiare la carne dei tori e bere il sangue dei capri?… Immolate a Dio sacrifici di lode e azioni di grazie”.

Ecco dunque tutto quello che Gesù pretende da noi, egli non ha alcun bisogno delle nostre opere, ma soltanto del nostro amore, perché questo stesso Dio che dichiara di non aver alcun bisogno di dirci se ha fame, non ha paura di mendicare un po’ d’acqua dalla Samaritana. Egli aveva sete… Ma dicendo: “dammi da bere” era l’amore della sua povera creatura che il Creatore dell’universo chiedeva. Egli aveva fame d’amore… Ah! io lo sento più che mai Gesù è assetato, egli non incontra che ingrati ed indifferenti in mezzo ai discepoli del mondo e in mezzo ai suoi propri discepoli, egli trova, ahimè! pochi cuori che si offrono a lui senza riserve, che comprendono tutta la tenerezza del suo Amore infinito.

Sorella cara, quanto siamo felici di capire gli intimi segreti del nostro Sposo, ah! se tu volessi scrivere tutto quello che ne conosci, noi avremmo da leggere delle belle pagine, ma io lo so, tu preferisci conservare al fondo del tuo cuore “I segreti del Re”, a me dici “Che è onorevole rendere pubbliche le opere dell’Altissimo” Io trovo che tu hai ragione a conservare il silenzio e non è che con runico fine di farti piacere che scrivo queste righe, perché sento la mia impotenza a ridire con parole terrene i segreti del Cielo e poi, dopo aver tracciato pagine e pagine, troverei di non aver ancora cominciato… Ci sono tanti orizzonti diversi, tante sfumature che cambiano all’infinito, che solo il pennello del Pittore Celeste potrà, dopo la notte di questa vita, fornirmi. i colori capaci di dipingere le meraviglie che egli scopre agli occhi dell’anima mia.

Sorella mia Cara, tu mi hai chiesto di scriverti il mio sogno e la “mia piccola dottrina”, come tu la chiami… Io l’ho fatto nelle pagine seguenti ma così male che mi pare impossibile che tu capisca. Forse troverai le mie espressioni esagerate… Ah! perdonami, dipende dal mio stile poco gradevole, io ti assicuro che non c’è alcuna esagerazione nella mia piccola anima, che tutto vi è calmo e riposato…

(Scrivendo, io parlo a Gesù, la cosa mi è più facile per esprimere i miei pensieri… Ciò che, ohimè! non impedisce che essi siano espressi malissimo!)

J.M.J.T.

8 settembre 1896

(Alla mia cara Suor Maria del Sacro Cuore)

O Gesù, mio Amato! chi potrà dire con quale tenerezza, quale dolcezza, tu conduci la mia piccola anima! come ti piace di fare splendere il raggio della tua grazia persino in mezzo alla più cupa tempesta!… Gesù, la tempesta rumoreggiava fortissima nell’anima mia dopo la bella festa del tuo trionfo, la radiosa festa di Pasqua, quando un sabato del mese di maggio, pensando ai sogni misteriosi che talora sono accordati a certe anime, mi dicevo che doveva essere una dolcissima consolazione, tuttavia io non la chiedevo. La sera, guardando le nuvole che coprivano il suo cielo, la mia piccola anima si diceva ancora che i bei sogni non erano per lei, e si addormentava sotto la tempesta… l’indomani era il 10 maggio, seconda DOMENICA del mese di Maria, forse l’anniversario del giorno in cui la Santa Vergine si degnò di sorridere al suo piccolo fiore… Alle prime luci dell’aurora, io mi trovai (in sogno) in una specie di galleria, c’erano parecchie altre persone, ma lontane. Solo Nostra Madre era presso di me, di colpo senza aver visto come erano entrate, ho visto tre carmelitane vestite dei loro mantelli e dei grandi veli, mi sembrò che venissero per Nostra Madre, ma ciò che capii chiaramente, è che venivano dal Cielo. In fondo al mio cuore, io esclamai: Ah! come sarei felice di vedere il viso di una di quelle carmelitane! Allora come se la mia preghiera fosse stata sentita da lei, la più grande delle sante si avanzò verso di me; subito caddi in ginocchio. Oh! felicità! la Carmelitana tolse il suo velo o piut­tosto lo sollevò e me ne copri… senza alcuna esitazione, io riconobbi la venerabile Madre Anna di Gesù, la fondatrice del Carmelo in Francia. il suo viso era bello, di una bellezza immateriale, nessun raggio ne usciva e tuttavia malgrado il velo che ci avvolgeva tutte e due, io vedevo quel celeste viso illuminato di una luce ineffabilmente dolce, luce che esso non riceveva ma che emanava da se stesso…

Io non saprei ridire la gioia della mia anima, queste cose si sentono e non si possono esprimere… Parecchi mesi sono passati dopo questo dolce sogno, tuttavia il ricordo che lascia nell’anima mia non ha perduto nulla della sua freschezza, delle sue grazie Celesti… Io vedo ancora lo sguardo e il sorriso pieni d’amore della Ven.le Madre. Io credo ancora di sentire le carezze di cui mi ha colmata…

Vedendomi così teneramente amata, osai pronuncia­re queste parole: “O Madre mia! ve ne supplico, ditemi se ‘1 Buon Dio mi lascerà tanto tempo sulla terra… Verrà a prendermi presto?… Sorridendo con tenerezza la santa mormorò: “Sì, presto, presto… Io ve lo prometto”.

“Madre mia, aggiunsi, ditemi anche se il Buon Dio non chiede qualcosa di più delle mie povere piccole azioni e dei miei desideri. È contento di me?”. il volto della Santa prese un’espressione incomparabilmente più tenera della prima volta che mi aveva parlato. il suo sguardo e le sue carezze erano la più dolce delle risposte. Tuttavia ella mi disse: “il Buon Dio non chiede niente altro da voi. Egli è contento, molto contento!…” Dopo avermi ancora accarezzata con più amore di quanto non l’abbia mai fatto con suo figlio la più tenera delle madri, io la vidi allontanarsi… il mio cuore era nella gioia, ma io mi ricordai delle mie sorelle, e volli chiedere qualche grazia per loro, ahimè!… mi svegliai!…

O Gesù, la tempesta allora non rumoreggiava, il cielo era calmo e sereno… io credevo, io sentivo che c’è un Cielo e che quel Cielo è popolato di anime che mi vogliono bene, che mi guardano come una loro figlia… Quell’impressione resta nel mio cuore, tanto più che la Ven.le Madre Anna di Gesù mi era stata fino allora as­solutamente indifferente, io non l’avevo mai invocata e il suo pensiero non mi veniva in mente che quando sentivo parlare di lei, cosa che era rara. Così quando ho capito a quale punto lei mi amava, quanto poco le ero indifferente, il mio cuore si è fuso d’amore e di riconoscenza, non solo per la Santa che mi aveva visitato, ma an­che per tutti i Beati abitanti del Cielo…

O mio Amato! questa grazia non era che il preludio di grazie più grandi di cui tu volevi colmarmi; lasciami, mio unico Amore, ricordartele oggi… oggi, sesto anniversario della nostra unione… Ah! perdonami, Gesù, se io sragiono volendo ridire i miei desideri, le mie spe­ranze che toccano l’infinito, perdonami e guarisci l’ani­ma mia donandole quello che spera!!!…

Essere tua sposa, o Gesù, essere carmelitana, essere grazie alla mia unione con te la madre delle anime, questo dovrebbe bastarmi… non è così… Senza dubbio, questi tre privilegi sono si la mia vocazione, Carmelitana, Sposa e Madre, tuttavia io sento in me altre vocazioni, io mi sento la vocazione di guerriero, di prete, di apostolo, di dottore, di martire; finalmente, io sento il bisogno, il desiderio di compiere per te Gesù, tutte le opere più eroiche… Io sento nell’anima mia il coraggio di un Crociato, di uno Zuavo Pontificio, io vorrei morire su un campo di battaglia per la difesa della Chiesa…

Io sento in me la vocazione di prete; con quale amore, o Gesù, ti porterei nelle mie mani quando, alla mia voce, tu discenderesti dal Cielo… Con quale amore ti darei alle anime!… Ma ahimè! Pur desiderando di essere Prete, ammiro e invidio l’umiltà di S. Francesco d’Assisi e mi sento la vocazione di imitarlo rifiutando la sublime dignità del Sacerdozio.

O Gesù, mio amore, mia vita… come mettere insieme questi contrasti? Come realizzare i desideri della mia povera piccola anima?…

Ah! malgrado la mia piccolezza, io vorrei illuminare le anime come i Profeti, i Dottori, io ho la vocazione di essere Apostola… io vorrei percorrere la terra, predicare il tuo nome e piantare sul suolo infedele la tua Croce gloriosa, ma, o mio Amato, una sola missione non mi basterebbe, io vorrei nello stesso tempo annunciare il Vangelo nelle cinque parti del mondo e fino alle isole più sperdute… Io vorrei essere missionaria non soltanto per qualche anno, ma vorrei esserlo stata dalla creazione del mondo ed esserlo fino alla consumazione dei secoli… Ma io vorrei soprattutto, o mio Amato Salvatore, io vorrei versare il mio sangue per te fino all’ultima goccia…

Il Martirio, ecco il sogno della mia giovinezza, questo sogno è cresciuto con me sotto i chiostri del Carmelo… Ma anche qui, sento che il mio sogno è una follia, perché non saprei accontentarmi di desiderare un solo genere di martirio… Per soddisfarmi, mi sarebbero necessari tutti… Come te, mio Sposo Adorato, vorrei essere flagellata e crocifissa… Vorrei morire scorticata come S. Bartolomeo… Come S. Giovanni, io vorrei essere immersa nell’olio bollente, io vorrei subire tutti i supplizi inflitti ai martiri..; Con S. Agnese e S. Cecilia, io vorrei presentare i1 mio collo alla spada e come Giovanna d’Arco, mia sorella amata, vorrei sul rogo sussurrare il tuo nome, O GESÙ… Pensando ai tormenti che saranno riservati ai cristiani al tempo dell’Anticristo, io sento il mio cuore trasalire e vorrei che quei tormenti mi fossero riservati… Gesù, Gesù, se volessi scrivere tutti i miei desideri, mi dovrei impadronire del tuo libro della vita, là sono riportate le azioni di tutti i Santi e quelle azioni, io vorrei averle compiute per te…

O mio Gesù! a tutte le mie follie che risponderai?… C’è un’anima più piccola, più impotente della mia!… Tuttavia proprio a causa della mia debolezza, tu ti sei compiaciuto, Signore, di esaudire i miei piccoli desideri di bambina, e tu vuoi oggi, esaudire altri desideri più grandi dell’universo…

Durante l’orazione poiché i miei desideri mi facevano soffrire un vero martirio, aprii le epistole di S. Paolo per cercare qualche risposta. I cap. XII e XIII della prima lettera ai Corinzi mi caddero sotto gli occhi… Io vi lessi, nel primo, che tutti non possono essere apostoli, profeti, dottori, ecc… che la Chiesa è composta di differenti membra e che l’occhio non potrebbe essere nello stesso tempo la mano … La risposta era chiara ma non esaudiva i miei desideri, non mi dava la pace… Come Maddalena abbassandosi sempre vicino al sepolcro vuoto fini per trovare quello che cercava, così, abbassandomi fino nelle profondità del mio niente io mi innalzai così in alto che potei raggiungere il mio scopo…

Senza scoraggiarmi io continuai la mia lettura e questa frase mi dette sollievo: “Cercate con ardore i doni più perfetti, ma io vi mostrerò una via ancora più eccellente”. E l’Apostolo spiega come tutti i doni più perfetti sono nulla senza l’amore… Che la Carità è la via eccellente che conduce sicuramente a Dio.

Finalmente avevo trovato il riposo… Considerando il corpo mistico della Chiesa, io non mi ero riconosciuta in nessuna delle membra descritte da S. Paolo, o piuttosto volevo riconoscermi in tutte… La Carità mi diede la chiave della mia vocazione. Io compresi che se la Chiesa aveva un corpo, composto di differenti membra, il più necessario, il più nobile di tutte non le mancava, io compresi che la Chiesa aveva un Cuore, e che questo Cuore era bruciante d’AMORE. Io compresi che l’Amore solo faceva agire le membra della Chiesa, che se l’Amore si fosse spento, gli Apostoli non avrebbero più annunciato il Vangelo, i Martiri avrebbero rifiutato di versare il loro sangue… Io compresi che l’AMORE RACCHIUDEVA IN SÉ TUTTE LE VOCAZIONI, CHE L’AMORE ERA TUTTO, CHE ESSO ABBRACCIAVA TUTTI I TEMPI E TUTTI I LUOGHL.. IN UNA PAROLA, CHE ESSO È ETERNO!…

Allora, nell’eccesso della mia gioia delirante, io ho esclamato: O Gesù, mio Amore… la mia vocazione, finalmente l’ho trovata, LA MIA VOCAZIONE, È L’AMORE!…

Sì io ho trovato il mio posto nella Chiesa e questo posto, o mio Dio, sei tu che me l’hai dato… nel Cuore della Chiesa, mia Madre, io sarò l’Amore… così io sarò tutto, così il mio sogno sarà realizzato!!!…

Perché parlare di una gioia delirante? no, questa espressione non è giusta, è piuttosto la pace calma e serena del navigatore che vede il faro che deve condurlo al porto… O Faro luminoso dell’amore, io so come arrivare fino a te, ho trovato il segreto di appropriarmi della tua fiamma.

Io non sono che una bambina, impotente e debole, tuttavia è la mia debolezza stessa che mi dà l’audacia di offrirmi come Vittima al tuo Amore, o Gesù! In passato le ostie pure e senza macchia erano le sole gradite dal Dio Forte e Potente. Per soddisfare la Giustizia Divina, servivano delle vittime perfette, ma alla legge del timore si è sostituita la legge d’Amore, e l’Amore mi ha scelta come olocausto, me, debole e imperfetta creatura… Questa scelta non è forse degna dell’Amore?… Si, perché l’Amore sia pienamente soddisfatto, bisogna che Egli si abbassi, che egli si abbassi fino al niente e che trasformi in fuoco questo niente…

O Gesù, io lo so, l’amore non si paga che con l’amore, e così io ho cercato, io ho trovato il mezzo di consolare il mio cuore rendendoti Amore per Amore. “impiegate le ricchezze che rendono ingiusti a farvi degli amici che vi ricevano nei tabernacoli eterni” Ecco, Signore, il consiglio che tu dai ai tuoi discepoli dopo aver loro detto che “I figli di tenebre sono più abili nei loro affari dei figli di luce”. Figlia di luce, io ho capito che i miei desideri di essere tutto, di abbracciare tutte le vocazioni, erano delle ricchezze che potevano davvero rendermi ingiusta, allora me ne sono servita per farmi degli amici… Ricordandomi della preghiera di Eliseo al suo Padre Elia, quando egli osò chiedergli il suo doppio spirito, io mi sono presentata davanti agli Angeli ed ai Santi, e ho detto loro: “Io sono la più piccola delle creature, io conosco la mia miseria e la mia debolezza, ma io so anche quanto i cuori nobili e generosi amano fare del bene, io vi supplico dunque, o Beati abitanti del Cielo, io vi supplico di adottarmi per figlia, solo vostra sarà la gloria che voi mi farete acquistare ma degnatevi di esaudire la mia preghiera, essa è temeraria, lo so, tuttavia oso chiedervi di ottenermi: il vostro doppio amore”.

Gesù, io non posso approfondire la mia domanda, io temo di trovarmi schiacciata sotto il peso dei miei desi­deri audaci… La mia scusante, è che sono una bambina, i bambini non riflettono alla portata delle loro parole, tuttavia i loro genitori, quando sono messi sul tro­no, loro che possiedono immensi tesori, non esitano ad accontentare i desideri dei piccoli esseri che essi amano tanto quanto se stessi; per far loro piacere, essi fanno follie, vanno fino alla debolezza… Ebbene! io sono la Figlia della Chiesa, e la Chiesa è Regina poiché è tua Sposa, o Divino Re dei Re… Non sono le ricchezze e la Gloria, (neppure la Gloria del Cielo) che chiede il cuore del piccolo figlio… La gloria, egli capisce che appartiene di diritto ai suoi Fratelli, gli Angeli e i Santi… La gloria tutta sua sarà il riflesso di quella che si irradierà dalla fronte di sua Madre. Ciò che egli domanda è l’Amore… Egli non sa più che una cosa, amarti, o Gesù… Le opere clamorose gli sono interdette, egli non può predicare il Vangelo, versare il suo sangue… ma che importa, i suoi fratelli lavorano al suo posto, e lui, piccolo figlio, si tiene vicinissimo al trono del Re e della Regina, egli ama per i suoi fratelli che combattono… Ma come testimonierà il suo Amore, poiché l’Amore si prova con le opere? Ebbene, il piccolo figlio getterà fiori, profumerà con i suoi profumi il trono regale, canterà con la sua voce argentina il cantico dell’Amore…

Sì mio Amato, ecco come si consumerà la mia vita…

Io non ho altri mezzo di provarti il mio amore, che gettare fiori, cioè non lasciarmi sfuggire alcun piccolo sacrificio, alcuno sguardo, alcuna parola, approfittare di tutte le più piccole cose e farle per amore… Io voglio soffrire per amore e persino gioire per amore, così getterò fiori davanti al tuo trono; io non ne incontrerò neppure uno senza sfogliarlo per te… poi gettando i miei fiori, io canterò, (si potrebbe piangere facendo una cosa così gioiosa?) io canterò, persino quando mi toccherà cogliere i miei fiori in mezzo alle spine e il mio canto sarà tanto più melodioso quanto le spine saranno lunghe e pungenti.

Gesù, a che ti serviranno i miei fiori e i miei canti?… Ah! io lo so bene, questa pioggia profumata, questi petali fragili e senza alcun valore, questi canti d’amore del più piccolo dei cori ti incanteranno, sì, questi nulla ti faranno piacere, essi faranno sorridere la Chiesa Trionfante, essa raccoglierà i miei fiori sfogliati per amore e facendoli passare attraverso i tuoi Divini Meriti, o Gesù, questa Chiesa del Cielo, volendo giocare con il suo piccolo figlio, getterà, anch’essa, questi fiori avendo essi assunto grazie al tuo tocco divino un valore infinito, lei li getterà sulla Chiesa sofferente per spegnere le fiamme, lei li getterà sulla Chiesa combattente per farle riportare la vittoria!…

O mio Gesù! io ti amo, io amo la Chiesa mia Madre, io mi ricordo che: “il più piccolo movimento di puro amore le è più utile di tutte le altre opere messe insieme” ma il puro amore è davvero nel mio cuore?… I miei immensi desideri non sono essi un sogno, una follia?… Ah! se è così, Gesù, illuminami, tu lo sai, io cerco la verità… se i miei desideri sono temerari, falli sparire perché questi desideri sono per me il più grande dei martiri… Tuttavia io lo sento, o Gesù, dopo aver aspirato verso le regioni più alte dell’Amore, se bisogna che io non le raggiunga un giorno, io avrò gustato più dolcezza nel mio martirio, nella mia follia, di quanta non ne gusterei in seno alle gioie della patria, a meno che grazie ad un miracolo tu non mi tolga il ricordo delle mie speranze terrestri. Allora lasciami gioire durante il mio esilio delle delizie dell’amore… Lasciami assaporare le dolci amarezze del mio martirio…

Gesù, Gesù, se è così delizioso il desiderio di Amarti, che è dunque il possedere, il gioire dell’Amore?…

Come può un’anima così imperfetta come la mia aspirare a possedere la pienezza dell’Amore?… O Gesù! mio primo, mio solo Amico, tu che io amo unicamente, dim­mi che cosa è questo mistero?… Perché non riservi queste immense aspirazioni alle grandi anime, alle Aquile che planano nelle altezze?… Io mi considero come un debole uccellino coperto solamente di una leggera peluria; io non sono un’aquila, ne ho soltanto gli occhi e il cuore perché malgrado la mia piccolezza estrema io oso fissare il Sole Divino, il Sole dell’Amore e il mio cuore sente in sé tutte le aspirazioni dell’Aquila… L’uccellino vorrebbe volare verso quel Sole luminoso che affascina i suoi occhi, vorrebbe imitare le Aquile suoi fratelli che vede innalzarsi fino al focolare Divino della Trinità Santa… ahimè! tutto ciò che egli può fare, è di alzare le sue piccole ali, ma volare, ciò non è nella sua piccola capacità! Che gli succederà! morire di dolore vedendosi così impotente?… Oh no! l’uccellino non si addolorerà neppure. Con un audace abbandono, egli vuole restare a fissare il suo Divino Sole; nulla saprebbe scoraggiarlo, nè il vento nè la pioggia, e se oscure nuvole vengono a nascondere l’Astro d’Amore, l’uccellino non cambia posto, lui sa che al di là delle nuvole il suo Sole brilla sempre, che il suo fulgore non potrebbe eclissarsi un solo istante.

Talora è vero, il cuore dell’uccellino si trova assalito dalla tempesta, gli sembra di non credere che esista altra cosa che le nuvole che lo circondano; è allora il momento della gioia perfetta per il povero esserino debole. Che felicità per lui restare là lo stesso, fissare l’invisibile luce che si sottrae alla sua fede in Gesù, fino ad oggi, io capisco il tuo amore per l’uccellino, perché egli non si allontana da te… ma io lo so e anche tu lo sai, spesso, l’imperfetta creaturina pur restando al suo posto (cioè sotto i raggi del Sole), si lascia un po’ distrarre dalla sua unica occupazione, prende un piccolo granello a destra e a manca, corre dietro un vermiciattolo… poi incontrando una piccola pozza d’acqua si bagna le piu­me appena spuntate, vede un fiore che le piace, allora il suo piccolo spirito si occupa di quel fiore… finalmente non potendo volare come le aquile, il povero uccellino si occupa anche delle bagattelle della terra. Tuttavia dopo tutte le sue malefatte, invece di andarsi a nascondere in un angolo per piangere la sua miseria e morire di pentimento, l’uccellino si volge verso il suo Amato Sole, offre ai suoi raggi benefici le sue alucce bagnate, geme come la rondine e nel suo dolce canto confida, racconta in dettaglio le sue infedeltà, pensando nel suo temerario abbandono di acquistare così maggior dominio, di attirare più pienamente l’amore di Colui che non è venuto a chiamare i giusti ma i peccatori…. Se l’Astro Adorato resta sordo ai cinguettii lamentosi della sua piccola creatura, se resta velato… ebbene! la piccola crea­tura resta bagnata, accetta di essere trapassata dal freddo e si rallegra anche di questa sofferenza che tuttavia ha meritato… O Gesù! quanto il tuo uccellino è felice di essere debole e piccolo, cosa diverrebbe se fosse grande?… Mai avrebbe l’audacia di comparire alla tua presenza, di sonnecchiare davanti a te… Sì, anche quella è una debolezza dell’uccellino quando vuole fissare il Divino Sole e le nuvole gli impediscono di vedere un solo raggio, suo malgrado i suoi occhietti si chiudono, la sua testolina si nasconde sotto l’aluccia e il povero esserino si addormenta, credendo sempre di fissare il suo Astro Amato. Al suo risveglio, egli non si desola, il suo piccolo cuore resta in pace, ricomincia il suo ufficio d’amore, invoca gli Angeli e i Santi che si innalzano come Aquile verso la Fornace divorante, oggetto del suo desiderio e le Aquile prendendo pietà del loro fratellino, lo proteggono, lo difendono e mettono in fuga gli avvoltoi che vorrebbero divorarlo. Gli avvoltoi, immagine dei demoni, l’uccellino non li teme, non è destinato a diventare la loro preda, ma quella dell’Aquila che egli vede al centro del Sole d’Amore. O Verbo Divino, sei tu l’Aquila adorata che io amo e che mi attrai! sei tu che lanciandoti verso la terra d’esilio hai voluto soffrire e morire per attrarre le anime fino al seno dell’Eterno Focolare della Trinità Beata, sei tu che risalendo verso l’inaccessibile Luce che sarà ormai il tuo soggiorno, se il tu che resti ancora nella valle delle lacrime, nascosto sotto l’apparenza di una bianca ostia… Aquila Eterna, tu vuoi nutrirmi della tua divina sostanza, me, povero piccolo essere, che rientrerei nel nulla se il tuo divino sguardo non mi desse la vita ad ogni istante… O Gesù! lasciami nell’eccesso della mia riconoscenza, lasciami dirti che il tuo amore arriva fino alla follia… Come vuoi davanti a questa Follia, che il mio cuore non si slanci verso di te? Come la mia confidenza avrebbe dei confini. Ah! per te, io lo so, i Santi hanno fatto anche delle follie, essi hanno fatto grandi cose poiché erano aquile…

Gesù, io sono troppo piccola per fare grandi cose… e la mia follia tutta mia, è sperare che il tuo amore mi accetti come vittima… La mia follia consiste nel supplicare le Aquile miei fratelli, di ottenermi il favore di volare verso il Sole dell’Amore con le ali stesse dell’Aquila Divina.

Per tutto il tempo che tu lo vorrai, o mio Amato, il tuo uccellino resterà senza forze e senza ali, sempre resterà con gli occhi fissi su di te, egli vuole essere affascinato dal tuo sguardo divino, vuole diventare la preda del tuo Amore… Un giorno, io ne ho la speranza, Aquila Adorata, tu verrai a cercare il tuo uccellino, e risalendo con lui al Focolare dell’Amore, tu lo immergerai per l’eternità nell’Abisso bruciante di questo Amore cui egli si è offerto come vittima.

O Gesù! perché non posso dire a tutte le piccole anime quanto la tua condiscendenza è ineffabile… io sento che se per caso impossibile tu trovassi un’anima più debole, più piccola della mia, tu ti compiaceresti a colmarla di favori più grandi ancora, se essa si abbandonasse con una totale confidenza alla tua misericordia infinita. Ma perché desiderare di comunicare i tuoi segreti d’amore, o Gesù, non sei forse tu solo che me li hai insegnati e non puoi tu rivelarli ad altri?… Silo so e ti scongiuro di farlo, io ti supplico di abbassare il tuo sguardo divino su un grande numero di piccole anime… Io ti supplico di scegliere una legione di piccole vittime degne del tuo amore!…

La piccola Sr. Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo

Carm. sc. ind.


Manoscritto “C”

Manoscritto indirizzato alla Madre Maria di Gonzaga.

Giugno 1897

J.M.J.T.

Madre mia cara , mi ha testimoniato il desiderio che io finisca con lei di Cantare le Misericordie del Signore. Questo dolce canto, io lo avevo cominciato con la sua cara figlia, Agnese di Gesù, che fu la madre incaricata dal Buon Dio di guidarmi nei giorni della mia infanzia; era dunque con essa che io dovevo cantare le grazie accordate al fiorellino dalla S. Vergine, quando era nella primavera della sua vita, ma è con lei che io debbo cantare la felicità di questo fiorellino ora che i timidi raggi dell’aurora hanno lasciato il posto ai brucianti calori del mezzogiorno. Si è con lei, Madre cara, è per rispondere al suo desiderio che io proverò a ridire i sentimenti dell’anima mia, la mia riconoscenza verso il Buon Dio, verso lei che me lo rappresenta visibilmente; non è forse nelle sue mani materne che io mi sono abbandonata interamente a Lui? O Madre mia, lei ricorda quel giorno? …Se io sento che il suo cuore non potrebbe dimenticarlo… Per me io debbo attendere il bel Cielo, non trovando quaggiù parole capaci di tradurre quello che passa nel mio cuore in questo gior­no benedetto.

Madre amatissima, c’è un altro giorno in cui la mia anima si attaccò ancora di più alla sua se la cosa è possibile, fu quello in cui Gesù le impose di nuovo il fardello del priorato. In quel giorno, Madre mia cara, lei ha seminato nelle lacrime, ma in Cielo, lei sarà piena di gioia vedendosi carica di preziosi fasci di fiori, Madre mia, perdoni la mia semplicità infantile, io sento che lei mi permette di parlarle senza cercare ciò che ad una giovane suora è permesso dire alla sua Priora. Forse non mi manterrò sempre nei confini prescritti agli inferiori, ma Madre mia, oso dirlo, è colpa sua: io agisco con lei come una figlia perché lei non agisce con me da Priora ma da Madre…

Ah! io lo sento davvero, Madre cara, è il Buon Dio che mi parla sempre attraverso lei. Tante sorelle pensano che lei mi ha viziata, che dal mio ingresso nell’arca santa, io non ho ricevuto da lei che carezze e complimenti, tuttavia non è così; lei vedrà, Madre mia, nel quaderno che contiene i miei ricordi di infanzia, ciò che penso dell’educazione forte e materna che ho ricevuto da lei. Dal più profondo del mio cuore io la ringrazio di non avermi trattata con riguardo. Gesù sapeva bene che serviva al suo piccolo fiore l’acqua vivificante dell’umiliazione, esso era troppo debole per mettere radici senza quel soccorso, ed è attraverso di lei, Madre mia, che questo beneficio gli è stato dispensato.

Da un anno e mezzo, Gesù ha voluto cambiare il modo di far sbocciare il suo piccolo fiore, egli lo trovava senza dubbio abbastanza innaffiato, perché ora è il sole che lo fa crescere. Gesù non vuole per lui che il suo sorriso che Egli gli offre ancora attraverso lei, Madre mia amata. Questo dolce sole lungi dal far appassire il piccolo fiore lo fa crescere meravigliosamente, nel fondo del suo calice esso conserva le preziose gocce di rugiada che ha ricevuto e quelle gocce gli richiamano sempre il fatto che è piccolo e debole… Tutte le creature possono chinarsi verso di lui, ammirarlo, sommergerlo con le loro lodi, io non so perché ma la cosa non potrebbe aggiungere una sola goccia di falsa gioia alla vera gioia che esso assapora nel suo cuore, vedendosi tale quale è agli occhi del Buon Dio: un povero piccolo niente, nulla di più… Io dico di non capire perché, ma non è forse perché esso è stato preservato dall’acqua delle lodi per tutto il tempo in cui il suo piccolo calice non era abbastanza pieno della rugiada dell’umiliazione? Ora non c è più pericolo, al contrario, il piccolo fiore trova così deliziosa la rugiada di cui è pieno che si guarderebbe bene dal cambiarla con l’acqua così insipida dei complimenti.

Io non voglio parlare, Madre mia cara, dell’amore e della confidenza che lei mi testimonia, non creda che il cuore della sua figlia sia insensibile ad essi, soltanto sento davvero che ora non ho nulla da temere, al contrario posso gioirne, attribuendo al Buon Dio ciò che di bene Egli ha voluto mettere in me. Se gli piace di farmi apparire migliore di quanto io non sono, la cosa non mi riguarda, Lui è libero di agire come vuole… O Madre mia, quanto sono differenti le vie per cui il Signore conduce le anime! Nella vita dei Santi, noi vediamo che se ne trovano tanti che non hanno voluto lasciare nulla dopo la loro morte, neppure il più piccolo ricordo, il più piccolo scritto. Ce ne sono altri al contrario, come la nostra Madre S. Teresa, che hanno arricchito la Chiesa delle loro sublimi rivelazioni non avendo paura di rivelare i segreti del Re, perché Egli fosse più conosciuto, più amato dalle anime. Quale di questi due generi di santi piace di più al Buon Dio? Mi pare, Madre mia, che essi gli sono ugualmente graditi, poiché tutti hanno seguito il movimento dello Spirito Santo e il Signore ha detto: Dite al giusto che tutto è bene. SI tutto è bene, quando non si ricerca altro che la volontà di Gesù, è per questo che io, povero piccolo fiore, obbedisco a Gesù cercando di fare piacere alla mia Madre amata.

Lei lo sa, Madre mia, io ho sempre desiderato di essere una santa, ma ohimè! ho sempre constatato, quando mi sono paragonata ai santi, che c’è tra loro e me la stessa differenza che esiste tra una montagna la cui cima si perde nei cieli e il granello di sabbia oscuro calpestato sotto i piedi dei passanti; invece di scoraggiarmi, io mi sono detta: il Buon Dio non potrebbe ispirarmi desideri irrealizzabili, io posso dunque malgrado la mia piccolezza aspirare alla santità; farmi più grande, è impossibile, io debbo sopportarmi tale quale sono con tutte le mie imperfezioni; ma io voglio cercare il mezzo di andare in Cielo per una piccola via molto dritta, molto corta, una piccola via tutta nuova. Noi siamo in un secolo di invenzioni, ora non è più necessaria la fatica di salire i gradini di una scala, a casa dei ricchi un ascensore li sostituisce con vantaggio. Io vorrei anche per me trovare un ascensore per innalzarmi fino a Gesù, perché sono troppo piccola per salire la rude scala della perfezione. Allora ho cercato nei libri santi l’indicazione dell’ascensore, oggetto del mio desiderio ed io ho letto queste parole uscite dalla bocca della Sapienza Eterna:

Se qualcuno è piccolissimo, che venga a me . Allora io sono venuta, presagendo che avevo trovato quello che cercavo e volendo sapere, o mio Dio! quello che tu avresti fatto al piccolissimo che avrebbe risposto alla tua chiamata, ho continuato le mie ricerche ed ecco quello che ho trovato: – Come una madre accarezza suo figlio, così io vi consolerà, io vi porterò sul mio grembo e vi cullerò sulle mie ginocchia! Ah! mai parole più tenere, più melodiose, sono mai venute a rallegrare l’anima mia, l’ascensore che deve innalzarmi fino al Cielo, sono le tue braccia, o Gesù! Per questo io non ho bisogno di diventare grande, al contrario bisogna che io resti piccola, che io lo diventi sempre di più. O mio Dio, tu hai sorpassato la mia attesa e io voglio cantare le tue misericordie. “Tu mi hai istruito dalla mia giovinezza e fino al presente ho annunciato le tue meraviglie, io continuerà a renderle pubbliche nell’età più avanzata. Sal 70.” Quale sarà per me questa età avanzata? Mi pare che potrebbe essere adesso, perché 2000 anni non sono di più agli occhi del Signore di 20 anni… di un solo giorno. Ah! non creda, Madre amata, che la sua figliola desideri lasciarla… non creda che lei stimi come una grazia più grande morire all’aurora piuttosto che al tramonto del giorno. Ciò che lei stima, ciò che lei desidera unicamente, è di fare piacere a Gesù… Ora che Egli pare avvicinarsi a lei per attirarla nel soggiorno della sua gloria, la sua figliola si rallegra. Da tanto tempo ha compreso che il Buon Dio non ha bisogno di nessuno (e ancora meno di lei che di altri) per fare del bene sulla terra.

Madre mia, mi perdoni se la rattristo… ah! io vorrei tanto rallegrarla… ma crede lei che se le sue preghiere non sono esaudite sulla terra, se Gesù per qualche giorno separa la figlia da sua Madre, quelle preghiere non lo saranno in Cielo?…

il suo desiderio è, lo so, che io compia presso di lei una missione molto dolce, molto facile ; questa mis­sione non potrei io completarla dall’alto dei Cieli?… Come Gesù disse un giorno a San Pietro, lei ha detto alla sua figliola: “Pasci i miei agnelli” e io mi sono meravigliata, io le ho detto di “essere troppo piccola”… io la ho supplicata di fare Lei stessa pascere i suoi agnellini e di riservarmi, di farmi pascere per grazia con essi. E lei, Madre mia amata, rispondendo un po’ al mio giusto desiderio, lei ha conservato gli agnellini con le pecore, ma comandandomi di andare spesso a farli pascere all’ombra, di indicare loro le erbe migliori e più fortificanti, di mostrare loro i fiori brillanti che non debbono mai toccare se non per schiacciarli sotto i loro passi… Lei non ha temuto, Madre mia cara, che io porti fuori strada i suoi agnellini; la mia inesperienza, la mia giovinezza non l’hanno minimamente spaventata, forse lei si è ricordata che spesso il Signore si compiace nell’accordare la sapienza ai piccoli e che un giorno, in un trasporto di gioia, Egli ha benedetto suo Padre per aver nascosto i suoi segreti ai prudenti e per averli rivelati ai più piccoli  Madre mia, lei lo sa, sono molto rare le anime che non misurano la potenza divina sui loro corti pensieri, si vede bene che dappertutto sulla terra ci sono eccezioni, solo il Buon Dio non ha il dirit­to di farne! Da moltissimo tempo, lo so, questo modo di  misurare l’esperienza dall’età è praticato tra gli esseri umani, perché, nella sua adolescenza, il Santo re Davide cantava al Signore: – “Io sono giovane e disprezzato” Nello stesso salmo 118, ègli non teme tuttavia di dire: – “Io sono diventato più prudente dei vegliardi:

perché ho cercato la tua volontà… la tua parola è la lampada che rischiara i miei passi… Io sono pronto a compiere i tuoi ordini e io non sono turbato da nulla…”. Madre amatissima, lei non ha avuto paura di dirmi un giorno che il Buon Dio illuminava l’anima mia, che Egli mi dava persino l’esperienza degli anni… O Madre mia! io sono troppo piccola per avere della vanità ora, io sono troppo piccola anche per far girare delle belle frasi per farle credere che ho molta umiltà, preferisco convenire molto semplicemente sul fatto che l’Onnipotente ha fatto grandi cose nell’anima della figlia della sua divina Madre, e la più grande è quella di averle mostrato la sua piccolezza, la sua impotenza. Madre cara, lei lo sa bene, il Buon Dio si è degnato di far passare la mia anima per tante specie di prove; io ho molto sofferto da quando sono sulla terra, ma se nella mia infanzia ho sofferto con tristezza, non è più così che soffro ora, è nella gioia e nella pace, io sono veramente felice di soffrire. O Madre mia, bisogna che lei conosca tutti i segreti dell’anima mia per non sorridere leggendo queste righe, perché c’è forse un’anima meno provata della mia se la si giudica dalle apparenze? Ah! se la prova che soffro da un anno apparisse agli sguardi, che sbalordimento!…

Madre amatissima, lei la conosce questa prova; lo tuttavia gliene parlerò ancora, perché la considero come una grande grazia che ho ricevuta sotto il suo Priorato benedetto.

l’anno scorso, il Buon Dio mi ha accordato la consolazione di osservare il digiuno della quaresima in tutto il suo rigore; mai io non mi ero sentita così forte, e questa forza si mantenne fino a Pasqua. Tuttavia il giorno del Venerdì santo, Gesù volle darmi la speranza di andare presto a vederlo in Cielo… Oh! quanto è dolce per me questo ricordo!… Dopo essere rimasta al Sepolcro fino a mezzanotte, rientrai nella nostra cella, ma avevo avuto appena il tempo di posare il capo sul cuscino che sentii come un fiotto di sangue che saliva, saliva gorgogliando fino alle mie labbra. Io non sapevo cosa era, ma pensai che forse stavo per morire e la mia anima era inondata di gioia… Tuttavia poiché la nostra lampada era spenta, io mi dissi che occorreva aspettare la mattina per assicurarmi della mia felicità, perché mi pareva fosse sangue quello che avevo vomitato. La mattina non si fece aspettare molto, svegliandomi, io pensai immediatamente che avevo da imparare qualcosa di lieto e avvicinandomi alla finestra potei constatare che non mi ero sbagliata… Ah! l’anima mia fu riempita di una grande consolazione, ero intimamente persuasa che Gesù nel giorno anniversario della sua morte voleva farmi sentire una prima chiamata. Era come un dolce e lontano mormorio che mi annunciava l’arrivo dello Sposo…

Fu con grandissimo fervore che assistei a Prima e al capitolo dei perdoni. Avevo fretta di vedere arrivare il mio turno per poterle confidare, chiedendole il perdono, Madre amatissima, la mia speranza e la mia felicità; ma io aggiunsi che non soffrivo per niente (ciò che era verissimo) e la pregai, Madre mia, di non darmi nulla di particolare. In realtà ebbi la consolazione di passare la giornata del Venerdì Santo come lo desideravo. Mai le austerità del Carmelo mi erano parse così deliziose, la speranza di andare in Cielo mi si portava via dalla gioia. Arrivata la sera di quel giorno beato, fu necessario andare a riposare, ma come la notte precedente, Gesù mi dette lo stesso segno che il mio ingresso nell’Eterna vita non era lontano… Io gioivo allora di una fede così viva, così chiara, che il pensiero del Cielo faceva tutta la mia felicità, io non potevo credere che ci fossero degli empi che non hanno la fede. Credevo che parlassero contro il loro pensiero negando l’esistenza del Cielo, del bel Cielo dove Dio stesso vorrebbe essere la loro eterna ricompensa. Nei giorni così pieni di gioia del tempo pasquale Gesù mi ha fatto sentire che ci sono davvero anime che non hanno la fede, che per abuso delle grazie perdono questo prezioso tesoro, sorgente delle sole gioie pure e veraci. Egli permise che l’anima mia fosse invasa dalle più spesse tenebre e che il pensiero del Cielo così dolce per me non fosse più che occasione di combattimento e di tormento… Questa prova non doveva durare qualche giorno, qualche settima­na, doveva estinguersi solo all’ora segnata dal Buon Dio e… quell’ora non è ancora venuta… Io vorrei poter esprimere quello che sento, ma ohimè! Io credo che sia impossibile. Bisogna aver viaggiato sotto questo oscuro tunnel per capirne l’oscurità. ‘Cercherò tuttavia di spiegarla con un paragone.

Suppongo di esser nata in un paese circondato da una spessa nebbia, mai ho contemplato il ridente volto della natura, inondata, trasfigurata dal sole luminoso; dalla mia infanzia è vero, sento parlare di queste meraviglie, io so che il paese dove sono non è la mia patria, che ce n’è un altro verso cui debbo senza posa aspirare. Questa non è una storia inventata da un abitante del triste paese dove sono, è una realtà certa perché il Re della patria dal sole luminoso è venuto a vivere per 33 anni nel paese delle tenebre; ahimè! le tenebre non hanno proprio capito che quel Divino Re era la luce del mondo… Ma Signore, la tua figlia l’ha capita la tua divina luce, lei ti domanda perdono per i suoi fratelli, lei accetta di mangiare il pane del dolore e non vuole assolutamente alzarsi da questa tavola piena di amarezza dove mangiano i poveri peccatori prima del giorno che tu hai segnato… Ma ugualmente lei non può (che) dire a nome suo, a nome dei suoi fratelli: Abbi pietà di noi Signore, perché siamo poveri peccatori!!… Oh! Signore, rimandaci indietro giustificati… Che tutti coloro che non sono per nulla rischiarati dalla luminosa fiaccola della Fede la vedano brillare finalmente… o Gesù, se è necessario che la tavola insozzata da essi sia purificata da un’anima che ti ama, io voglio proprio mangiarci da sola il pane della prova fino a quando ti piaccia introdurmi nel tuo luminoso regno. La sola grazia che ti domando è di non offenderti mai!’

Madre amatissima, ciò che le ho scritto è senza connessione; la mia piccola storia che somigliava ad un racconto della fata si è di colpo cambiata in preghiera, io non so quale interesse lei possa trovare nel leggere tutti questi pensieri confusi e mal espressi. Finalmente Madre mia, io non scrivo per fare un’opera letteraria ma per obbedienza, se l’annoio, almeno lei vedrà che sua figlia ha dato prova di buona volontà. Continuerò, dunque, senza scoraggiarmi il mio piccolo paragone, al punto in cui l’avevo lasciato. Dicevo che la certezza di andare un giorno lontano dal paese triste e tenebroso mi era stata data dalla mia fanciullezza; non solo io credevo come sentivo dire alle persone più sapienti di me, ma ancora io sentivo in fondo al mio cuore delle aspirazioni verso una regione più bella. Allo stesso modo in cui il genio di Cristoforo Colombo gli fece presentire che esisteva un nuovo mondo, mentre nessuno ci aveva pensato, così io sentivo che un’altra terra mi sarebbe servita un giorno da dimora definitiva. Ma di colpo le nebbie che mi circondano diventano più spesse, esse penetrano nell’anima mia e la avvolgono in modo tale che non mi è più possibile ritrovare in essa l’immagine così dolce della mia Patria, tutto è sparito! Quando voglio riposare il mio cuore stanco delle tenebre che lo circondano, con il ricordo del paese luminoso verso cui aspiro, il mio tormento raddoppia; mi sembra che le tenebre, facendo propria la voce dei peccatori, mi dicono facendosi scherno di me: “- Tu sogni la luce, una patria odorosa dei più soavi profumi, tu sogni il possesso eterno del Creatore di tutte queste meraviglie, tu credi di uscire un giorno dalle nebbie che ti circondano! Avanza, avanza, rallegrati della morte che ti darà, non ciò che tu speri, ma una notte più profonda ancora, la notte del nulla”.

Madre amatissima, l’immagine che ho voluto darle delle tenebre che oscurano l’anima mia è tanto imperfetta quanto un abbozzo paragonato al modello; tuttavia io non voglio scriverne più a lungo, avrei paura di bestemmiare… ho paura persino di averne già detto troppo…

Ah! Che Gesù mi perdoni se Gli ho dato dolore, ma Egli sa bene che pur non avendo la gioia sentita della Fede, io cerco almeno di praticarne le opere. Credo di aver fatto più atti di fede da un anno in qua che durante tutta la mia vita. Ad ogni nuova occasione di combattimento, quando il mio nemico viene a provocarmi, io mi comporto da valorosa, sapendo che è una viltà battersi in duello, io volto la schiena al mio avversario senza neppure degnarmi di guardarlo in faccia; ma corro verso il mio Gesù, io Gli dico di essere pronta a versare fino all’ultima goccia del mio sangue per confessare che c’è un Cielo. Io Gli dico che sono felice di non gioire di questo bel Cielo sulla terra perché Egli lo apra per l’eternità ai poveri increduli. Così malgrado questa prova che mi toglie ogni sentimento di gioia, io posso tuttavia esclamare: – “Signore, tu mi colmi di gioia con tutto quello che fai” (Sal. XCI). Perché c’è forse una gioia più grande di quella di soffrire per tuo amore?… Più la sofferenza è intima, meno essa compare agli occhi delle creature, più essa ti dà gioia, o mio Dio! Ma se per un caso impossibile tu stesso dovessi ignorare la mia sofferenza, io sarei ancora felice di possederla se per mezzo di essa io potessi impedire o riparare un solo peccato commesso contro la Fede…

Madre amatissima, le parrò forse esagerare la mia prova, in realtà se lei giudicasse secondo i sentimenti che esprimo nelle poesie che ho composto quest’anno, debbo sembrarle un’anima piena di consolazioni e per la quale il velo della fede si è come strappato, e tuttavia… non è più un velo per me, è un muro che si innalza fino ai cieli e copre il firmamento stellato… Quando io canto la felicità del Cielo, l’eterno possesso di Dio, io non ne sento alcuna gioia, perché canto soltanto quello che io voglio credere. Talora è vero, un piccolissimo raggio di sole viene a illuminare le mie tenebre, allora la prova smette un istante, ma in seguito il ricordo di questo raggio invece di provocarmi gioia rende le mie tenebre ancora più spesse.

O Madre mia, mai io ho sentito così bene che il Signore è dolce e misericordioso, egli non mi ha mandato questa prova che nel momento in cui ho avuto la forza di sopportarla, prima credo davvero che essa mi avrebbe immersa nello scoraggiamento… Ora essa toglie tutto ciò che avrebbe potuto trovarsi di soddisfazione naturale nel desiderio che avevo del Cielo… Madre amatissima, mi pare ora che nulla mi impedisca di andarmene, perché non ho più grandi desideri se non quello di amare fino a morire d’amore… (9 giugno)

Madre mia cara, io sono tutta sbalordita vedendo quello che le ho scritto ieri, che scarabocchio!… la mia mano tremava in modo tale che mi è stato impossibile continuare e ora mi spiace persino di aver cercato di scrivere, spero che oggi lo farò più leggibilmente, perché non sono più nel letto ma in una bella poltroncina tutta bianca.

O Madre mia, io sento davvero che tutto quello che le dico non ha continuità, ma sento anche il bisogno prima di parlarle del passato di dirle i miei sentimenti presenti, più tardi forse ne avrò perduto il ricordo. Io voglio prima di tutto dirle come sono commossa da tutte le sue delicatezze materne, ah! lo creda, Madre amatissima, il cuore di sua figlia è pieno di riconoscenza, mai essa dimenticherà tutto ciò che le deve…

Madre mia, ciò che al di sopra di tutto mi commuove, è la novena che lei fa a N.S. delle Vittorie, sono le messe che lei fa dire per ottenere la mia guarigione. Io sento che tutti questi tesori spirituali fanno un gran bene all’anima mia; all’inizio della novena, io le dicevo, Madre mia, che bisognava che la S. Vergine mi guarisse oppure che essa mi si portasse nei Cieli, perché trovavo molto triste per lei e per la comunità d’avere il peso di una giovane suora ammalata; ora voglio davvero essere ammalata tutta la mia vita se la cosa fa piacere al buon Dio e io consento persino al fatto che la mia vita sia lunghissima, la sola grazia che desidero, è che essa sia spezzata dall’amore.

Oh! no, io non ho paura di una lunga vita, io non rifiuto il combattimento perché il Signore è la roccia su cui sono innalzata, colui che guida le mie mani alla battaglia e le mie dita alla guerra. Egli è il mio scudo, io spero in Lui – Sal. CXL111 – così mai ho chiesto al buon Dio di morire giovane, è vero che ho sempre sperato che questa fosse la sua volontà. Spesso il Signore si accontenta del desiderio di lavorare per la sua gloria e lei sa, Madre mia, che i miei desideri sono grandissimi. Lei sa anche che Gesù mi ha presentato più di un calice amaro che egli ha (poi) allontanato dalle mie labbra prima che io lo bevessi, ma non prima di avermene fatto assaporare l’amarezza. Madre amatissima, il Santo re David aveva ragione quando cantava: Quanto è buono, quanto è dolce ai fratelli di abitare insieme in una perfetta unione. È vero, io l’ho sentito molto spesso, ma è in mezzo ai sacrifici che questa unione deve verificarsi sulla terra. Non è davvero per vivere con le mie sorelle che io sono venuta al Carmelo, è unicamente per rispondere alla chiamata di Gesù; ah! io presentivo davvero che doveva essere una causa di sofferenza continua il vivere con le proprie sorelle, quando non si vuole concedere nulla alla natura.

Come si può dire che è più perfetto allontanarsi dai suoi?… Si è mai rimproverato a dei fratelli di combattere sullo stesso campo di battaglia, li si è rimproverati di volare insieme per cogliere la palma del martirio  Senza dubbio, si è giudicato con ragione che essi si incoraggiavano a vicenda, ma anche che il martirio di ognuno diventava quello di tutti. Così è anche nella vita religiosa, che i teologi chiamano un martirio. – Donandosi a Dio il cuore non perde la sua tenerezza naturale, quella tenerezza al contrario cresce diventando più pura e più divina.

Madre amatissima, è con questa tenerezza che io l’amo, che io amo le mie sorelle; io sono felice di combattere in famiglia per la gloria del Re dei Cieli, ma sono pronta anche a volare su un altro campo di battaglia se il Divino me ne esprimesse il desiderio. Non sarebbe necessario un comando ma uno sguardo, un semplice segnale.

Dopo il mio ingresso nell’arca benedetta, ho sempre pensato che se Gesù non mi si portava prestissimo in Cielo, la sorte della piccola colomba di Noè sarebbe stata la mia; che un giorno il Signore avrebbe aperto la finestra dell’arca e mi avrebbe detto di volare lontanissimo, proprio lontano, verso rive infedeli, portando con me il piccolo ramoscello d’olivo. Madre mia, questo pensiero ha fatto crescere l’anima mia, mi ha fatto volare più in alto di tutto il creato. Io ho capito che persino al Carmelo potevano esserci ancora separazioni, che soltanto in Cielo l’unione sarà completa ed eterna; allora ho voluto che l’anima mia abitasse nei Cieli, che essa non guardasse le cose della terra che da lontano. Ho accettato non solo di esiliarmi in mezzo ad un popolo sconosciuto, ma ciò che mi era molto più amaro, ho accettato l’esilio per le mie sorelle. Mai dimenticherò il 2 Agosto 1896, quel giorno preciso in cui partirono i missionari, fu discussa seriamente la partenza di Madre Agnese di Gesù. Ah! io non avrei voluto fare neppure un cenno per impedirle di partire; e tuttavia sentivo una grande tristezza nel mio cuore, io trovavo che il suo animo così sensibile, così delicato non era fatto per vivere in mezzo ad anime che non la potevano comprendere, mille altri pensieri si accalcavano in massa nel mio spirito e Gesù taceva, egli non comandava alla tempesta… E io gli dicevo: Mio Dio, per tuo amore accetto tutto; se lo vuoi, io voglio davvero soffre fino a morire di dolore. Gesù si contentò dell’accettazione, ma qualche mese dopo, si parlò della partenza di Suor Geneviève e di Suor Maria della Trinità; allora fu un altro genere di sofferenza, davvero intima, davvero profonda, io mi immaginavo tutte le prove, le delusioni che esse avrebbero dovuto sopportare, infine il mio cielo era carico di nuvole, solo il fondo del mio cuore restava nella calma e nella pace. Madre mia amatissima, la sua prudenza seppe scoprire la volontà del Buon Dio e da parte sua ha proibito alle sue novizie di pensare ora a lasciare la culla della loro fanciullezza religiosa; ma le loro aspirazioni, lei le capiva perché lei stessa, Madre mia, aveva chiesto nella sua gioventù di andare a Saigon, è così che i desideri delle madri trovano un’eco nell’anima dei loro figli. O Madre mia cara, il suo desiderio apostolico trova nell’anima mia, lei lo sa, un’eco molto fedele; mi lasci confidarle perché ho desiderato e desidero ancora, se la S. Vergine mi guarisce, lasciare per una terra straniera la deliziosa oasi dove vivo così felice sotto il suo sguardo materno.

Per vivere nei carmeli stranieri occorre, Madre mia, (me l’ha detto lei), una vocazione tutta speciale, molte anime vi si credono chiamate senza esserlo davvero, lei mi ha anche detto che io avevo questa vocazione e che la mia salute sola era un ostacolo, io so bene che questo ostacolo sparirebbe se il Buon Dio mi chiamasse lon­tano, così vivo senza alcuna inquietudine. Se un giorno occorresse lasciare il mio caro Carmelo, ah! la cosa non sarebbe senza ferita, Gesù non mi ha dato un cuore insensibile ed è proprio perché esso è capace di soffrire che io desidero che dia a Gesù tutto ciò che può dare. Qui, Madre amatissima, io vivo senza alcun imbarazzo delle cure della miserabile terra, io non ho che da compiere la dolce e facile missione che lei mi ha affidato. Qui io sono colma delle sue premure materne, io non sento la povertà non avendo mai mancato di niente . Ma soprattutto, qui io sono amata, da lei e da tutte le sorelle, e questo affetto è per me davvero dolce. Ecco perché io sogno un monastero dove io sarei sconosciuta, dove dovrei sopportare la povertà, la mancanza d’affetto, infine l’esilio del cuore.

Ah! non è con l’intenzione di rendere dei servizi al Carmelo che vorrebbe accogliermi, che io lascerei tutto ciò che mi è caro; senza dubbio, io farei tutto quello che dipenderebbe da me, ma conosco la mia incapacità e so che facendo del mio meglio non arriverei a fare bene, non avendo come dicevo or ora alcuna conoscenza delle cose della terra. il mio solo fine sarebbe dunque di compiere la volontà del buon Dio, di sacrificarmi per Lui nel modo che gli farebbe piacere.

Io sento proprio che non avrei alcuna delusione, perché quando ci si aspetta una sofferenza pura e senza alcun’altra cosa, la più piccola gioia diventa una sorpresa insperata; e poi lei lo sa, Madre mia, la sofferenza stessa diventa la più grande delle gioie quando la si cerca come il più prezioso dei tesori.

Oh no! non è con l’intenzione di gioire del frutto dei miei lavori che vorrei partire, se fosse là il mio scopo io non sentirei questa dolce pace che m’inonda e soffrirei anche di non poter realizzare la mia vocazione per le missioni lontane. Da tanto tempo io non mi appartengo più, io sono offerta totalmente a Gesù, Egli è dunque libero di fare di me quello che gli piacerà. Egli mi ha dato l’attrazione di un esilio completo, Egli mi ha fatto comprendere tutte le sofferenze che io vi avrei incontrato, chiedendomi se io volevo bere quel calice fino al fondo; subito io ho voluto prendere questo calice che Gesù mi presentava, ma Lui, ritirando la mano, mi fece capire che l’accettazione Lo accontentava.

O Madre mia, da quali inquietudini ci si libera facendo voto di obbedienza! Quanto sono felici le suore semplici! La loro unica bussola essendo la volontà dei superiori, esse sono sempre assicurate di essere nel cammino giusto, esse non hanno mai a temere di sbagliarsi anche se sembra sicuro che i superiori si sbagliano. Ma quando si smette di guardare la bussola infallibile, quan­do si va fuori della via che essa indica di seguire con il pretesto di fare la volontà di Dio che non illumina bene coloro che tuttavia tengono il suo posto, presto l’anima va fuori strada su sentieri aridi in cui l’acqua della grazia le manca subito.

Madre amatissima, lei è la bussola che Gesù mi ha dato per condurmi sicuramente alla riva eterna. Quanto è dolce per me fissare su di lei il mio sguardo e di conseguenza compiere la volontà del Signore! Dopo che Egli ha permesso che io soffra tentazioni contro la fede, Egli ha (anche) aumentato di molto nel mio cuore lo spirito di fede che mi fa vedere in lei, non soltanto una Madre che mi ama e che io amo, ma soprattutto che mi fa vedere Gesù che vive nella sua anima e mi comunica attraverso lei la sua volontà. Io so bene, Madre mia, che lei mi tratta da anima debole, da bambina viziata, così non faccio fatica a portare il fardello dell’obbedienza, ma mi pare, da quello che sento in fondo al mio cuore, che non cambierei comportamento e che il mio amore per lei non diminuirebbe se le piacesse di trattarmi severamente, perché io vedrei allo stesso modo che è la volontà di Gesù che lei agisca così per il maggior bene dell’anima mia.

Quest’anno, Madre mia cara, il buon Dio mi ha fatto la grazia di capire cosa è la carità; prima lo capivo, è vero, ma m un modo imperfetto, io non avevo approfondito questa parola di Gesù: “il secondo comandamento è simile al primo: Tu amerai il tuo prossimo come te stesso” . Io mi applicavo soprattutto ad amare Dio ed è amandolo che ho capito che non bisognava che il mio amore si traducesse soltanto in parole, perché: “Non sono coloro che dicono: Signore, Signore! che entreranno nel regno dei Cieli, ma coloro che fanno la volontà di Dio” Questa volontà, Gesù l’ha fatta conoscere parecchie volte, io dovrei dire quasi ad ogni pagina del suo Vangelo; ma all’ultima cena, quando Egli sa che il cuore dei suoi discepoli brucia di un più ardente amore per lui che si è appena dato ad essi, nell’ineffabile mistero della sua Eucarestia, questo dolce Salvatore vuole donare loro un comandamento nuovo. Egli dice loro con ineffabile tenerezza: Io vi faccio un comando nuovo, è di amarvi a vicenda, e che come io ho amato voi, voi vi amiate gli uni gli altri. Il segno da cui tutti conosceranno che voi siete miei discepoli, è se voi vi amate a vicenda.

Come ha amato Gesù i suoi discepoli e perché li ha amati? Ml! non erano certo le loro qualità naturali che potevano attirarlo, c’era tra loro e Lui una distanza infinita. Egli era la scienza, la Sapienza Eterna, essi erano dei poveri peccatori, ignoranti e pieni di pensieri terreni. Tuttavia Gesù li chiama suoi amici, suoi fratelli. Egli vuole vederli regnare con Lui nel regno del Padre suo e per aprir loro quel regno Egli vuole morire su una croce perché Egli ha detto: Non ce più grande amore che quello di donare la propria vita per quelli che si amano.

Madre amatissima, meditando queste parole di Gesù, ho compreso quanto il mio amore per le mie sorelle era imperfetto, ho visto che io non le amavo come il Buon Dio le ama. Ah! comprendo ora che la carità perfetta consiste nel sopportare i difetti degli altri, nel non me­ravigliarsi per niente delle loro debolezze, nell’edificarsi si dei più piccoli atti di virtù che si vedono praticare da essi, ma soprattutto ho compreso che la carità non deve assolutamente restare chiusa in fondo al cuore: Nessuno, ha detto Gesù, accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma la si mette sul candelabro, perché rischiari tutti quelli che sono nella casa. Mi pare che questa lucerna rappresenti la carità che deve illuminare, rallegrare, non soltanto quelli che mi sono i più cari, ma tutti quelli che sono nella casa, senza eccezione di nessuno.

Quando il Signore aveva ordinato al suo popolo di amare il suo prossimo come se stesso, Egli non era ancora venuto sulla terra; così sapendo bene quanto ciascuno ami la sua persona, Egli non poteva chiedere alle sue creature un amore più grande per il prossimo. Ma quando Gesù ha fatto ai suoi apostoli un comando nuovo, il suo comandamento proprio , come Egli dice più avanti, non è più di amare il prossimo come se stessi che Egli parla ma di amarlo come Lui, Gesù, lo ha amato, come Egli lo amerà fino alla consumazione dei secoli…

Ah! Signore, io so che tu non comandi niente di impossibile, tu conosci meglio di me la mia debolezza, la mia imperfezione, tu sai bene che mai io non potrei amare le mie sorelle come tu le ami, se tu stesso, o mio Gesù non le amassi anche in me. È perché tu volevi accordarmi questa grazia che tu hai fatto un comandamento nuovo. – Oh! quanto lo amo perché esso mi dà la sicurezza che la tua volontà è di amare in me tutti quelli che tu mi comandi di amare!…

Silo sento, quando sono caritatevole, è Gesù solo che agisce in me; più io sono unita a Lui, più anche amo tutte le mie sorelle. Quando io voglio far crescere in me questo amore, quando soprattutto il demonio cerca di mettermi davanti agli occhi dell’anima i difetti di questa o quella sorella che mi è meno simpatica, io mi affretto a ricercare le sue virtù, i suoi buoni desideri, io mi dico che se l’ho vista cadere una volta lei può davvero aver riportato un gran numero di vittorie che nasconde per umiltà, e che anche ciò che mi appariva una colpa può davvero essere per l’intenzione un atto di virtù. Io non faccio fatica a persuadermene, perché ho fatto un giorno una piccola esperienza che mi ha provato che non bisogna mai giudicare. – Era durante una ricreazione, la portinaia suona due colpi, occorreva aprire la grande porta degli operai per far entrare degli alberi destinati al presepio. La ricreazione non era allegra, perché lei non c’era, Madre mia cara, e così pensai che se mi mandavano a servire da terza , ne sarei stata molto contenta; giustamente la madre Sotto priora mi disse di andare al servizio, oppure lo avrebbe fatto la suora che era al mio fianco; subito cominciai a togliermi il nostro grembiule, ma abbastanza lentamente per far si che la mia compagna se lo togliesse prima di me, perché pen­savo di farle piacere lasciandole fare da terza. La suora che era al posto dell’economa ci guardava ridendo e vedendo che mi ero alzata per ultima, mi disse: “Ah! avevo pensato proprio che non sarebbe stata lei che andava a guadagnarsi una perla per la sua corona. lei andava troppo lentamente…”.

Sicurissimamente tutta la comunità pensò che io avessi agito per natura e io non saprei dire quanto una cosa così piccola mi fece del bene all’anima e mi rese indulgente per le debolezze degli altri. Questo mi impedisce anche di essere vanitosa quando sono giudicata favorevolmente perché mi dico così: Poiché si prendono i miei piccoli atti di virtù per imperfezioni, ci si può altrettanto bene sbagliare prendendo per virtù ciò che non è che imperfezione. Allora dico con S. Paolo: Io mi preoccupo davvero poco di essere giudicato da qualche tribunale umano. Io non mi giudico neppure da me stesso, Colui che mi giudica è il Signore. Così per rendermi favorevole questo giudizio, o piuttosto per non essere per niente giudicata, io voglio sempre avere dei pensieri caritatevoli perché Gesù ha detto: Non giudicate e non sarete giudicati.

Madre mia, leggendo quello che ho appena scritto, lei potrebbe credere che la pratica della carità non mi è difficile. È vero, da qualche mese non ho più da combattere per praticare questa bella virtù; io non voglio dire con ciò che non mi capita mai di fare dei peccati, ah! sono troppo imperfetta per questo, ma non faccio tanta fatica a rialzarmi quando sono caduta perché in alcune battaglie ho riportato vittoria; così adesso la milizia celeste mi viene in aiuto, non potendo sopportare di vedermi vinta dopo essere stata vittoriosa nella gloriosa guerra che sto cercando di descrivere.

C’è in comunità una sorella che ha il talento di dispiacermi in ogni cosa, le sue maniere, le sue parole, il suo carattere mi parevano sgradevolissimi. Tuttavia è una santa religiosa che deve essere gradevolissima al buon Dio, e così non volendo darla vinta all’antipatia naturale che provavo, io mi sono detta che la carità non doveva consistere nei sentimenti, ma nelle opere; allora mi sono impegnata a fare per questa sorella quello che avrei fatto per la persona che amo di più. Ogni volta che la incontravo pregavo il buon Dio per lei, offrendoGli tutte le sue virtù e i suoi meriti. Io sentivo davvero che questo faceva piacere a Gesù, perché non c’è artista che non ami ricevere lodi per le sue opere e Gesù, l’Artista delle anime, è felice quando non ci si ferma all’esterno ma, penetrando fino al santuario intimo che egli si è scelto per dimora, se ne ammira la bellezza. Io non mi accontentavo di pregare molto per la sorella che mi dava tanto da combattere, io cercavo di farle tutti i piaceri possibili e quando avevo la tentazione di risponderle in un modo sgradevole, mi accontentavo di farle il mio più amabile sorriso e cercavo di distogliere la conversazione, perché nell’Imitazione si dice: È meglio lasciare ognuno nel suo sentimento che accanirsi a contestare.

Spesso anche, quando non ero alla ricreazione (voglio dire durante le ore del lavoro), avendo qualche rapporto di servizio con quella sorella, quando i miei combattimenti erano troppo violenti, io scappavo come un disertore. Siccome lei ignorava del tutto ciò che io sentivo nei suoi confronti, mai ella ha sospettato i motivi della mia condotta e resta persuasa che il suo carattere mi è gradevole. Un giorno alla ricreazione, ella mi disse pressappoco queste parole con atteggiamento molto contento: “Vuole dirmi, mia Suor T. di Gesù B., cosa è che l’attira tanto verso di me, (e perché) ogni volta che lei mi guarda, la vedo sorridere?” Ah! quello che mi attirava, era Gesù nascosto nel fondo della sua anima… Gesù che rende dolce ciò che c’è di più amaro… Io le risposi che sorridevo perché ero contenta di vederla (beninteso non aggiunsi che era dal punto di vista spirituale).

Madre mia amatissima, gliel’ho detto, il mio ultimo mezzo per non essere vinta nelle battaglie, è la diserzione; questo mezzo, io lo usavo già durante il mio noviziato, e mi è sempre perfettamente riuscito. Voglio, Madre mia, citargliene un esempio che credo la farà sorridere. Durante una delle sue bronchiti, una mattina venni molto dolcemente a riportare da lei la chiave della grata della comunione, perché ero sacrestana; in fondo non ero seccata di avere questa occasione di vederla, ne ero persino contentissima, ma mi guardavo bene dal farlo apparire; una sorella, animata da un santo zelo e che del resto mi voleva molto bene, vedendomi entrare da lei, Madre mia, credette che io l’avrei svegliata; voleva prendermi la chiave, ma io ero troppo furba per dargliela e cedere i miei diritti. Le dissi con la maggior educazione possibile che desideravo quanto lei di non svegliarla in alcun modo e che toccava a me rendere la chiave… Capisco ora che sarebbe stato più perfetto cedere a quella sorella, giovane è vero, ma in fin dei conti più anziana di me. Io non lo comprendevo allora, e così poiché volevo assolutamente entrare dietro di lei contro la volontà di lei che spingeva la porta per impedirmi mi di passare, presto successe il disastro che temevamo: il rumore che facevamo le fece aprire gli occhi… Allora, Madre mia, tutto cadde addosso a me, la povera sorella cui avevo resistito si mise a sproloquiare tutto un discorso il cui fondo era questo: È suor T. del B. Gesù che ha fatto rumore… Mio Dio, quanto è sgradevole… ecc. Io che pensavo tutto il contrario avevo proprio voglia di difendermi; per fortuna mi venne un’idea luminosa, mi dissi che certo se cominciavo a giustificarmi non avrei potuto salvare la pace dell’anima mia; sentivo anche che non avevo sufficiente virtù per lasciarmi accusare senza dire niente, la mia ultima tavola di salvezza era dunque la fuga. Pensato, e subito fatto, partii senza tamburo e tromba, lasciando la sorella a continuare il suo discorso che somigliava alle maledizioni di Camillo contro Roma. il cuore mi batteva tanto forte che mi fu impossibile andare lontano e mi misi seduta sulla scala per godermi in pace i frutti della mia vittoria. Quello non era coraggio, vero, Madre cara, ma credo tuttavia che è meglio non esporsi alla battaglia quando la sconfitta è certa? Ahimè! quando ripenso al tempo del mio noviziato come vedo quanto ero imperfetta… Mi facevo crucci per cose così piccole che ora ne rido. Ah! quanto il Signore è buono ad aver fatto crescere l’anima mia, ad averle dato le ali… Tutte le reti dei cacciatori non potrebbero spaventarmi perché: “Invano si getta la rete davanti agli occhi di quelli che hanno le ali (Prov.). Più tardi, senza dubbio, il tempo in cui ora sono mi apparirà ancora pieno di imperfezioni, ma ora io non mi meraviglio più di nulla, non mi addoloro vedendo che sono la debolezza stessa, al contrario è in essa che io mi glorio e mi aspetto ogni giorno di scoprire in me nuove imperfezioni. Ricordandomi che la Carità copre la moltitudine dei peccati 49, attingo a questa miniera feconda che Gesù ha aperto davanti a me. Nel Vangelo, il Signore spiega in che consiste: il suo comandamento nuovo. Egli dice in S. Matteo: “Voi avete sentito che è stato detto: Amerete il vostro amico e odierete il vostro nemico. Per me, io vi dico: amate i vostri nemici, pregate per quelli che vi perseguitano”.

Senza dubbio, al Carmelo non si incontrano nemici, ma in fin dei conti ci sono simpatie, ci si sente attratte verso tale sorella mentre quell’altra vi farebbe fare un lungo giro per evitare di incontrarla, così senza neppure accorgersene, quella diventa una causa di persecuzione. Ebbene! Gesù mi dice che quella sorella, bisogna amarla, che bisogna pregare per lei, anche se la sua condotta mi porterebbe a credere che lei non mi vuole bene: “Se voi amate quelli che vi amano, che merito ne avete? perché anche i peccatori amano quelli che li amano.” S. Luca, VI. E non basta amare, occorre provarlo. Si è naturalmente felici di fare un regalo ad un amico, si ama soprattutto fare delle sorprese, ma questo, non è carità perché anche i peccatori lo fanno. Ecco quello che Gesù mi insegna in più: “Date a chiunque vi chiede; e se uno si prende ciò che vi appartiene, non lo richiedete indietro” Dare a tutti coloro che chiedono, è meno dolce che offrire se stessi seguendo i movimenti del proprio cuore; anche quando qualcuno chiede con gentilezza non costa dare, ma se per disgrazia non si usano parole abbastanza delicate, subito l’anima si ribella se non è consolidata sulla carità. Trova mille ragioni per rifiutare ciò che le si chiede e solo dopo aver convinto colei che chiede della sua indelicatezza le dà alla fine per grazia quello che lei pretende, o le fa un piccolo servizio che avrebbe richiesto venti volte meno tempo di quanto non ne è stato necessario per far valere diritti immaginari. Se è difficile dare a chiunque chiede, lo è ancora di più lasciar prendere ciò che ci appartiene senza richiederlo indietro; o Madre mia, io dico che è difficile, dovrei dire piuttosto che mi sembra difficile, perché il giogo del Signore è soave e leggero, quando lo si accetta, si sente subito la sua dolcezza e si esclama con il Salmista: “Ho corso nella via dei tuoi comandamenti da quando tu hai dilatato il mio cuore” . Non c’è che la carità che possa dilatare il mio cuore. O Gesù, da quando questa dolce fiamma lo consuma, io corro con gioia nella via del tuo comandamento nuovo… Io voglio corrervi fino al giorno beato in cui, unendomi al corteo delle vergini, potrò seguirti negli spazi infiniti, cantando il tuo cantico no  che deve essere quello dell’Amore.

Io dicevo: Gesù non vuole che io reclami quello che mi appartiene; la cosa dovrebbe sembrarmi facile e naturale perché niente è mio. I beni della terra, io ci ho rinunciato con il voto di povertà, non ho dunque il diritto di lamentarmi se mi si toglie una cosa che non mi appartiene, debbo invece rallegrarmi quando mi capita di sentire la povertà. In altri tempi mi pareva che non tenessi a niente, ma dopo aver capito le parole di Gesù, vedo che nelle occasioni sono molto imperfetta. Per esempio nell’impiego di pittura nulla è mio, lo so bene; ma se, mettendomi al lavoro, io trovo pennelli e quadri tutti in disordine, se un righello o un temperino sono spariti, la pazienza è li lì per lasciarmi e io debbo prendere il mio coraggio a due mani per non pretendere con amarezza le cose che mi mancano. Bisogna davvero talora domandare le cose indispensabili, ma facendolo con umiltà non si manca al comandamento di Gesù; al contrario, si agisce come i poveri che tendono la mano per ricevere ciò che è loro necessario, se sono respinti non si meravigliano, nessuno deve loro qualcosa. Ah! che pace inonda l’anima quando essa si innalza al di sopra dei sentimenti della natura… No, non c’è gioia paragonabile a quella che gusta il vero povero di spirito. Se chiede con distacco una cosa necessaria, e questa cosa non solo gliela rifiutano, ma si cerca anche di prendergli quello che ha, egli segue il consiglio di Gesù: Lasciate anche il vostro mantello a chi vuole discutere per avere il vostro vestito… Lasciare il mantello è, mi pare, rinunciare ai propri ultimi diritti, è considerarsi come la serva, la schiava degli altri. Quando si è lasciato il proprio mantello, è più facile camminare, correre, e così Gesù aggiunge: E se qualcuno vi costringe a fare mille passi, fatene duemila di più con lui  Così non basta dare a chiunque mi chiede , bisogna andare più avanti dei suoi desideri, avere l’aria gratissima ed onoratissima di rendersi utili e se uno si prende una cosa che io uso, non debbo aver l’aria di rimpiangerla, ma al contrario debbo sembrare felice di esserne stata sbarazzata. Madre mia cara, io sono ben lungi dal praticare quello che capisco e tuttavia il solo desiderio che ne ho mi dà la pace.

Ancora più degli altri giorni sento che mi sono spiegata malissimo. Ho fatto una specie di discorso sulla carità che deve averla stancata a leggerlo; mi perdoni, Madre mia amatissima, e pensi che in questo momento le infermiere praticano a me quello che io ho appena scritto; esse non hanno paura di fare con me duemila passi dove ne basterebbero venti, io ho perciò potuto contemplare la carità in azione! Senza dubbio la mia anima deve risultarne profumata; per il mio spirito confesso che si è come un po’ paralizzato dinanzi ad una simile donazione e la mia penna ha perduto la sua leggerezza. Perché mi sia possibile tradurre i miei pensieri, occorre che io sia come il passero solitario, e questa è raramente la mia sorte. Quando comincio a prendere la penna, ecco una buona sorella che passa vicino a me, con il forcone in spalla. Crede di distrarmi facendo un po’ di chiacchiere: fieno, anatre, polli, visita del dottore, tutto viene sul tappeto; a dire il vero la cosa non dura molto, ma c’è più di una sorella caritatevole e all’improvviso un’altra rivoltaerba porta fiori sulle mie ginocchia, credendo forse di ispirarmi idee poetiche. Io che non li cerco davvero in quel momento, preferirei che i fiori restassero a danzare sui loro gambi. Finalmente, stanca di aprire e chiudere questo famoso quaderno, apro un libro (che non vuole restare aperto) e dico risolutamente che copio pensieri dei salmi e del Vangelo per la festa di Nostra Madre. È proprio perché non faccio economia di citazioni… Madre cara, la divertirei, credo, raccontandole tutte le mie avventure nei boschetti del Carmelo, non so se ho potuto scrivere dieci righe senza essere disturbata, la cosa non dovrebbe farmi ridere, nè divertirmi, tuttavia per amore del Buon Dio e delle mie sorelle (così caritatevoli verso di me) io cerco di avere l’aria contenta e soprattutto di esserlo… Ecco, una rivoltaerba che si allontana dopo avermi detto con aria compassionevole: “Mia povera sorellina, deve stancarla molto scrivere così tutta la giornata”. – “Stia tranquilla, le ho risposto, sembro scrivere molto ma veramente non scrivo quasi niente”. – “Tanto meglio!” mi ha detto quella con aria rassicurata, “ma va bene lo stesso, sono proprio contenta che noi stiamo rivoltando l’erba perché questo la distrae sempre un pochino”. In realtà è proprio una distrazione così grande per me (senza contare le visite delle infermiere) che io non mento dicendo che non scrivo quasi niente.

Fortunatamente non sono facile allo scoraggiamento, per farglielo vedere, Madre mia, finisco di spiegarle quello che Gesù mi ha fatto capire a proposito della carità. Io non le ho ancora parlato che dell’esterno, ora vorrei confidarle come capisco la carità puramente spirituale. Sono sicurissima che non tarderò a mescolare runa con l’altra ma, Madre mia, poiché io parlo a lei, è sicuro che non le sarà difficile cogliere il mio pensiero e sbrogliare la matassa della sua figliola.

Non è sempre possibile, al Carmelo, praticare alla lettera le parole del Vangelo, si è talora costretti a causa degli incarichi a rifiutare un favore, ma quando la carità ha messo profonde radici nell’anima si dimostra anche all’esterno. C’è un modo così grazioso di rifiutare quello che non si può dare, che il rifiuto fa tanto piacere quanto il dono. È vero che dà meno fastidio chiedere un favore ad una sorella sempre disposta a farlo, tuttavia Gesù ha detto: “Non evitate chi vuole un prestito da voi”  Così con il pretesto che si sarebbe costretti a rifiutare, non bisogna allontanarsi dalle sorelle che hanno l’abitudine di chiedere sempre dei favori. Non bisogna neppure essere condiscendenti al fine di sembrarlo o nella speranza che un’altra volta la sorella cui si fa un piacere vi renderà il favore a sua volta, perché Nostro Signore ha detto anche: “Se prestate a quelli da cui sperate di ricevere qualcosa, che merito ne avete? perché anche i peccatori prestano ai peccatori per riceverne altrettanto. Ma voi, fate del bene, prestate senza attendervi nulla, e la vostra ricompensa sarà grande”  Oh sì! la ricompensa è grande, anche sulla terra… in questa via non c’è che il primo passo che costa. Prestare senza attendersene nulla, pare duro alla natura; si preferirebbe regalare, perché una cosa regalata non appartiene più. Quando si viene a dirvi con aria convintissima: “Sorella mia, ho bisogno del suo aiuto per qualche ora, ma stia tranquilla, ho il permesso di Nostra Madre e io le restituirà il tempo che lei mi dà, perché so quanto lei è occupata”. Veramente, quando si sa benissimo che mai il tempo che si presta sarà reso, si preferirebbe dire: “Io glielo regalo”. Ciò accontenterebbe l’amor proprio perché regalare è un atto più generoso che prestare e poi si fa sentire alla sorella che non si conta sui suoi favori… Ah! quanto gli insegnamenti di Gesù sono contrari ai sentimenti della natura! Senza il soccorso della sua grazia sarebbe impossibile non solo metterli in pratica ma anche capirli. Madre mia, Gesù ha fatto alla sua figliola questa grazia di farle penetrare le misteriose profondità della carità; se potesse esprimere ciò che capisce, lei sentirebbe una melodia del Cielo, ma ahimè! io non ho che balbettii infantili da farle sentire… Se le parole stesse di Gesù non mi servissero da appoggio, io sarei tentata di chiederle grazia e di lasciar perdere la penna… Ma no, bisogna che continui per obbedienza ciò che per obbedienza ho cominciato.

Madre amatissima, scrivevo ieri che non essendo miei i beni di quaggiù, non dovrei trovare difficile di non richiederli mai indietro se talora qualcuno me li porta via. I beni del Cielo non mi appartengono di più, essi mi sono prestati dal Buon Dio che può riprendermeli senza che io abbia il diritto di lamentarmi. Tuttavia i beni che vengono direttamente dal Buon Dio, gli slanci dell’intelligenza e del cuore, i pensieri profondi, tutto ciò forma una ricchezza cui ci si attacca come ad un bene proprio che nessuno ha il diritto di toccare… Per esempio se durante una licenza si dice ad una sorella una qualche illuminazione ricevuta durante l’orazione e poco tempo dopo, questa sorella parlando con un’altra le dice, come se l’avesse pensata lei stessa, la cosa che le era stata confidata, sembra che essa si impadronisca di ciò che non è suo. Oppure a ricreazione si dice a voce bassa ad una compagna una parola molto spiritosa e azzeccata; se lei la ripete a voce alta senza dirne la fonte, la cosa pare ancora un furto alla proprietaria che non protesta, ma avrebbe davvero voglia di farlo e coglierà la prima occasione per far sapere con finezza che qualcuno si è impadronito dei suoi pensieri.

Madre mia, io non potrei spiegarle così bene questi tristi sentimenti della natura se non li avessi sentiti nel mio cuore e mi piacerebbe cullarmi nella dolce illusione che essi non abbiano visitato che me se lei non mi avesse ordinato di ascoltare le tentazioni delle sue care noviziette. Ho molto imparato adempiendo la missione che lei mi ha affidata, soprattutto mi sono trovata obbligata a praticare quello che insegnavo alle altre; così adesso, posso dirlo, Gesù mi ha fatto la grazia di non essere più attaccata ai beni dello spirito è del cuore che a quelli della terra. Se mi capita di pensare e di dire una cosa che piace alle mie sorelle, trovo del tutto naturale che esse se ne impadroniscano come di un bene loro. Questo pensiero appartiene allo Spirito Santo e non a me poiché S. Paolo dice che noi non possiamo, senza questo Spirito d’Amore, dare il nome di “Padre” al nostro Padre che è nei Cieli. Egli è dunque liberissimo di servirsi di me per dare un buon pensiero ad un’anima; se credessi che questo pensiero mi appartiene io sarei come “l’asino che portava le reliquie” che credeva che gli omaggi resi al Santo si indirizzassero a lui.

Io non disprezzo i pensieri profondi che nutrono l’anima e la uniscono a Dio, ma è tanto tempo che ho capito che non bisogna appoggiarsi su di essi e far consistere la perfezione nel ricevere molte illuminazioni. I pensieri  più belli sono nulla senza le opere; è vero che le altre possono trarne molto profitto se si umiliano e testimoniano al buon Dio la loro riconoscenza perché egli permette loro di partecipare alla festa di un’anima che Gli ha fatto piacere di arricchire con le sue grazie, ma se quest’anima si compiace dei suoi bei pensieri e fa la preghiera del fariseo, diventa simile ad una persona che muore di fame davanti ad una tavola apparecchiata mentre i suoi invitati ci trovano un abbondante nutrimento e talora gettano uno sguardo di invidia sul personaggio che possiede tanti beni. Ah! come c’è soltanto il Buon Dio che conosce il fondo dei cuori… come le creature hanno i pensieri corti!… Quando esse vedono un’anima più illuminata delle altre, subito ne concludono che Gesù le ama di meno di quell’anima e che esse non possono essere chiamate alla stessa perfezione. – E da quando il Signore non ha più il diritto di servirsi di una delle sue creature per dispensare alle anime che Egli ama il nutrimento che è loro necessario? Ai tempi del Faraone il signore aveva ancora questo diritto, perché nella Scrittura Egli dice a quel re: “Io ti ho innalzato proprio per far risplendere in te la mia potenza, perché si annunci il mio nome per tutta la terra” . I secoli si sono succeduti ai secoli da quando l’Altissimo pronunciò queste parole e in seguito, la sua condotta non è cambiata, sempre Egli si è servito delle sue creature come di strumenti per fare la sua opera nelle anime.

Se la tela dipinta da un artista potesse pensare e parlare, certamente essa non si lamenterebbe di essere toccata e ritoccata senza posa da un pennello e non invidierebbe certo la sorte di questo strumento, perché saprebbe che non è al pennello ma all’artista che lo guida che essa deve la bellezza di cui è vestita. il pennello da parte sua non potrebbe gloriarsi del capolavoro fatto da lui, esso sa che gli artisti non sono nell’imbarazzo, che godono delle difficoltà e che a loro piace scegliere talora strumenti deboli e difettosi…

Madre amatissima, io sono un piccolo pennello che Gesù ha scelto per dipingere la sua immagine nelle anime che lei mi ha affidate. Un artista non si serve solo di un pennello, gliene occorrono almeno due; il primo è il più utile, è con esso che egli dà i colori generali, che copre completamente la tela in pochissimo tempo, l’altro, più piccolo, gli serve per i dettagli.

Madre mia, lei rappresenta per me il prezioso pennello che la mano (di) Gesù prende con amore quando vuole fare un grande lavoro nell’anima delle sue figlie, ed io sono quello piccolissimo di cui egli degna servirsi dopo per i minimi dettagli.

La prima volta che Gesù si servi del suo pennellino fu verso l’8 dicembre 1892. Sempre mi ricorderò quest’epoca come un tempo di grazia. Mi appresto, Madre cara, a confidarle questo dolce ricordo.

A 15 anni, quando ebbi la felicità di entrare al Carmelo, trovai una compagna di noviziato che mi aveva preceduta di qualche mese; era più grande di me di 8 anni, ma il suo carattere bambino faceva dimenticare la differenza degli anni, e così presto lei ha avuto, Madre mia, la gioia di vedere le sue due piccole postulanti intendersi a meraviglia e diventare inseparabili. Per favorire questo affetto nascente che le pareva dover portare frutto, lei ci aveva permesso di avere insieme ogni tanto dei piccoli intrattenimenti spirituali. La mia cara compagnetta mi incantava con la sua innocenza, il suo carattere espansivo, ma da un’altra parte mi meravigliavo di vedere come l’affetto che essa aveva per lei era diverso dal mio. C’erano davvero tante cose nella sua condotta verso le sorelle che io avrei desiderato che cambiasse… Da quel tempo il Buon Dio mi fece capire che ci sono anime che la sua misericordia non si stanca di attendere, cui Egli non dona la sua luce che a gradi, così io mi guardavo bene dall’affrettare la sua ora e aspettavo pazientemente che piacesse a Gesù di farla arrivare.

Riflettendo un giorno sul permesso che lei ci aveva dato di intrattenerci insieme come è detto nelle nostre sante costituzioni: Per infiammarci di più nell’amore del nostro Sposo, io pensai con tristezza che le nostre conversazioni non raggiungevano il fine desiderato; allora il Buon Dio mi fece sentire che era venuto il momento e che non bisognava più aver paura di parlare oppure che io dovevo smettere degli intrattenimenti che somigliavano a quelli delle amiche del mondo. Quel giorno era un sabato, l’indomani durante il mio ringraziamento, io supplicai il Buon Dio di mettermi sulla bocca parole dolci e convincenti o piuttosto di parlare Lui Stesso attraverso me. Gesù esaudì la mia preghiera, permise che il risultato colmasse pienamente la mia speranza perché: “Coloro che volgeranno i loro sguardi verso di lui ne saranno illuminati (SaL XXXIII) e La Luce si è alzata nelle tenebre per coloro che hanno il cuore retto.  La prima parola è indirizzata a me e la seconda alla mia compagna, che veramente aveva il cuore retto…

Arrivata l’ora in cui avevamo deciso di stare insieme, la povera piccola sorella gettando gli occhi su di me, vide subito che non ero più la stessa; si mise a sedere accanto a me arrossendo ed io, appoggiando la sua testa sul mio cuore, le dissi con le lacrime nella voce tutto ciò che pensavo di lei, ma con espressioni così tenere, testimoniandole un così grande affetto che presto le sue lacrime si mescolarono alle mie. Lei convenne con molta umiltà che tutto ciò che dicevo era vero, mi promise di cominciare una nuova vita e mi chiese come una grazia di avvertirla sempre dei suoi errori. Finalmente al momento di separarci il nostro affetto era diventato tutto spirituale, non c’era più nulla di umano. In noi si realizzava quel passo della Scrittura: “Il fratello che è aiutato dal fratello è come una città fortificata”

Quello che Gesù fece con il suo piccolo pennello sarebbe stato presto cancellato se Egli non avesse agito per mezzo suo, Madre mia, per compiere la sua opera nell’anima che Egli voleva tutta Sua. La prova parve amarissima alla mia povera compagna ma la sua fermezza trionfò ed è allora che io potei, cercando di consolarla, spiegare a quella che lei mi aveva data come sorella tra tutte, in che cosa consiste il vero amore. Io le mostrai che era se stessa che amava e non lei, le dissi come io la amavo e i sacrifici che ero stata costretta a fare all’inizio della mia vita religiosa per non attaccarmi a lei in un modo tutto materiale come il cane che si attacca al suo padrone. L’amore si nutre di sacrifici, più l’anima si rifiuta le soddisfazioni naturali, più la sua tenerezza diventa forte e disinteressata.

Io mi ricordo che quando ero postulante, avevo talora tentazioni così violente di entrare da lei per soddisfarmi, per trovare qualche goccia di gioia, che ero costretta a passare rapidamente davanti al deposito ed ad attaccarmi alla rampa della scala. Mi veniva in mente una folla di permessi da chiedere, finalmente, Madre mia amatissima, trovavo mille ragioni per accontentare la mia natura… Quanto sono felice ora di essermene privata fin dall’inizio della mia vita religiosa! Io gioisco già della ricompensa promessa a coloro che combattono coraggiosamente. Non sento più che sia necessario rifiutarmi ogni consolazione del cuore, perché l’anima mia è rafforzata da Colui che io volevo amare unicamente. Io vedo con gioia che amandolo, il cuore si allarga, che può dare incomparabilmente più tenerezza a coloro che gli sono cari che se si fosse concentrato in un amore egoista e infruttuoso.

Madre mia cara, io le ho ricordato il primo lavoro che Gesù e lei, vi siete degnati di compiere attraverso di me; quello non era che il preludio di quelli che dovevano essermi affidati. Quando mi fu dato di penetrare nel santuario delle anime , io vidi subito che l’incarico era al di sopra delle mie forze, allora mi sono messa nelle braccia del buon Dio come un figlio piccolo e nascondendo la mia faccia nei suoi capelli, io Gli ho detto: Signore, io sono troppo piccola per nutrire le tue figlie; se tu vuoi dare loro attraverso me ciò che serve a ciascuna, riempi la mia piccola mano e senza lasciare le tue braccia, senza girare la testa, io darò i tuoi tesori all’anima che verrà a chiedermi il suo nutrimento. Se lei lo trova di suo gusto, saprò che non è a me, ma a te che lo deve; al contrario, se lei si lamenta e trova amaro quello che io le presento, la mia pace non sarà turbata, io cercherò di persuaderla che questo nutrimento viene da te e mi guarderò bene dal cercarne un altro per lei.

Madre mia, da quando ho compreso che mi era impossibile fare qualcosa da me stessa, il compito che lei mi aveva imposto non mi parve più difficile, ho sentito che l’unica cosa necessaria era di unirmi sempre più a Gesù e che il resto mi sarebbe stato dato in sovrappiù.

In realtà mai la mia speranza è stata ingannata, il Buon Dio si è degnato di riempire la mia piccola mano tante volte quante è stato necessario per nutrire l’anima delle mie sorelle. Io le confesso, Madre amatissima, che se io mi fossi appoggiata anche nella misura minima del mondo sulle mie forze, io le avrei ben presto reso le armi… Da lontano pare tutto rosa il fare del bene alle anime, far loro amare Dio di più, infine modellarle secondo le proprie vedute e i propri pensieri personali. Da vicino è tutto il contrario, il rosa è sparito… si sente che fare del bene è cosa altrettanto impossibile senza l’aiuto di Dio che far brillare il sole nella notte… Si sente che occorre as­solutamente dimenticare i propri gusti, le proprie concezioni personali e guidare le anime per la via che Gesù ha tracciato per esse, senza cercare di farle camminare sulla propria via. Ma non è ancora la cosa più difficile; ciò che mi costa soprattutto, è di osservare le colpe, le più leggere imperfezioni e di far loro una guerra mortale. Stavo per dire: disgraziatamente per me! (ma no, sarebbe viltà) io dico dunque: fortunatamente per le mie sorelle, da quando ho preso posto nelle braccia di Gesù, sono come la sentinella che scruta il nemico dalla più alta torretta di un castello fortificato. Nulla sfugge ai miei sguardi; spesso sono meravigliata di vederci così chiaro e trovo davvero scusabile il profeta Giona per essere fuggito invece di andare ad annunciare la rovina di Ninive. Preferirei mille volte ricevere rimproveri piuttosto che farne agli altri, ma sento che è assolutamente necessario che la cosa sia per me una sofferenza perché, quando si agisce per natura, è impossibile che l’anima cui si vuole scoprire le proprie colpe comprenda i suoi torti, essa non vede che una cosa: la sorella incaricata di dirigermi è arrabbiata e tutto casca su di me che tuttavia sono piena delle migliori intenzioni.

Io so bene che i suoi agnellini mi trovano severa. Se leggessero queste righe, direbbero che pare costarmi il meno possibile al mondo correre loro appresso, parlare loro con un tono severo mostrando la loro bella lana sporca, oppure riportare loro qualche bel fiocco di lana che esse hanno lasciato strappare dalle spine del cammino. Gli agnellini possono dire tutto quello che vorranno; in fondo, essi sentono che io li amo con un amore vero, che mai io imiterò il mercenario che vedendo venire il lupo lascia il gregge e fugge. Io sono pronta a dare la mia vita per loro, ma il mio affetto è così puro che io non desidero che loro lo conoscano. Mai con la grazia di Gesù, io ho cercato di attirarmi i loro cuori, ho compreso che la mia missione era di condurli a Dio e di far loro comprendere che quaggiù lei era, Madre mia, il Gesù visibile che essi debbono amare e rispettare.

Io le ho detto, Madre cara, che istruendo le altre avevo imparato molto. Ho visto innanzitutto che tutte le anime hanno pressoché gli stessi combattimenti, ma che da un’altra parte esse sono così differenti che io non ho difficoltà a capire cosa diceva il Padre Pichon:

“c’è molta maggiore differenza tra le anime di quanta non ce n’è tra le facce”.

Così è impossibile agire con tutte allo stesso modo.Con certe anime, io sento che bisogna che io mi faccia piccola, non abbia paura di umiliarmi confessando i miei combattimenti, le mie disfatte; vedendo che ho le stesse debolezze loro, le mie sorelline mi confessano a loro volta le colpe che si rimproverano e si rallegrano che io le comprenda per esperienza.

Con altre ho visto che occorre al contrario per far loro del bene, aver molta fermezza e non tornare mai su una cosa detta. Abbassarsi, allora, non sarebbe umiltà, ma debolezza. Il buon Dio mi ha fatto la grazia di non temere la guerra, ad ogni costo occorre che io faccia il mio dovere. Più di una volta ho sentito questo: – “Se lei vuole ottenere qualcosa da me, bisogna prendermi con la dolcezza; con la forza non avrà nulla”. Io so che nessuno è buon giudice in causa sua e che un bambino cui il dottore fa subire una operazione dolorosa non mancherà di lanciare alte grida e di dire che il rimedio è peggiore del male; tuttavia se egli si trova guarito pochi giorni dopo, è tutto felice di poter giocare e correre. La stessa cosa accade per le anime, subito riconoscono che un po’ di amarezza è talvolta preferibile allo zucchero e non hanno paura di ammetterlo. Qualche volta non posso impedirmi di sorridere interiormente vedendo che cambiamento si realizza dall’oggi al domani, è favoloso… Mi si viene a dire:

“Lei aveva ragione ieri ad essere severa, all’inizio la cosa mi ha fatto ribellare, ma dopo mi sono ricordata di tutto ed ho visto che è stata giustissima… Senta: andandomene pensavo che era finita, mi dicevo: “vado a trovare Nostra Madre e a dirle che non andrò più con Suor Teresa di Gesù B.”. Ma ho sentito che era il demonio che me lo suggeriva e poi mi è parso che lei pregasse per me, allora sono rimasta tranquilla e la luce ha cominciato a brillare, ma ora bisogna che lei mi faccia luce del tutto e perciò vengo”. La conversazione si avvia in fretta; io sono tutta felice di poter andare dietro all’inclinazione del mio cuore, non servendo nessuna pietanza amara. SI ma… mi accorgo presto che non bisogna andare troppo avanti, una parola potrebbe distruggere il bell’edificio costruito nelle lacrime. Se ho la disgrazia di dire una parola che pare attenuare ciò che ho detto il giorno prima, vedo la mia sorellina che cerca di riattaccarsi ai rami, allora dico dentro di me una preghierina e la verità trionfa sempre.

Ah! è la preghiera, è il sacrificio che costituiscono tutta la mia forza, sono le armi invincibili che Gesù mi ha dato, loro possono molto più delle parole toccare le anime, ne ho fatto spessissimo l’esperienza. Ce n’è una tra tutte che mi ha fatto una dolce e profonda impressione.

Era durante la quaresima, io non mi occupavo allora che della sola novizia che era qui e di cui ero l’angelo  Venne a trovarmi una mattina tutta radiosa: Ah! se lei sapesse, mi disse, quello che ho sognato stanotte, ero accanto a mia sorella e la volevo distaccare da tutte le vanità che ama tanto, perciò le spiegavo questi due versi di: Vivere d’amore. – Amarti Gesù, che perdita feconda! – Tutti i miei profumi sono tuoi senza ritorno. Io sentivo davvero che le mie parole penetravano nell’anima sua ed ero presa dalla gioia. Stamattina svegliandomi ho pensato che il Buon Dio voleva forse che io gli dessi quest’anima. E se le scrivessi dopo la quaresima per raccontarle il mio sogno e dirle che Gesù la vuole tutta per Lui?”

Io, senza pensarci oltre, le dissi che certo poteva provare ma che prima occorreva chiedere il permesso a Nostra Madre. Siccome la quaresima era ancora lontana dalla fine, lei è stata, Madre mia, molto sorpresa di una richiesta che le parve troppo prematura; e certamente ispirata dal Buon Dio, lei ha risposto che non era certo con le lettere che le carmelitane dovevano salvare le anime ma con la preghiera.

Venendo a conoscenza della sua decisione io compresi subito che era quella di Gesù e dissi a Suor Maria della Trinità: “Bisogna metterci all’opera, preghiamo molto. Che gioia se alla fine della quaresima, noi fossimo esaudite!…” Oh! misericordia infinita del Signore, che vuole davvero ascoltare la preghiera dei suoi figli… Alla fine della quaresima, un’anima in più si consacrava a Gesù. Era un vero miracolo della grazia, miracolo ottenuto dal fervore di un’umile novizia!

Quanto è dunque grande la potenza della preghiera! La si direbbe una regina che ha in ogni momento accesso libero presso il re e che può ottenere tutto quello che chiede. Non è necessario per essere esauditi leggere in un libro una bella formula composta per l’occorrenza; se fosse così… ahimè! quanto sarei da compiangere!… Al di fuori dell’ufficio Divino che sono indegnissima di recitare, non ho il coraggio di costringermi a cercare nei libri delle belle preghiere, la cosa mi fa venire il mal di testa, ce ne sono tante!… e poi sono tutte una più bella dell’altra… Io non saprei recitarle tutte e non sapendo quale scegliere, faccio come i bambini che non sanno leggere, dico con tutta semplicità ai Buon Dio quello che gli voglio dire, senza costruire belle frasi e sempre Egli mi capisce… Per me, la preghiera, è uno slancio del cuore, è un semplice sguardo gettato verso il Cielo, è un grido di riconoscenza e d’amore in mezzo alla prova come in mezzo alla gioia, alla fine è qualcosa di grande, di soprannaturale, che mi dilata l’anima e mi unisce a Gesù.

Io non vorrei tuttavia, Madre mia amatissima, che lei creda che le preghiere fatte in comune in coro, o nei romitori, io le reciti senza devozione. Al contrario amo molto le preghiere in comune perché Gesù ha promesso di trovarsi in mezzo a coloro che si riuniscono in suo nome, io sento allora che il fervore delle mie sorelle supplisce al mio, ma da sola (ho la vergogna di confessarlo) la recita del rosario mi costa più che mettere uno strumento di penitenza…Sento che lo dico così male!

Ho voglia a sforzarmi di meditare i misteri del rosario, non arrivo a concentrare il mio spirito… A lungo mi sono desolata di questa mancanza di devozione che mi sbalordiva, perché amo tanto la Santa Vergine che dovrebbe essermi facile fare in suo onore preghiere che le sono gradite. Ora mi desolo meno, penso che la Regina dei Cieli, essendo mia madre, deve vedere la mia buona volontà e che se ne accontenta.

Qualche volta quando il mio spirito è in una aridità così grande che mi è impossibile cavarne un pensiero per unirmi al Buon Dio, recito molto lentamente un “Padre Nostro” e poi il saluto dell’angelo; allora queste preghiere mi affascinano, nutrono l’anima mia molto di più che se io le avessi recitate precipitosamente un centinaio di volte…

La Santa Vergine mi fa vedere che non è inquieta con me, mai manca di proteggermi appena la invoco. Se mi viene un ‘inquietudine, un imbarazzo, subito mi volto verso di lei e sempre come la più tenera delle Madri lei si carica dei miei interessi. Quante volte parlando alle novizie, m’è capitato di invocarla e di sentire i benefici della sua materna protezione!…

Spesso le novizie mi dicono: “Ma lei ha una risposta a tutto, credevo stavolta di metterla in difficoltà… ma dove va a cercarle le cose che dice?”. Ce ne sono anche di abbastanza ingenue da credere che io leggo nell’anima loro perché mi è successo di prevenirle dicendo loro quello che pensavano. Una notte, una delle mie compagne aveva deciso di tenermi nascosta una pena che la faceva molto soffrire. Io la incontro al mattino, lei mi parla con una faccia sorridente ed io, senza rispondere a quello che mi diceva, le dico con un accento convinto: Lei ha un dolore. Se avessi fatto cadere la luna ai suoi piedi credo che non mi avrebbe guardata con più sbalordimento. il suo stupore era così grande che vinse anche me, fui per un attimo colta da un terrore soprannaturale. Ero proprio sicura di non avere il dono di leggere nelle anime e mi sbalordiva ancora di più il fatto di essere andata a colpire così giusto. Sentivo proprio che il Buon Dio era vicinissimo, che, senza che me ne accorgessi, avevo detto, come un bimbo, parole che non venivano da me ma da Lui.

Madre amatissima, lei comprende che alle novizie tutto è permesso; bisogna che esse possano dire ciò che pensano senza alcun limite, il bene come il male. Ciò è loro tanto più facile con me in quanto esse non mi debbono il rispetto che si rende ad una maestra. Io non posso dire che Gesù mi fa camminare esteriormente sulla via delle umiliazioni. Egli si accontenta di umiliarmi nel fondo dell’anima mia; agli occhi delle creature tutto mi riesce, io seguo il cammino degli onori, tanto quanto questo è possibile nella vita religiosa. Capisco che non è per me, ma per le altre, che bisogna che io cammini per questa via che mi pare così pericolosa. In realtà se passassi agli occhi della comunità per una religiosa piena di difetti, incapace, senza intelligenza nè giudizio, le sarebbe impossibile, Madre mia, farsi aiutare da me. Ecco perché il Buon Dio ha gettato un velo su tutti i miei difetti interiori ed esteriori. Questo velo, talvolta, mi attira qualche complimento da parte delle novizie, io sento davvero che esse non me li fanno per adulazione ma che è l’espressione dei loro sentimenti ingenui; veramente la cosa non potrebbe ispirarmi vanità, perché ho presente al pensiero, senza posa, il ricordo di quello che sono. Tuttavia, talvolta mi viene un desiderio grandissimo di sentire qualcosa d’altro dagli elogi. Lei sa, Madre mia amatissima, che preferisco l’aceto allo zucchero; anche la mia anima si stanca di un cibo troppo zuccherato, e Gesù permette allora che le si serva una bella insalatina, molto carica d’aceto, molto piccante, non ci manca niente salvo l’olio, e la cosa le dà un sapore in più… Questa bella insalatina mi è servita dalle novizie nel momento in cui meno me l’aspetto. il buon Dio solleva il velo che nasconde le mie imperfezioni, allora le mie care sorelline vedendomi tale quale sono non mi trovano più del tutto di loro gradimento. Con una semplicità che mi rapisce, esse mi dicono tutti i contrasti che io causo loro, quello che loro dispiace in me; in fin dei conti non si dispiacciono di più che se si trattasse di un’altra, perché sanno che mi fanno un grande piacere agendo così. Ah! veramente, è più che un piacere, è un festino delizioso che riempie la mia anima di gioia. Io non posso spiegarmi come una cosa che spiace tanto alla natura può procurare una felicità così grande; se non lo avessi sperimentato non potrei crederlo… Un giorno che avevo particolarmente desiderato di essere umiliata, successe che una novizia si incaricò così bene di soddisfarmi che subito pensai a Semei che malediceva David, e mi dicevo: SI, è proprio il Signore che le comanda di dirmi tutte queste cose… E il mio animo assaporava deliziosamente il nutrimento amaro che gli era servito con tanta abbondanza.

È così che il buon Dio si degna di prendersi cura di me. Egli non può sempre darmi il pane fortificante dell’ umiliazione esterna, ma di tempo in tempo, Egli mi permette di nutrirmi delle briciole che cadono dalla tavola dei figli Ah! quanto è grande la sua misericordia, io non la potrò cantare che in Cielo.

Madre amatissima, poiché con lei io cerco di cominciare a cantarla sulla terra, questa misericordia infini­ta, debbo ancora dirle un grande beneficio che ho tratto dalla missione che lei mi ha affidato. In passato quando vedevo una sorella che faceva qualcosa che mi spiaceva e che mi pareva contro la regola, io mi dicevo: Ah! se potessi dirle quello che penso, mostrarle che ha torto, la cosa mi farebbe bene! Dal momento in cui ho praticato il mestiere, le assicuro, Madre mia, che ho del tutto cambiato opinione. Quando mi capita di vedere una suora fare un’azione che mi sembra imperfetta, mando un sospiro di sollievo e mi dico: Che felicità! non è una novizia, io non sono obbligata a rimproverarla. E poi prestissimo cerco di scusare la suora e di prestarle delle buone intenzioni che senza dubbio essa ha. Ah! Madre mia, da quando sono ammalata, le cure che lei mi prodiga mi hanno ancora insegnato molto sulla carità:

Nessun rimedio le pare troppo costoso, e se non riesce senza stancarsi lei prova un’altra cosa. Quando andavo a ricreazione, quale attenzione non faceva al fatto che io fossi ben sistemata al riparo delle correnti d’aria. Infine, se volessi dire tutto, non arriverei alla fine.

Pensando a tutte queste cose, mi sono detta che dovevo essere così compassionevole per le malattie spirituali delle mie sorelle, quanto lei lo è, Madre mia amata, curandomi con tanto amore.

Ho notato (ed è del tutto naturale) che le sorelle più sante sono le più amate, si cerca la loro conversazione, si rendono loro dei servizi senza che li chiedano, alla fine queste anime capaci di sopportare mancanze di riguardo, di delicatezza, si vedono circondate dall’affetto di tutte. Si può applicare loro questa parola del nostro Padre S. Giovanni della Croce: Tutti i beni mi sono stati dati quando io non li ho più cercati per amor proprio.

Le anime imperfette al contrario, non sono ricercate per niente, senza dubbio nei loro confronti ci si tiene nei limiti della buona educazione religiosa, ma forse temendo di dir loro qualche parola più amabile, si evita la loro compagnia. – Dicendo le anime imperfette, io non voglio parlare soltanto delle imperfezioni spirituali, poiché le più sante non saranno perfette che in Cielo, io voglio parlare del difetto di giudizio, di educazione, della suscettibilità di certi caratteri, tutte cose che non rendono la vita gradevole. So bene che queste debolezze morali sono croniche, non c’è speranza di guarigione, ma so bene anche che la Madre mia non smetterebbe di curarmi, di cercare di sollevarmi se restassi ammalata tutta la vita. Ecco la conclusione che ne traggo: debbo ricercare in ricreazione, in licenza, la compagnia delle suore che mi sono meno gradite, compiere verso queste anime ferite l’ufficio del buon Samaritano. Una parola, un sorriso amabile, bastano spesso per dilatare un’anima triste; ma non è assolutamente per raggiungere questo scopo che io voglio praticare la carità perché so che ben presto sarei scoraggiata: una parola che avrò detto con la migliore intenzione sarà forse interpretata a rovescio. Così per non perdere il mio tempo, voglio essere amabile con tutti (e in particolare con le sorelle meno amabili) per rallegrare Gesù e rispondere al consiglio che Egli dà nel Vangelo pressappoco in questi termini: Quando date un banchetto non invitate i vostri parenti e i vostri amici per paura che essi non vi invitino a loro volta e che così voi avreste ricevuto la vostra ricompensa; ma invitate i poveri, gli Zoppi, i paralitici e sarete felici per il fatto che essi non possono restituire, perché il vostro Padre che vede nel segreto ve ne ricompenserà”.

Che banchetto potrà offrire una carmelitana alle sue sorelle se non un banchetto spirituale composto di carità amabile e gioiosa? Per me, non ne conosco altro e voglio imitare S. Paolo che si rallegrava con quelli che trovava nella gioia ; è vero che egli piangeva anche con gli afflitti e che le lacrime debbono talora apparire nel banchetto che io voglio offrire, ma cercherò sempre che alla fine quelle lacrime si mutino in gioia, poiché il Signore ama coloro che donano con gioia.

Io mi ricordo di un atto di carità che il Buon Dio mi ispirò di fare quando ancora ero novizia, era una piccola cosa, tuttavia il Padre nostro che vede nel segreto, che guarda più all’intenzione che alla grandezza dell’azione, me ne ha già ricompensata, senza aspettare l’altra vita. Era il tempo in cui Suor S. Pietro andava ancora in coro ed a refettorio. All’orazione della sera lei era piazzata davanti a me: 10 minuti prima delle 6 occorreva che una sorella si muovesse per condurla al refettorio, perché le infermiere avevano allora troppi ammalati per venirla a cercare. Mi costava molto propormi per fare questo servizietto, perché sapevo che non era facile accontentare questa povera Suor S. Pietro che soffriva tanto che non le piaceva di cambiare conduttrice. Tuttavia non volevo mancare una occasione così bella di esercitare la carità, ricordando che Gesù aveva detto: Quello che farete al più piccolo dei miei lo avrete fatto a me, Io mi offrii allora con molta umiltà per guidarla: e non fu senza fatica che riuscii a far accettare i miei servizi! Finalmente mi misi al lavoro ed avevo tanta buona volontà che ci riuscii perfettamente.

Ogni sera quando vedevo la mia Suor S. Pietro scuotere la sua clessidra, io sapevo che la cosa voleva dire: partiamo! È incredibile quanto mi costava liberarmi, soprattutto nei primi tempi; tuttavia lo facevo immediatamente, e poi, cominciava tutta una cerimonia. Bisognava smuovere e portare la panca in un certo modo, soprattutto non affrettarsi, poi la passeggiata aveva luogo. Si trattava di seguire la povera inferma sostenendola per la sua cintura, io lo facevo con la maggiore dolcezza che mi era possibile; ma se, disgraziatamente, lei faceva un passo falso, subito le pareva che la reggevo male e che stava per cadere. – “Ah! mio Dio! lei va troppo in fretta, non ce la faccio più”. Se cercavo di andare ancora più lentamente – “Ma mi segua dunque! non sento più la sua mano, lei mi ha piantata, cadrò; ah! l’avevo detto io che lei era troppo giovane per guidarmi”. Alla fine arrivavamo senza incidenti al refettorio; là sopravvenivano altri problemi, si trattava di far mettere seduta Suor S. Pietro e di muoversi nel modo giusto per non farle male, poi bisognava riprendere le grucce (anche quelle in un certo modo), poi ero libera di andarmene. Con le sue povere mani storpiate, lei sistemava il suo pane nella scodella, come poteva. Me ne accorsi presto e, ogni sera, non la lasciavo che dopo averle reso anche quel piccolo servizio. Dal momento che non lo aveva chiesto, fu molto toccata dalla mia attenzione e fu con questo mezzo che non avevo fatto apposta a cercare, che io mi conquistai del tutto le sue grazie e soprattutto (l’ho saputo più tardi) perché, dopo aver tagliato il suo pane, io le facevo prima di andarmene il mio sorriso più bello.

Madre mia amatissima, forse lei è meravigliata perché io le scrivo di questo piccolo atto di carità, passato da tanto tempo. Ah! se l’ho fatto è perché sento che debbo cantare, a causa sua, le misericordie del Signore. Egli si è degnato di lasciarmene il ricordo, come un profumo che mi spinge a praticare la carità. Mi ricordo talora di alcuni dettagli che sono per l’anima mia come una brezza di primavera. Eccone uno che si presenta alla mia memoria: Una sera d’inverno stavo facendo come al solito il mio piccolo servizio, faceva freddo, era già notte… di colpo sentii da lontano il suono armonioso di uno strumento musicale, allora mi immaginai una grande sala illuminata, tutta lucente di ori, ragazze elegantemente vestite che si facevano a vicenda complimenti e gentilezze mondane; poi il mio sguardo cadde sulla povera ammalata che sostenevo; invece di una melodia sentivo ogni tanto i suoi gemiti lamentosi, invece degli ori, vedevo i mattoni del nostro chiostro austero, appena rischiarati da una debole luce. Io non posso esprimere ciò che è passato nell’anima mia, quello che so è che il Signore la illuminò con i raggi della verità che superarono a tal punto lo splendore tenebroso delle feste della terra, che io non potevo credere alla mia felicità… Ah! per gioire mille anni delle feste del mondo, io non avrei dato i dieci minuti impiegati ad adempiere il mio umile servizio di carità… Se già nella sofferenza, nel mezzo del combattimento, si può godere un istante di felicità che sorpassa tutte le felicità della terra, pensando che il buon Dio ci ha separate dal mondo, che sarà mai nel Cielo quando vedremo, nel pieno di una gioia e di un riposo eterno, la grazia incomparabile che il Signore ci ha fatto scegliendoci per abitare nella sua casa, vero portico del Cielo?…

Non è sempre con questi slanci di gioia che ho praticato la carità, ma all’inizio della mia vita religiosa, Gesù volle farmi sentire quanto è dolce vederlo nell’anima delle sue spose; così quando io guidavo. Suor S. Pietro, lo facevo con tanto amore che mi sarebbe stato impossibile farlo meglio se avessi dovuto guidare lo stesso Gesù. La pratica della carità non mi è stata sempre così dolce, gliel’ho appena detto, Madre mia cara; per provarglielo, le racconterò alcune piccole battaglie che certamente la faranno sorridere. Per tanto tempo, all’orazione della sera, fui messa davanti ad una sorella che aveva una buffa mania, e penso… molte illuminazioni, perché si serviva raramente di un libro. Ecco come me ne accorgevo: Appena questa sorella era arrivata, si metteva a fare il suo strano rumorino che rassomigliava a quello che si farebbe strofinando due conchiglie una contro l’altra. Non c’ero che io che me ne accorgevo, perché ho l’orecchio estremamente fine (un po’ troppo talora). Dirle, Madre mia, quanto questo rumore mi stancava, è impossibile: avevo grande voglia di girare la testa e di guardare la colpevole che, sicuramente, non si accorgeva del suo tic, era runico mezzo di segnalarglielo; ma in fondo al cuore sentivo che era meglio soffrire quella cosa per l’amore del buon Dio e per non dare pena alla sorella. Restavo dunque tranquilla, cercavo di unirmi al buon Dio, di dimenticare il rumorino… tutto era inutile, sentivo il sudore che m’inondava ed ero costretta a fare semplicemente un’orazione di sofferenza, ma pur soffrendo, cercavo il modo di farlo non con irritazione, ma con gioia e pace, almeno nell’intimo dell’anima. Allora cercavo di amare il rumorino così sgradevole; invece di cercare di non sentirlo (cosa impossibile) mettevo la mia attenzione a sentirlo bene, come se fosse stato un affascinante concerto e tutta la mia orazione (che non era quella di quiete) passava ad offrire questo concerto a Gesù.

Un’altra volta, ero in lavanderia davanti ad una sorella che mi schizzava l’acqua sporca in faccia ogni volta che alzava i fazzoletti dal suo lavatoio; il mio primo movimento fu di tirarmi indietro asciugandomi la faccia, per mostrare alla sorella che mi innaffiava che mi avrebbe fatto un servizio se fosse stata tranquilla, ma subito pensai che ero proprio stupida a rifiutare i tesori che mi venivano offerti così generosamente e mi guardai bene dal far apparire il mio combattimento. Feci tutti i miei sforzi per desiderare di prendermi tanta acqua sporca, in modo che alla fine avevo davvero preso gusto a questo nuovo genere di aspersione e mi ripromisi di tornare un’altra volta in quel felice posto dove si ricevevano tanti tesori.

Madre amatissima, lei vede che io sono una piccolissima anima che non può offrire al buon Dio che piccolissime cose, mi succede ancora spesso di lasciarmi scappare questi piccoli sacrifici che danno tanta pace all’anima; la cosa non mi scoraggia, sopporto di avere un po’ meno di pace e cerco di essere più vigile un’altra volta.

Ah! il Signore è così buono per me che mi è impossibile temerlo, sempre Egli mi ha dato ciò che ho desiderato, o meglio Egli mi ha fatto desiderare ciò che voleva darmi; così poco tempo prima che la mia prova contro la fede cominciasse, io mi dicevo: Veramente non ho grandi prove esteriori e per averne di interiori occorrerebbe che il buon Dio cambiasse la mia vita, io non credo che Egli lo faccia, e tuttavia non posso sempre vivere così nel riposo… quale mezzo troverà dunque, Gesù, per provarmi? La risposta non si fece attendere, e mi dimostrò che Colui che io amo non è a corto di mezzi; senza cambiarmi la vita, Egli mi inviò la prova che doveva mescolare un amarezza salutare a tutte le mie gioie. Non è soltanto quando mi vuole provare che Gesù me lo fa presentire e desiderare. Da moltissimo tempo avevo un desiderio che mi sembrava del tutto irrealizzabile, quello di avere un fratello prete, pensavo spesso che se i miei fratellini non fossero volati in Cielo io avrei avuto la felicità di vederli salire l’altare; ma poiché il buon Dio li ha scelti per farne degli angioletti non potevo più sperare di vedere il mio sogno realizzarsi; ed ecco che non solo Gesù mi ha fatto la grazia che desideravo, ma Egli mi ha unita con i legami dell’anima a due dei suoi apostoli, che sono diventati miei fratelli… Io voglio, Madre mia amatissima, raccontarle in dettaglio come Gesù colmò il mio desiderio e persino lo sorpassò, perché io non desideravo che un fratello prete che ogni giorno pensasse a me al santo altare.

Fu la nostra S. Madre Teresa che mi inviò per regalo della festa nel 1895 il mio primo fratellino. Ero in lavanderia, occupatissima nel mio lavoro, quando madre Agnese di Gesù, prendendomi da parte, mi lesse una lettera che aveva appena ricevuta. Era un giovane seminarista, ispirato, diceva, da S. Teresa, che veniva a chiedere una sorella che si consacrasse specialmente alla salvezza dell’anima sua e lo aiutasse con le sue preghiere e sacrifici quando sarebbe stato missionario perché potesse salvare tante anime. Prometteva di avere sempre un ricordo per colei che sarebbe diventata sua sorella, quando avrebbe potuto offrire il Santo Sacrificio. Madre Agnese mi disse che voleva che fossi io a diventare la sorella di questo futuro missionario.

Madre mia, dirle la mia felicità sarebbe cosa impossibile, il mio desiderio esaudito in un modo insperato fece nascere nel mio cuore una gioia che chiamerò infantile, perché mi è necessario risalire ai giorni della mia infanzia per trovare il ricordo di quelle gioie così vive che l’anima è troppo piccola per contenerle; mai da anni avevo gustato quel genere di felicità. Io sentivo che da quel punto di vista la mia anima era nuova, era come se si fossero toccate per la prima volta delle corde musicali rimaste fino allora nell’oblio.

Io comprendevo gli obblighi che mi imponevo, e così mi misi all’opera cercando di raddoppiare nel fervore. Bisogna che confessi che all’inizio non ebbi consolazioni per stimolare il mio zelo; dopo aver scritto una bella lettera piena di cuore e di nobili sentimenti, per ringraziare madre Agnese di Gesù, il mio fratellino non dette più segno di vita fino al mese di luglio seguente, eccetto il fatto che inviò la sua lettera a novembre per dire che entrava in caserma. Era a lei, Madre amatissima, che il buon Dio aveva riservato di completare l’opera iniziata; senza dubbio è con la preghiera e il sacrificio che si possono aiutare i missionari, ma talora quando piace a Gesù di unire due anime per la sua gloria, egli permette che di tempo in tempo esse possano comunicarsi i loro pensieri ed eccitarsi ad amare Dio maggiormente; ma occorre per questo una volontà esplicita dell’autorità, perché mi sembra che diversamente quella corrispondenza farebbe più male che bene, se non al missionario almeno alla carmelitana continuamente portata per il suo genere di vita a ripiegarsi su se stessa. Allora invece di unirla al buon Dio, quella corrispondenza (anche da lontano) che essa avrebbe sollecitato le occuperebbe lo spirito; immaginandosi di fare monti e meraviglie, lei non farebbe proprio nulla se non procurarsi, sotto la vernice dello zelo, una distrazione inutile. Per me, è lo stesso qui come nel resto, io sento che occorre, perché le mie lettere facciano del bene, che siano scritte per obbedienza e che io provi piuttosto ripugnanza che piacere a scriverle. Così quando parlo con una novizia, io cerco di farlo mortificandomi, evito di indirizzarle domande che soddisferebbero la mia curiosità; se essa comincia una cosa interessante e poi passa ad un’altra che mi annoia senza finire la prima, io mi guardo bene dal ricordarle la cosa che ha messo da parte, perché mi pare che non si può fare alcun bene quando si ricerca se stessi.

Madre mia amatissima, io mi accorgo che non mi correggerò mai, eccomi ancora partita proprio lontano dal mio soggetto, con tutte le mie divagazioni; mi scusi, la prego, e mi permetta di ricominciare alla prossima occasione poiché non posso fare altrimenti!… Lei agisce come il buon Dio che non si stanca di sentirmi, quando Gli dico in tutta semplicità le mie pene e le mie gioie come se Lui non le conoscesse… Anche lei, Madre mia, conosce da tanto tempo quello che penso e tutti gli avvenimenti un po’ memorabili della mia vita; io non potrei dunque insegnarle alcunché di nuovo. Io non posso impedirmi di ridere pensando che le scrivo scrupolosamente tante cose che lei conosce altrettanto bene che me. Finalmente, Madre mia, io le obbedisco e se ora lei non trova interesse a leggere queste pagine, forse la distrarranno nei giorni della sua vecchiaia e serviranno in seguito per accendere il suo fuoco, così io non avrò perduto il mio tempo… Ma io mi diverto a parlare come una figlia; non creda, Madre mia, che io cerchi quale utilità possa avere il mio povero lavoro; poiché lo faccio per obbedienza mi basta ed io non proverei alcun dolore se lei lo bruciasse sotto i miei occhi prima di averlo letto.

È tempo che io riprenda la storia dei miei fratelli che ora hanno un così grande posto nella mia vita. – L’anno passato alla fine del mese di maggio , mi ricordo che un giorno lei mi ha fatta chiamare prima del refettorio. Il cuore mi batteva davvero forte mentre entrai da lei, Madre mia cara; io mi chiedevo che cosa lei avrebbe potuto dirmi, perché era la prima volta che lei mi faceva chiamare in quel modo. Dopo avermi detto di sedermi, ecco la proposta che lei mi ha fatto: “Lei vuole incaricarsi degli interessi spirituali di un missionario che deve essere ordinato prete e partire prossimamente?”. E poi, Madre mia, lei mi ha letto la lettera di questo giovane Padre perché sapessi esattamente quello che lui chiedeva. il mio primo sentimento fu un sentimento di gioia che fece subito posto al timore. Io le spiegai, Madre mia amatissima, che avendo già offerto i miei poveri meriti per un futuro apostolo, credevo di non poter farlo anche per le intenzioni di un altro e che, del resto, c’erano parecchie sorelle migliori di me che avrebbero potuto rispondere al suo desiderio. Tutte le mie obiezioni furono inutili, lei mi ha risposto che si potevano avere più fratelli. Allora io le ho chiesto se l’obbedienza poteva raddoppiare i miei meriti, lei mi ha risposto di sì, dicendomi tante cose che mi facevano vedere che dovevo accettare senza scrupoli un nuovo fratello. In fondo, Madre mia, pensavo come lei, e con la grazia del buon Dio spero persino, poiché “Lo zelo di una carmelitana deve abbracciare il mondo”, di essere utile a più di due missionari e non potrei dimenticare di pregare per tutti, senza lasciar da parte i semplici preti la cui missione talora è altrettanto difficile da compiere di quella degli apostoli che predicano agli infedeli. Alla fine voglio essere figlia della Chiesa come lo era la nostra Madre S. Teresa e pregare per le intenzioni del nostro S. Padre il Papa, sapendo che le sue intenzioni abbracciano l’universo. Ecco lo scopo generale della mia vita, ma ciò non mi avrebbe impedito di pregare e di unirmi particolarmente alle opere dei miei angioletti se essi fossero stati preti. Ebbene! ecco come mi sono unita spiritualmente agli apostoli che Gesù mi ha dato come fratelli: tutto quello che mi appartiene, appartiene a ciascuno di essi, io sento davvero che il buon Dio è troppo buono per fare delle spartizioni, Egli è così ricco che dà senza misura tutto quello che io gli chiedo… Ma non creda, Madre mia, che io mi perda in lunghi elenchi.

Da quando ho due fratelli e le mie sorelline le novizie, se volessi chiedere per ciascuna anima ciò di cui ha bisogno e specificarlo bene, le giornate sarebbero troppo corte e io avrei sul serio paura di dimenticare qualcosa di importante. Alle anime semplici, non occorrono strumenti complicati; siccome sono in questo numero, una mattina durante il mio ringraziamento Gesù mi ha dato uno strumento semplice per compiere la mia missione, Egli mi ha fatto capire questa parola dei Cantici:

“Attirami, noi correremo all’odore dei tuoi profumi”.

O Gesù, non è dunque neppure necessario dire: “Attirandomi, attira le anime che amo!” Questa semplice parola: “Attirami” basta. Signore, io lo capisco, quando un’anima si è lasciata catturare dall’odore inebriante dei tuoi profumi, non saprebbe più correre da sola, tutte le anime che ama sono trascinate dietro di lei; la cosa avviene senza costrizione, senza sforzo, è una conseguenza naturale della sua attrazione verso dite. Allo stesso modo in cui un torrente, gettandosi con impeto nell’oceano, trascina dietro di sé tutto quello che ha incontrato sul suo passaggio, così, o mio Gesù, l’anima che si immerge nell’oceano senza rive del tuo amore, attira con sé tutti i tesori che possiede… Signore, tu lo sai, io non ho altri tesori che le anime che ti è piaciuto unire alla mia; questi tesori, sei tu che me li hai affidati, e così io oso impadronirmi delle parole che tu hai rivolto al Padre Celeste, l’ultima sera che tu hai vissuto ancora sulla nostra terra, viatore e mortale. Gesù, mio Amato, io non so quando il mio esilio finirà… più di una sera deve vedermi ancora cantare nell’esilio le tue misericordie, ma alla fine, anche per me verrà l’ultima sera; allora io vorrei poterti dire, o mio Dio: “Io ti ho glorificato sulla terra, ho compiuto l’opera che tu mi hai dato da fare; ho fatto conoscere il tuo nome a quelli che tu mi hai dato: erano tuoi, e tu me li hai dati. Ora essi conoscono che tutto ciò che mi hai dato viene da te; perché io ho comunicato loro le parole che tu mi hai comunicato, essi le hanno ricevute e hanno creduto che sei tu che mi hai mandato. Io prego per quelli che mi hai dato perché essi sono tuoi. Io non sono più nel mondo; per loro, essi ci sono ed io ritorno da te. Padre Santo, conserva a causa del tuo nome quelli che tu mi hai dato. Io ora vengo da te, ed è perché la gioia che viene da te sia perfetta in essi, che io ti dico questo mentre sono nel mondo. Io non ti prego di toglierli dal mondo, ma di preservarli dal male. Essi non sono del mondo, allo stesso modo in cui neppure io sono del mondo. Non è solo per loro che io prego, ma anche per coloro che crederanno in te per quello che sentiranno dire da loro.

Padre mio, io desidero che dove sarò io, quelli che tu mi hai dato siano con me, e che il mondo conosca che tu li hai amati come hai amato me stesso”.

Sì, Signore, ecco quello che vorrei ripetere con te, prima di volare nelle tue braccia. È forse temerarietà? Ma no, da tanto tempo mi hai permesso di essere audace con te. Come il padre del figlio prodigo parlando al suo figlio maggiore, tu mi hai detto: “Tutto quello che è mio è tuo”. Le tue parole, o Gesù, sono dunque mie e io posso servirmene per attirare sulle anime che mi sono unite i favori del Padre Celeste. Ma, Signore, quando io dico che dove sarò io, desidero che siano anche quelli che mi sono stati donati da te, io non pretendo che essi non possano arrivare ad una gloria ben più alta di quella che ti piacerà dare a me, io voglio domandare semplicemente che un giorno noi siamo tutti riuniti nel tuo bel Cielo. Tu lo sai, o mio Dio, io non ho mai desiderato che amarti, io non aspiro ad altra gloria. il tuo amore mi ha prevenuta fin dalla mia fanciullezza, esso è cresciuto con me, ed ora è un abisso di cui io non posso sondare la profondità. L’amore attira l’amore, e così, mio Gesù, il mio si slancia verso di te, esso vorrebbe colmare l’abisso che l’attira, ma ahimè! non è neppure una goccia di rugiada perduta nell’oceano!… Per amarti come tu mi ami, mi è necessario impadronirmi del tuo stesso amore, allora soltanto io trovo il riposo. O mio Gesù, forse è un’illusione, ma mi sembra che tu non puoi colmare un’anima con più amore di quello con cui hai colmato la mia; è per questo che io oso chiederti di amare quelli che tu mi hai dato come tu hai amato me stessa . Un giorno, in Cielo, se scopro che tu li ami più di me, io me ne rallegrerò, riconoscendo fino da ora che queste anime meritano il tuo amore molto più della mia; ma quaggiù, io non posso concepire una più grande immensità d’amore di quella che ti è piaciuto prodigarmi gratuitamente senza alcun merito da parte mia.

Madre mia cara, finalmente torno a lei; sono tutta sbalordita di ciò che ho appena scritto , perché non ne avevo l’intenzione, poiché è scritto deve restare, ma prima di tornare alla storia dei miei fratelli, voglio dirle, Madre mia, che io non applico loro, ma alle mie sorelline, le prime parole prese dal Vangelo: Io ho loro comunicato le parole che tu mi hai comunicato, ecc… perché io non mi credo capace di istruire dei missionari, fortunatamente non sono ancora abbastanza orgogliosa per quello! Io non sarei stata capace, in più, di dare qualche consiglio alle mie sorelle, se lei, Madre mia, che mi rappresenta il buon Dio, non mi avesse dato grazia per quello.

Al contrario è ai suoi cari figli spirituali che sono i miei fratelli che pensavo scrivendo queste parole di Gesù e quelle che le seguono – “Io non ti prego di toglierli dal mondo… Io ti prego anche per quelli che crederanno in te per quello che sentiranno dire da loro” . E come, in realtà, io potrei non pregare per le anime che salveranno nelle loro missioni lontane con la sofferenza e la predicazione?

Madre mia, credo che è necessario che io le dia ancora qualche spiegazione sul passaggio del Cantico dei cantici: – “Attirami, noi correremo” perché ciò che ne ho voluto dire mi sembra poco comprensibile. “Nessuno, ha detto Gesù, può venire dietro di me, se il Padre mioche mi ha mandato non lo attira”  E poi con sublimi parabole, e spesso senza neppure usare di questo mezzo così familiare al popolo, Egli ci insegna che basta bussare perché si apra, cercare per trovare e tendere umilmente la mano per ricevere ciò che si chiede … Egli dice ancora che tutto quello che si domanda a suo Padre in suo nome, Egli lo concede. È per questo senza dubbio che lo Spirito Santo, prima della nascita di Gesù, suggerì questa preghiera profetica: Attirami, noi correremo.

Che vuol dunque dire chiedere di essere attirato, se non (chiedere) di unirsi in una maniera intima all’oggetto che imprigiona il cuore? Se il fuoco ed il ferro avessero la ragione e se quest’ultimo dicesse all’altro: Attirami, non proverebbe che vuole identificarsi con il fuoco in modo che esso lo penetri e che lo imbeva della sua ardente sostanza e sembri non fare che una sola cosa con lui. Madre amatissima, ecco la mia preghiera, io chiedo a Gesù di attirarmi nelle fiamme del suo amore, di unirmi così strettamente a Lui, che Egli viva ed agisca in me. Io sento che più il fuoco dell’amore infiammerà il mio cuore, più dirò: Attirami, più anche le anime che si avvicineranno a me (povero piccolo pezzetto di ferro inutile, se mi allontanassi dalla fornace divina), più queste anime correranno velocemente all’odore dei profumi del loro Amato, perché un’anima infiammata d’amore non può restare inattiva; senza dubbio come S. Maddalena lei se ne sta ai piedi di Gesù, ascolta la sua parola dolce e infiammata. Sembrando non dare niente, lei dà molto di più di Marta che si tormenta per molte   cose e vorrebbe che la sorella la imiti. Non sono sicuramente i lavori di Marta che Gesù desidera, a questi lavori, la sua divina Madre si è umilmente sottomessa per tutta la sua vita poiché è stato necessario preparare i pasti per la Santa Famiglia. È soltanto l’inquietudine della sua ardente ospite che lui vorrebbe correggere. Tutti i santi l’hanno capito e forse più in particolare quelli che hanno riempito l’universo con la luce della dottrina evangelica. Non è forse nell’orazione che i Santi Paolo, Agostino, Giovanni della Croce, Tommaso d’Aquino, Francesco, Domenico e tanti altri illustri amici di Dio hanno attinto quella scienza Divina che rapisce i più grandi geni? Un Sapiente ha detto: “Datemi una leva, un punto d’appoggio, ed io solleverò il mondo”. Quello che Archimede non ha potuto ottenere, perché la sua domanda non si indirizzava a Dio e non era posta che dal punto di vista materiale, i santi l’anno ottenuto in tutta la sua pienezza. L’Onnipotente ha dato loro come punto d’appoggio:Lui stesso e Lui solo; come leva: L’orazione, che infiamma con un fuoco d’amore, ed è così che essi hanno sollevato il mondo; è così che i Santi ancora militanti lo sollevano e che, fino alla fine del mondo, i Santi del futuro lo solleveranno anch’essi.

Madre mia cara, ora vorrei dirle quello che intendo con l’odore dei profumi dell’Amato. – Dal momento che Gesù è risalito al Cielo, io non posso seguirlo che dalle tracce che ha lasciato, ma quanto sono luminose, quanto sono profumate queste tracce! Io non debbo (fare altro) che gettare gli occhi nel Vangelo, subito respiro i profumi della vita di Gesù e so da quale parte correre… Non è verso il primo posto, ma verso l’ultimo che mi slancio; invece di andare avanti con i farisei, io ripeto, piena di confidenza, l’umile preghiera del pubblicano; ma soprattutto io imito la condotta di Maddalena, la sua sbalorditiva o piuttosto la sua amorosa audacia che incanta il Cuore di Gesù, seduce il mio. Sì lo sento, anche se avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere, andrei, con il cuore spezzato dal pentimento, a gettarmi nelle braccia di Gesù, perché io so quanto Egli ama il figlio prodigo che torna da Lui. Non è perché il buon Dio, nella sua preveniente misericordia, ha preservato l’anima mia dal peccato mortale che io mi innalzo fino a Lui con la confidenza e con l’amore.


Devozione a Santa Teresa

Tale preghiera è molto potente sia per le petizioni temporali che quelle spirituali. Finanche coloro i quali l’hanno recitata su raccomandazione sono rimasti stupefatti dalla sua efficacia. Si incoraggia la gente a recitarla tutti i dì:

“O gloriosa Santa Teresa, allevata da Dio onnipotente ad aiutare e consigliare il genere umano, io imploro la tua intercessione miracolosa. Così potente sei tu nell’ottenere da Dio i favori e le grazie che la Santa Madre Chiesa ti ha appellato la più grande santa dei tempi moderni. Ora io ti imploro ferventemente di rispondere alla mia petizione… (Si specifichi la petizione) e di esaudire le tue promesse di passare il tuo Cielo a fare bene sulla Terra e di lasciare sempre cadere dal Cielo una doccia di rose. D’ora innanzi, mio piccolo fiore, io adempierò la tua richiesta di farti conoscere ovunque e cesserò giammai di condurre gli altri a Gesù Cristo tramite te. Amen.”

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